Adriano Sofri
I morti sono sempre più dei vivi

Tempo fa si disse: il numero di coloro che sono in vita aveva superato quello di chi è già passato sulla Terra. Non è vero. Ma quella impressione è rimasta e ci illude che anche se si uccide l'individuo, la specie si salva.

Nei testi di demografia si trovano notizie raccapriccianti e meravigliose. Una ne trovai, molto tempo fa, che influì sulla mia vita. La vita è infatti influenzata (e sempre più intensamente, man mano che si inoltra verso il suo termine) dal rapporto che stabiliamo con i morti: i nostri morti, e tutti i morti. La notizia diceva che tutti gli esseri umani già trapassati stavano per essere superati in numero dai viventi. Questa settimana leggo in un articolo di Annie Dillard per Harper's Magazine, ripubblicato dalla rivista Internazionale, che quella notizia era una balla. Le valutazioni oscillano notevolmente, ma concordano nel dichiarare che i morti sono molto più numerosi dei vivi: tra i 20 e i 14 contro uno. Gli esseri umani già passati sulla Terra sarebbero fra i 70 e i 100 miliardi, cosicché gli attuali viventi restano comunque al di sotto del 10 per cento. Non solo, ma si conclude perentoriamente: &laqno;I morti saranno sempre più numerosi dei vivi». Questo mi sembra molto più dubbio. Lo stesso articolo ricorda che nelle nazioni giovani come gli Usa i morti sono meno numerosi, e lo resteranno almeno fino al 2030. Quasi la metà dei morti di sempre sono neonati e bambini. Oggi ogni 4 giorni e mezzo il saldo fra nati e morti è attivo per un milione. Dunque, la notizia che mi impressionò tanto era sbagliata. Nel mio libro cui più tengo, Il nodo e il chiodo, avevo così spiegato la mia impressione: &laqno;Eravamo abituati a pensare ­ a vederlo, persino, come nei Giudizi Universali ­ che i vivi fossero uno stuolo passeggero ed esiguo, l'appendice breve della moltitudine senza numero dei già vissuti: il mondo dei più. Ora, improvvisamente, i morti diventano pochi. Stragi, epidemie, guerre orribili si consumano senza scalfire la marea montante della sovrappopolazione. Questo non può non mutare il nostro rapporto con la morte e con i morti, dunque l'essenza più profonda della nostra civilizzazione...

Muta il rapporto con l'aldilà dei trapassati, che fino a poco fa circondava la vita quotidiana. Diventati pochi, inermi, sbandati. Il desiderio irresistibile e vergognoso del sopravvissuto, di restar solo in vita sulla massa dei morti, perde vigore, quando i sopravvissuti sono una folla numerosa e montante e rotolante come la sabbia del deserto. Nel luogo che era finora dei morti, si insedia l'esercito infinito dei vivi del mondo povero e giovane. Per i vivi del mondo ricco ed educato, la popolazione dell'altro mondo ­ l'altro mondo di qua, sulla Terra ­ ha le fattezze opposte della gioventù, dell'aggressività, della naturalezza animalesca, ma anche di un'esistenza dimezzata, né vera vita né vera morte, una malattia, un'inedia, un'agonia. Sono veri vivi, o sono quasi morti, nei campi o nelle processioni di profughi del Ruanda, appena prima di trasformarsi nei mucchi che riempiono e fosse comuni e i bordi delle strade, che galleggiano sulla corrente dei fiumi? Esistenze statistiche, panoramiche tv?». Faccio qui la necessaria rettifica. Tuttavia, mi pare che le conseguenze di quella impressione continuino a valere. Ho citato la volta scorsa la nuova raccolta di saggi di Carlo Ginzburg, Occhiacci di legno (Feltrinelli). Uno di quei saggi si intitola: Uccidere un mandarino cinese. Riguarda le &laqno;implicazioni morali della distanza». La nostra capacità di commozione e di compassione si riduce via via che cresce la distanza nel tempo o nello spazio. Restiamo più o meno indifferenti a qualcosa che avviene a diecimila miglia da noi, o che è avvenuto diecimila anni fa. Gli illuministi ponevano il problema attraverso la parabola del mandarino. &laqno;Se tu potessi arricchirti facendo morire, col solo pensiero, senza spostarti da Parigi, un mandarino cinese, che cosa faresti?». Che l'esempio riguardasse la Cina non era un caso: era lontanissima; ed era anche, già allora, il paese delle &laqno;miriadi di abitanti». &laqno;I cinesi sono tanti!». L'autrice dell'articolo da cui ho preso le mosse, Annie Dillard, ricorda il dialogo fra Mao e Nehru che lasciò Nehru sconvolto. Mao disse: &laqno;Non bisogna aver paura della bomba atomica. La Cina ha tanti abitanti... La morte di 10 o 20 milioni di persone non è una cosa di cui avere paura». (Secondo qualcuno Mao a Mosca avrebbe detto di essere disposto a perdere la metà dei cinesi: 300 milioni, allora).

Però qui la Cina non poteva essere, come nell'apologo settecentesco, il luogo dell'estrema distanza perché Mao era cinese. Nel suo caso un cinismo morale non è motivato dalla distanza nel tempo né dalla distanza nello spazio: bensì, semplicemente, dalla quantità. I cinesi sono tanti. La Cina, da luogo della lontananza è diventata luogo della innumerabilità, della pletora. Il fatto è che il nostro tempo non ha solo dovuto imparare la contabilità degli stermini fino agli 85 milioni dell'ultimo libro nero. Ha anche scoperto l'irrilevanza demografica dei massacri umani. Milioni di ammucchiati nelle fosse comuni, e ogni 4 giorni e mezzo il saldo attivo fra vivi e morti cresce di un milione! Si è tentati di attribuire alla demografia, e a ogni statistica, un cinismo intrinseco. In realtà la demografia ha offerto una cornice rinnovata al cinismo della politica. Il mondo è diventato così ravvicinato nello spazio da far archiviare l'apologo sul mandarino cinese, che intanto si è trasferito a Chinatown e a Campi Bisenzio. L'angoscia per la fine del mondo per mano umana ha a sua volta reso struggente la compassione e l'attaccamento agli antenati ­ a Lucy, o all'uomo di Similaun. In cambio, il mucchio esorbitante dei vivi induce ad applicare al genere umano la imbecille certezza con la quale abbiamo cacciato gli animali della Terra e del cielo e pescato i pesci del mare. La certezza del Moby Dick: per quanto si cacci gli individui, la specie delle grandi balene non si estinguerà mai. Si è estinta.

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