Adriano Sofri
Avvolti nel cellofan dell'ipocrisia

LA STORIA RIMOSSA. DAGLI ANNI DI PIOMBO ALL'ERA DI MANI PULITE
Assurdo paragonare l'indulto per i terroristi all'amnistia per Tangentopoli. In mezzo ci sono due decenni di galera.


Molte discussioni pubbliche in Italia sono avvolte in un cellofan di ipocrisia. È strano, per un paese in cui il linguaggio pubblico ha scavalcato ogni argine di rozzezza e brutalità. Un tempo, l'ipocrisia del linguaggio confinava con la sua buona educazione e rivestiva la vita pubblica come le grisaglie e i vestiti accollati. Fa pensare, oggi, l'armistizio che l'ipocrisia ha saputo firmare con l'esibizione di intimità e l'esplicitezza insultante del linguaggio. Come possa una comunità ritrovare una misura delle parole e una discrezione dei gesti pubblici una volta che li abbia perduti, è difficile figurarsi. Probabilmente non può: così come non si poté tornare al giardino dell'Eden, dopo l'infrazione. A parte la tv, che ha annullato le distanze con l'opposto effetto di detronizzare i poteri separati e di involgarire ogni autorità, si addebita alla rottura del '68 la liquidazione delle buone maniere del linguaggio pubblico. Per la parte in cui è vero, è impressionante constatare come la grossolanità irresponsabile o intimidatoria delle parole sia diventata la facile disabitudine di nuovi leader e nuovi personaggi e nuovi pubblici estranei a ogni anticonformismo. È solo per ragioni economiche ­ solo cioè perché le parole si smerciano a più basso prezzo ­ che le mutazioni del gusto e della convivenza politica vengono misurate soprattutto sulle vicende dell'abbigliamento e della cosmesi. Del resto non occorre un occhio molto esercitato per vedere come le parole di ciascuno corrispondano ai suoi calzoni o ai suoi cappelli. Con ciò, la democrazia compie la sua promessa, e anche la sua contraffazione. Questo era il mio preambolo alla disputa ricorrente sull'amnistia. La quale non è mai davvero aperta, mai davvero chiusa. Intanto, perché le discussioni sostituiscono il loro fatto. Fra la discussione sull'amnistia e il fatto eventuale di un'amnistia, passa lo stesso rapporto di una discussione sul tempo che fa e il tempo che farà davvero. Se un giorno a un'amnistia si arriverà, sarà affare di qualche casuale congiunzione celeste. Con la differenza che parlare del tempo che fa e scommetterci su è bello e disinteressato, mentre parlare d'amnistia serve a regolare altri conti, non sempre magnanimi. Come spiegarsi altrimenti la incongruità di argomenti sempre di nuovo impugnati? Si oppone l'indulto per il &laqno;terrorismo» all'amnistia per Tangentopoli.

Come può venire in mente di avanzare questo paragone? Esso non ha senso, a meno che non si voglia dire che ambedue rimandano alla questione generale del perdono e del ricominciamento: ma allora perché estrarre due capitoli ­ uno residuale, uno ancora virtuale ­ del libro delle pene, senza aprirlo per intero alla sorte della gran folla di disgraziati che popolano, in permanenza o a intermittenza, le carceri italiane? Ma di questo, mediamente, non ci si ricorda. Attratti dalle facilitazioni polemiche offerte da quello sconclusionato paragone, i contendenti si rinfacciano una predilezione per l'assassinio politico rispetto al furto, o viceversa, per la corruzione e la manomissione della cosa pubblica rispetto all'idealismo sia pure degenerato della lotta politica. La sola evocazione del confronto è insensata. L'assassinio è incomparabile con la corruzione o col furto, e ci sono dittature etiche in cui la corruttibilità dei funzionari è il primo segno di un futuro più umano. Quell'assurdo paragone ha fra i suoi effetti di galvanizzare un sentimento popolare che vorrebbe mani mozzate e pena di morte per i corrotti; ai quali dovrebbe piuttosto provvedere il codice, magari opportunamente riadeguato. Complemento di questa assurdità è l'ipocrisia di negare che la &laqno;lotta armata» fosse un fenomeno politico ­ come se il riconoscimento della sua natura politica ne fosse una nobilitazione e un'assoluzione. Può perfino ­ codice penale a parte ­ farne un'aggravante: ma negare un'evidenza è solo ipocrisia. Ricordo un dibattito molto ufficiale sul terrorismo e i giovani alla fine degli anni 70. Una dopo l'altra, le personalità intervenute si alzavano a chiedere: &laqno;Come è possibile che i ragazzi di oggi si lascino tentare dalla violenza e dalla lotta armata?». I ragazzi di allora, quelli che riempivano i sabati romani di cortei di vita o di morte, si chiedevano come fosse possibile non passare dalla violenza alla lotta armata. Questo avvenne, e che già allora, e comunque oggi, sembrasse pazzesco, non è una buona scusa per dimenticarsene.

C'è una ragione esteriore ovvia che basta a impedire la sovrapposizione fra questione dell'indulto agli ex militanti della lotta armata e dell'amnistia per Tangentopoli, anche a non voler tener conto della forzatura delle leggi compiuta in nome dell'&laqno;emergenza» contro il terrorismo. Questa ragione è il tempo. La minaccia del terrorismo è esausta da quasi vent'anni, e il paio di centinaia di persone di cui si parla (e le altrettante, più o meno, fuoruscite dall'Italia) hanno trascorso tutti o gran parte di quei vent'anni in galera o al bando. Ecco che nel paragone fra terrorismo e Tangentopoli vent'anni di galera si cancellano ­ pazzia, pazzia. Questo è un Paese falsamente morale che infila abusivamente la parola pentimento negli articoli di legge, e calpesta la pena e la penitenza, di vent'anni, che non ha bisogno di essere detta. Delle altre molte ipocrisie non farò l'elenco. Triste è l'ipocrisia che deriva dal ruolo; che costringe a dire ciò che non si pensa, o che non si pensa &laqno;del tutto» in modo da guadagnarsi il consenso, o non perderlo. Se questo Paese riuscisse davvero a fare i conti col passato, e a provare il gusto di ricominciare, un'amnistia sarebbe benvenuta, e dovrebbe riguardare la gran folla senza nome di condannati che riempiono le galere senza costituire un pericolo. Quando ci si arrivasse, non importerebbe niente che qualcuno la votasse per assolvere se stesso, o per altri calcoli meschini. La meschinità non uscirà mai da nessuna svolta giusta: ma deve smettere di far da pretesto al rifiuto di ogni svolta giusta. Tanto più in una storia che ha così a lungo e torbidamente trascinato i suoi pesi da ammucchiarli gli uni sugli altri, e da far sospettare, a ragione o a torto, che ciascuno dei protagonisti della sua vita pubblica sia condizionato e ricattato dai conti in sospeso. Il sogno del ricambio totale della classe dirigente è impossibile, e quando si spinge troppo oltre diventa un incubo totalitario. Più modestamente, un cambiamento della classe dirigente può avvenire, piuttosto che la sua riproduzione trasformista: ma ha bisogno esso per primo di un'interruzione, e di un reinizio.

 

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