Adriano Sofri
Gli angeli di Edith Stein

STRANE COINCIDENZE. LA RISCOPERTA DI UNA CARMELITANA
Un articolo sull'assistente ebrea di Husserl, poi convertita, che influenzò il Papa . L'arrivo delle sue opere. Che anche il boss Aglieri teneva sul comodino.



Anche le persone raziocinanti e sdegnose di superstizioni sono colpite dalle coincidenze e dalle associazioni inattese, che animano le emozioni fanciullesche e il pensiero magico. Mi è appena successo, a proposito di Edith Stein. Edith Stein nacque a Breslavia nel 1891 da genitori ebrei. Fu allieva e assistente del filosofo fenomenologo Edmund Husserl. Durante la guerra mondiale si impegnò con dedizione alla Croce rossa. Atea dall'adolescenza, nel 1921 si convertì al Cattolicesimo, folgorata dalla lettura di Santa Teresa d'Avila. Per le sue origini ebraiche, nel 1933 fu costretta a rinunciare all'insegnamento e prese i voti di carmelitana scalza, col nome di Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 riparò nel convento di Echt, in Olanda, dal quale nel 1942 venne prelevata e deportata dagli occupanti nazisti ad Auschwitz, con una sorella. Vi furono assassinate il 9 agosto del 1942. Edith Stein è stata beatificata nel 1991. Nello scorso numero di Panorama Mauro Anselmo ha ricordato l'influenza di Edith, e di altri grandi di origine ebraica, su Papa Karol Wojtyla. Un'aspra polemica sorse qualche anno fa attorno all'intenzione di aprire ad Auschwitz un convento del Carmelo, ragionevolmente abbandonata dopo le proteste ebraiche. Del resto la conversione di Edith era stata un dolore inconsolato per sua madre, che era un'ebrea credente. Un mio articolo su Panorama, dedicato al Papa e alle suore di Sarajevo, ha suggerito all'editrice delle opere di Edith Stein in italiano (Città Nuova, Roma) di spedirmene la raccolta, invitandomi a parlarne. Non l'avrei fatto, data la mia impreparazione, e la mole ingente e complessa degli scritti della Stein. Inoltre il posto in cui mi trovo, all'opposto di ciò che se ne può credere fuori, è assai sfavorevole alla lettura impegnativa, per non dire dello studio. Ho sfogliato i volumi e ho trovato la data della deportazione della Stein al campo di sterminio: 2 agosto 1942. Ero nato il giorno prima. Ho cominciato a leggere la Storia di una famiglia ebrea che, non ultimata, avrebbe dovuto essere per la Stein un'autobiografia e più ancora una biografia di sua madre, ma anche una testimonianza dell'umanità ebraica, resa dall'avvento del nazismo al potere. Poi una raccolta di scritti sulla donna, e una sull'educazione religiosa, ambedue di forte "attualità", che non è peraltro un aspetto così importante. Poi uno studio sul rapporto fra popolo e nazione, e lo stato, del 1925, anch'esso a suo modo attuale, soprattutto per le riflessioni sulla piccola comunità, e la questione, intravista, dei limiti internazionali alla sovranità statale. Ho provato poi a leggere un grosso studio su Essere finito ed essere eterno, del 1936, in cui la Stein incrocia il mondo filosofico in cui si era formata con quello della sua nuova via cristiana, a partire da San Tommaso, con un'apertura &laqno;a tutti coloro che lealmente ricercano la verità».

La parte meno scolastica e più avvincente è quella conclusiva, in cui più forte preme una passione mistica dell'autrice, il cui ultimo anno di vita sarà poi dedicato a San Giovanni della Croce. In queste pagine, sulla grazia, per esempio, è più inevitabile il raffronto con i pensieri e la vita sublimi di Simone Weil con la quale Edith ebbe anche una distante parentela. Gli angeli della Stein hanno ali non per salire, ma per scendere, liberi dal peso e dalla gravità. Puramente spirituali, vicinissimi a Dio, perfezionano quel &laqno;riposo in Dio» cui la fede di Edith aspira: creature dalla contemplazione impassibile, di luce e di canto, mirabilmente autistiche e anoressiche, per impiegare i termini della patologia e della sensibilità contemporanea. Il pensiero della loro possibilità basta a spingere alla forza dello spirito, che si vuole libero fino a sciogliersi del tutto dai legami del corpo. Non per analogia con noi, ma per differenza noi ce li figuriamo: immuni da illusioni ed errori, capaci di un riposo che è tale dall'inizio, mentre in noi è la stanchezza del cammino a suscitare l'esperienza di riposare. Ma è qui, in questa quiete della meta raggiunta, la gioia che immaginiamo e aspettiamo?

Ho pensato a questo, e l'ho paragonato all'altra gioia, che viene subito prima della meta, quando essa è finalmente alla nostra portata, e tratteniamo il respiro, ci interrompiamo, e ci facciamo dono di una dilazione. Una quiete trepidante, che sta ancora nell'attesa: è l'istante in cui il cacciatore ha l'animale fermo nella sua mira, il cuore che batte, e rinvia ancora di un momento il tiro. Un sabato perpetuo, o una domenica perpetua? (E come mai un'immagine venatoria viene in mente per esprimere l'emozione della ricerca e della conoscenza, anche in chi, come me, aborre la caccia?). Leggevo e pensavo questi pensieri arbitrari, fra angeli custodi che non si assopiscono mai, e agenti di custodia che non mi lasciano assopire. Sulla consapevolezza che il male non è una mancanza, un difetto, ma una potenza attiva. Che esiste una buona volontà e una volontà malvagia. Che gli spiriti celesti si coprono piedi e volto con le ali per pudore di fronte a una temeraria, e fuori luogo, intromissione nei più profondi misteri. A questo punto, dato che tengo acceso il televisore mentre leggo per coprire rumori peggiori, una voce di telegiornale ha annunciato la cattura del capo mafioso Pietro Aglieri: al suo capezzale ­ ha detto ­ è stato trovato un volume intitolato Introduzione al pensiero filosofico di Edith Stein.

 

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