Adriano Sofri
Non tutti i parà vengono per nuocere

DOPO IL CASO SOMALIA. C'È UNA TERZA VIA FRA IL PACIFISMO PIÚ RADICALE E IL FANATISMO ALLA RAMBO
I miti virilisti intossicano da sempre collegi e caserme. E così la Folgore. Che invece, disinquinata, può rivelarsi preziosa in molti servizi.



Un commento di Beniamino Andreatta, che evocava la goliardia a proposito di torture, stupri e giochi sadici in Somalia, ha sollevato indignazione e sarcasmo. Non ho rintracciato le parole dette da Andreatta, e non so se contenessero una assimilazione troppo facile, e una sottovalutazione dell'enormità dei fatti di Somalia. Però quell'accostamento ha ragioni profonde e perfino ovvie. La goliardia non fu solo una (pretesa) spensieratezza irridente e carnascialesca, ma una forma codificata di iniziazione virile. Questo è vero per le Burschenschaften, le associazioni tedesche fatte di statuti segreti, bevute e duelli, come per le comunità studentesche italiane dai cui cappelli penzolavano scheletrini, preservativi e bidet. Vi si combinava la prepotenza di gruppo, la cooptazione di reclute e matricole attraverso la sottomissione fisica e sessuale, l'umiliazione e la brutalità cameratesca che mima e addestra all'aggressione contro le donne (o per le donne). Non abbiamo visto abbastanza cinema americano? I film cominciano nelle caserme in patria in cui i soldati vengono brutalmente addestrati, e finiscono nel napalm sui villaggi vietnamiti. La cronaca Usa è ricca quanto i film: come la storia della giovane donna accolta, prima nella storia, in una prestigiosa Accademia per allievi ufficiali, e della sua persecuzione. Di recente sono state mostrate le raccapriccianti riprese di torture sulle reclute in una caserma americana, spinte fino alla morte di una vittima. Cinema e letteratura inglesi sono più sapientemente specializzati nella rappresentazione dei riti di iniziazione virile, e soprattutto omosessuale, nei college. E di autorità accademiche, memori dei propri bei giorni, e partecipi della stessa cultura, che incoraggiano la giusta dose di sadismo e coprono gli eccessi (fra i libri, citerò solo I turbamenti del giovane Törless di Musil, e la figura di Basini).

Si può aggiungere che la goliardia era per i giovani delle classi ricche quello che la coscrizione militare era per i giovani poveri: luoghi dell'iniziazione generazionale e della brutalità rituale come addestramento all'aggressione esterna. Luoghi maschili, ambedue. Erano maschi gli studenti: e il '68 fu la prima occasione di un movimento &laqno;misto» nelle università, un vero seppellimento senza preci della goliardia. E maschi, naturalmente, i soldati di leva. È significativo che, nonostante le opposte caratteristiche sociali, le forme dell'iniziazione fossero sostanzialmente simili. Somiglianze che si estendono ad altri luoghi di concentrazione maschile, dalle prigioni alle fabbriche. Una gerarchia prepotente che si impone attraverso scherzi violenti e a fondo sessuale, rivelati ogni tanto dagli &laqno;incidenti». Come nel recente episodio di nonnismo, in una caserma italiana, con una recluta vittima di una violenza attraverso un manico di scopa. O le notiziole bizzarre, come il lavoratore che &laqno;per incidente» viene gonfiato fino a scoppiare da una pompa ad aria compressa. In un collegio privilegiato com'era la Scuola normale superiore pisana, il livello intellettuale e il disprezzo snobistico per i comuni goliardismi non sottraevano i più (me compreso) a una tradizione di prepotenze fisiche e mortificazioni psicologiche spinte fino al tormento.

Naturalmente, ho ripetuto cose note. Per questo però mi ha sorpreso un po' la reazione alla battuta di Andreatta. La ragione per cui ne riparlo non è affatto scontata. Nella nostra società crescono due spinte opposte. Una è l'attrazione per un professionismo militare, fatto di potenza tecnologica, di disciplina di corpo, di retorica del valore (a questa attrazione partecipa la richiesta di apertura alle donne della carriera militare, che può dispiacere, ma non può suscitare alcuna obiezione). L'altra è la ripulsa di ogni forma di militarismo in favore di un pacifismo, o comunque di un modo di vita civile. Il contrasto è destinato a cristallizzarsi in due forme ostili. L'esercito professionale, con l'abolizione della leva, da una parte; dall'altra un servizio di volontariato e associazionismo civile. Ci si può accontentare di questa separazione? Essa rischia di accrescere il militarismo e l'aggressività di forze armate sfrondate da ogni coscritto renitente; e reciprocamente di persuadere la parte &laqno;civile» della dannosità e superfluità dell'esistenza di forze armate. Questo è risultato acutamente all'indomani dello sciagurato affondamento nel canale d'Otranto, e ora di nuovo nella rivendicazione dello scioglimento della Folgore. Su quest'ultimo sarei più cauto di molti miei amici (benché ricordi antichi e omerici scontri pisani fra studenti e parà, e anche un inaspettato rimescolamento di ranghi dopo un minaccioso fronteggiamento davanti a un cinema che dava Berretti verdi). Non riesco a dimenticare le situazioni in cui una Folgore che non fosse inquinata da squadrismi e virilismi sarebbe preziosa. Penso che servizio militare e servizio civile, piuttosto che andare ciascuno per la sua strada, dovrebbero diventare complementari e comunicanti, nel mondo delle Somalie e delle Bosnie. Che i militari dovrebbero essere al servizio degli interventi civili di buona volontà, e della legalità internazionale. La missione in Albania, di cui non sottovaluto affatto ogni genere di rischi, avrebbe potuto essere ­ potrebbe ancora? ­ un banco di prova di questa integrazione. So che è per molti una riflessione indigesta, tanto più di fronte al gioco condotto su quella donna somala. So anche che è una prospettiva molto difficile, per usare un eufemismo. Tuttavia, nel momento in cui più ci vergogniamo di noi, dobbiamo ricordarci che la parte di mondo in cui l'incolumità, la sopravvivenza della popolazione non è quotidianamente minacciata diventa sempre più piccola.

 

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