Adriano Sofri
Dedicato a un amico dei carcerati

VITA QUOTIDIANA DEI DETENUTI. LA LEZIONE DI MICHELE COIRO.
Il magistrato rifiutava l'ergastolo, si preoccupava per i detenuti più fragili e a rischio di suicidio. Come Margherita F.: ecco la sua storia tragica.



Dedico questo articolo a Michele Coiro, che dopo essere stato magistrato riservato e misurato, fra i promotori di Magistratura democratica, fino a guidare la procura della Repubblica di Roma, passò poi, con una trafila per lui amarissima, a dirigere l'amministrazione delle carceri italiane. Lì l'avrei trovato finendo, a mia volta amaramente, ospite di quell'amministrazione. Avevo avuto prove della schiva e leale franchezza con cui Coiro affrontava questioni gravi ed esposte agli agguati della demagogia. Conosceva per esperienza personale i limiti della giustizia amministrata e gli eccessi di zelo, o peggio della giustizia patita. Non aveva, per età, saggezza e amarezza, ambizioni di carriera ulteriore, né, per carattere, tentazioni di vanità spettacolare. Dunque avrebbe potuto tenere il suo posto alla direzione penitenziaria con pigrizia, come una sinecura lussuosa. Al contrario, lo prese a cuore. Lo avevo incontrato, quando avevo ancora il piede libero, a un convegno nel carcere di Rebibbia sulla pena di morte. Aspettando il mio turno, mi ero seduto accanto a Giusva Fioravanti, che è condannato all'ergastolo. Quando toccò a me parlare, lo feci contro la barbarie dell'ergastolo, quel &laqno;fine pena mai» che si arroga un'assolutezza affine a quella della pena di morte, e invitai Coiro a pronunciarsi. Lo fece, con una schiettezza netta e tranquilla: io mi batterò disse, per l'abolizione dell'ergastolo.

Tornai a rivolgermi a lui, per lettere aperte, dal carcere, soprattutto di fronte ad avvenimenti dolorosi come la moltiplicazione di atti di disperazione e di autolesionismo, di morti nell'abbandono, di suicidi. Le risposte di Michele Coiro, che erano sempre sollecite e civili come di chi sta attento al merito dei problemi, non all'autorità formale degli interlocutori, erano state soprattutto accorate e impegnate sulla questione dei suicidi. Siamo angosciati, aveva detto, faremo di tutto: intanto, per rimediare a risparmi economici che si tramutano in una riduzione della capacità di ascoltare e non lasciare nell'abbandono le persone più fragili. Mentre conducevamo un digiuno per rendere più forte la denuncia della situazione del carcere, fummo avvertiti che Coiro sarebbe venuto in visita a Pisa lunedì 23 giugno. Sabato, 21 giugno, nel mazzetto di lettere, parecchie delle quali provenienti da altre prigioni italiane, ho trovato una lettera spedita da Fucecchio, il bel paese fra Pisa e Firenze. L'ho letta, e siccome mi autorizzava a farla conoscere, l'ho messa da parte per mostrarla a Coiro due giorni dopo. All'indomani, la domenica mattina, abbiamo saputo del malore di cui lunedì Coiro è morto. Su un giornale ho letto: &laqno;L'ultima persona a parlargli è stato Sebastiano Buongiorno, un suo collaboratore: avevano discusso del problema dei suicidi in carcere, un tema a cui Coiro si stava dedicando con particolare impegno».

Ecco allora il testo di quella lettera: &laqno;Caro Sofri sono la mamma della ragazza che il 6-5-1997 si è suicidata nella sua cella del carcere di Pisa con il gas. Le scrivo per associarmi a lei di tutto quello che si vuole fare sulle pessime condizioni che sono i carceri. Mia figlia Margherita non poteva stare in cella da sola. Anche se lei non voleva disturbare nessuno, il carcere non era adatto a lei per il suo problema psicologico e purtroppo nessuno cercò di fare qualcosa, né le strutture esterne né il resto, perché avendo questi giovani il passato movimentato per la sventura di essere caduti nel tunnel della droga ancora sono abbandonati sia loro e le famiglie. &laqno; Caro Sofri io non ce l'ho né con le guardie né con il direttore né con gli altri che lavorano nei carceri perché loro facevano l'impossibile per stare vicino a mia figlia, anche loro non stanno bene, chi comanda all'esterno non cerca di aprire strutture non come hanno fatto con mia figlia che gli è stato rifiutato tutto essendo consapevoli che da un momento all'altro poteva succedere quanto è successo e mia figlia aveva bisogno di essere guardata giorno e notte perché questi gesti del tentato suicidio si ripetevano spesso. Ormai per mia figlia non posso fare nulla solo piangere giorno e notte di averla persa a soli 24 anni, ma si deve lottare per tutti questi giovani che sono nelle stesse condizioni di mia figlia. Pensi, quando andavo a colloquio mia figlia era sempre a dirmi mamma risento le voci portami via di qui parla con il Sert perché io di qui esco con la bara andavo cercavo di lottare con tutte le mie forze le mie parole non venivano ascoltate. Dio sa chi ha le colpe perché mia figlia come tutte le altre vengono trattate come delinquenti invece di fare qualcosa perché non è toccato a loro sulla loro pelle. &laqno;Mi scusi per il mio sfogo, sono disposta a fare pubblicare questo sui giornali, può farlo lei con il mio permesso perché non si può stare zitti. Mi scusi per i miei errori, mi scriva, la mamma di F. Margherita. Distinti saluti».

 

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