Adriano Sofri
Ho visto Røst e mi sono ingelosito

LUOGHI DELLO SPIRITO QUELL'ISOLA A NORD DEL CIRCOLO POLARE ARTICO
Lì le case sembrano navigli, un cigno selvatico fa la guardia e i merluzzi sono stesi ad asciugare come fossero bucato.


Questo pezzo è scritto per gelosia. Domenica scorsa un programma sportivo della televisione si è collegato con l'isola di Røst, a nord del Circolo artico norvegese, e io sono attaccato gelosamente a Røst come a un posto mio. Røst è un piccolo arcipelago, appena staccato dalle famose isole Lofoten. Si pesca il merluzzo, per una quarantina di giorni, fra febbraio e marzo. Poi lo si mette sotto sale e si fa il baccalà, o lo si stende ad asciugare come un bucato, e si fa lo stoccafisso. E lo si manda in Veneto, o a Napoli. Ricordo un titolo cubitale sulla Gazzetta delle Lofoten: &laqno;Mafia! Scomparsi a Napoli due camion di baccalà di Røst». Un po' più di cinque secoli fa il mercante veneziano Querini naufragò al largo del Portogallo, e navigò alla deriva con due lance fino a Røst. Qualcuno dice che nell'aspetto della gente di Røst si vedono i segni di quel soggiorno di marinai italiani, generosamente soccorsi dalle donne di lì. Il racconto entrò nella classica raccolta di navigazioni del Ramusio.

In realtà, le persone di Røst sono grandi, bionde e grandiosamente ospitali. In tutta la Norvegia del Nord le persone ­ per non parlare dei sami, i lapponi, che sono dei veri napoletani ­ sono calorose ed espansive: perché in Norvegia la divisione fra Nord e Sud è marcata quanto in Italia, ma alla rovescia. Ci sono anche, frammezzati a tutto quel biondo, neri scintillanti di vietnamiti e pachistani, mescolanza che fa un effetto allegro soprattutto all'uscita delle scuole. Anche fra i poveri merluzzi i pescatori distinguono una quantità di tipi e di colori, i più belli con una picchiettatura rosso vivo. Tre anni fa mi mostrarono un grosso merluzzo bianco albino, che aveva sorpreso persino loro, e lo surgelarono per curiosità. In una baracca sul molo c'è una piccola collezione di stranezze che magari diventerà un museo: per lo più lattine rosse di Coca-Cola trovate nelle pance delle balene. I pescherecci autorizzati a cacciare le balene hanno un'ampia fascia nera dipinta sulla coffa: quel segno luttuoso scivola nei canali come un brivido. I pescherecci al contrario sono piccoli e colorati. Tutto a Røst è forte e allegro. C'è un gran cigno selvatico che divide la cuccia con un cane pastore, e fa i suoi turni di guardia alla casa. Si spezzò un'ala contro un cavo durante la migrazione, ed è rimasto lì. D'inverno gli mettono addosso il grembiule catarifrangente, come ai bambini, per farsi vedere dalle auto nella nebbia e nel buio artico. All'aeroporto l'addetto alla torre di controllo è un inglese: passò da giovane per una vacanza, e non se ne andò più, come il cigno. Lui si impigliò in una ragazza di Røst. Sbrigato l'atterraggio e il decollo dell'aeroplanino da Bodø, non ha niente da fare, così guarda gli uccelli, è diventato un esperto e manda contributi notevoli alle riviste di ornitologia.

Ho detto delle auto: per andare da un capo all'altro di Røst bastano cinque minuti, ma tutti vanno in auto, per risarcirsi di tutto quel mare, e corrono. Ci fu un incidente mortale, a una festa di matrimonio: avevano bevuto ­ bevono anche quando non si sposa nessuno, con tutto quel buio e quel freddo ­ e facevano la gara a chi frenava più tardi sul molo. Uno frenò troppo tardi: due volte sfortunato, morto annegato perfino in un incidente d'auto. Quando gli uomini di Røst tornano troppo ubriachi, legano la barca a remi troppo corta senza ricordarsi della marea: la mattina dopo si vedono barche penzolare come impiccati sopra la bassa marea. Ho visto dei bambini fare un gioco un po' crudele. Sono bravissimi ad acchiappare granchi con uno spago in cima al quale è legata una lumachella di mare. Quando hanno il secchio pieno vanno al bordo della strada, e aspettano che passi un'auto per lanciare i granchi sotto le ruote. Vince chi ne spiaccica di più. Alberi non crescono, non per il freddo ma per il vento e il salso. Quando vogliono costruirsi una nuova casa, quelli di Røst salpano e vanno a raccogliere i pali di Murmansk spiaggiati. Sono tronchi di abete dirottati dai trasporti di legname nel Mare di Barents, che doppiano il Capo Nord e scendono lungo la Corrente del golfo, arenandosi negli isolotti di Røst già belli levigati e gratuiti, dai russi per di più.

Le case somigliano a navigli, e sembrano ancorate a terra perché il vento e le maree non le portino via. Ogni tanto una casa va a fuoco, o si affloscia come un castello di carte. Gli abitanti di Røst pensano che ciò che è stato costruito sia destinato, dopo un ragionevole ciclo di riparazioni, a essere distrutto, e non si curano di recuperare niente: semplicemente vanno a costruire altrove. Così il suolo è meravigliosamente coperto di ferraglie arrugginite, legnami, corde, reti, arnesi, e persino ricordi domestici. (Ho fatto una bella scoperta, ma ora non la racconto). Ciò che è vecchio e abbandonato giace dove si trovava, in fondo al mare o sulla terra battuta dalle intemperie. Per questo è così importante il camposanto, riparato dal vento e dalle pecore da bellissimi muriccioli a secco: unico luogo in cui i resti di ciò che è stato vengono custoditi e ricordati. Sulle tombe norvegesi c'è scritto: &laqno;Grazie di tutto». Takk for alt. Røst è, specialmente d'estate, un paradiso degli uccelli: pulcinella di mare e urie, aquile di mare e tutti i gabbiani, i cormorani, gli stercorari e i corvi reali, e l'airone, che chiamano con poco rispetto &laqno;la vecchia», per quel suo incassare il collo. L'estate è meravigliosa di luce e di voli, ma io amai soprattutto la notte d'inverno in cui vidi la mia prima aurora boreale, e il giorno in cui rimanemmo per ore a pescare sugli spaventosi vortici del Maelstrøm, e non me ne accorsi. Eppure da piccolo avevo letto Edgar Allan Poe. (continua).

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