Adriano Sofri
Ma la madre del figliol prodigo dov'era?

PARABOLE PER LA VITA. DALLA RIBELLIONE ALLA RICONCILIAZIONE
Un libro e il genio di Rembrandt suggeriscono nuovi significati al celebre episodio del Vangelo. Che colpisce per un'assenza.


Un uomo di Chiesa che amo, dopo una conversazione sulla misericordia, mi invita a leggere un libro dell'olandese Henri J.M. Nouwen, L'abbraccio benedicente, tradotto dall'editrice Queriniana. È una meditazione sul ritorno del figlio prodigo, condotta attraverso la contemplazione di un quadro mirabile dipinto dal Rembrandt vecchio. Ho letto subito il libro, che ha un forte tono di confessione personale. Oltretutto, sono stato io stesso figlio minore, e a mia volta padre di due figli. "Un uomo aveva due figli". Nouwen racconta di essere stato soggiogato dal dipinto di Rembrandt, e di essersi misurato per anni con quel mistero. Egli si è identificato subito col figlio minore, tornato povero e mortificato alla casa del padre, dopo la ribellione, il viaggio in un paese lontano e la dissipazione di sé. Poi è stato indotto a immedesimarsi nel fratello maggiore, obbediente e virtuoso sempre, e ora offeso e risentito da una predilezione per il fratello ritornato che sente come un tradimento. ("La conversione più difficile è la conversione di colui che sta a casa"). Infine si è sentito chiamato a diventare il padre, e alla solitudine ultima e gratuita della misericordia. "Rembrandt mi ha condotto dal figlio più giovane al padre, dal luogo in cui si è benedetti al luogo in cui si benedice. Quando guardo le mie mani invecchiate... capisco che mi sono state date per posarsi sulle spalle di tutti quelli che vengono". Nouwen non menziona a caso le mani, perché le mani aperte del vecchio padre che accoglie sul suo petto il figlio ritornato sono il centro del quadro. Alcuni studiosi hanno scorto una differenza rivelatrice. La mano sinistra è vigorosa e sembra stringere e sorreggere la spalla del figlio; la destra è posata con delicatezza, ed è fine e carezzevole come una mano femminile: "È una mano di madre".

Questa divisione fra una mano paterna e una materna di Dio tocca una singolarità della parabola che mi ha sempre colpito, che è la sua chiusura in un cerchio di relazioni solo maschili. Dov'è la madre, e dove le sorelle? L'esperienza della separazione e della riconciliazione fra padre e figlio è ricorrente nella vicenda umana, ma vi è essenziale il posto della madre: fedele allo sposo, e però sempre, e nonostante tutto, dalla parte dell'amore per il figlio. La madre soffre e piange per la rottura e intercede per piegare la durezza del padre alla riconciliazione. È lei la mediatrice e la destinataria del ritorno alla casa del padre. È la parte che il cristianesimo riserva alla madre. Nella parabola, tuttavia, non passa neanche un'ombra silenziosa di donna. C'è il padre, i figli, i servi. Nel quadro di Rembrandt, due figure femminili affiorano appena dal buio dello sfondo. L'interpretazione che distingue nel gesto fosforescente di benedizione una mano materna e una paterna vuol mettere riparo, direi, a quell'assenza che colpisce. Tanto più che è inevitabile riconoscere nel ritorno a casa del figlio prodigo un ritorno nel grembo natale: rifattosi piccolo e inerme, il figlio si rannicchia contro il seno da cui è uscito, ma è il padre, non la madre, a riaccoglierlo. Il capo rasato del figlio si posa sul petto del padre e quasi ne ascolta il battito del cuore, l'abbraccio chiude le due figure in una sola, e il manto rosso scende dalle spalle del padre come ad avvolgere l'incontro. (Se il gesto non fosse così lieve, rischierebbe di confondersi col suo opposto, la stretta di un padre che vuole tenere legato a sé il figlio che desidera la propria libertà, piuttosto che l'abbraccio al ritornato). Quella parzialità maschile è insieme anche un distacco dal Dio che maledice, dal Dio severo e duro (e giudicante) della tradizione: questo Dio è invece misericordia, benedizione, accoglienza gratuita. Una qualità materna è davvero intervenuta in lui.

Mentre leggevo queste cose, lo scorso sabato, è successa una disgrazia che ha gettato nell'angoscia la comunità in cui a malincuore vivo. Uno di noi, un detenuto in permesso, ha trucidato una donna che non conosceva neanche. Ne devo parlare, perché ho parlato tante volte in favore di un carcere più aperto. Non per replicare agli attacchi alla legge che consente i permessi. L'uomo ha trascorso molti anni in carcere, e fra un anno sarebbe stato comunque liberato per la fine della sua pena. Il suo comportamento in galera era ineccepibile. Educatori, dirigenti e magistrati di sorveglianza hanno agito non solo secondo la legge, ma secondo coscienza. Hanno le stesse ragioni di tormentarsi che ha chiunque sappia che non si può affidare alla prigione la tutela dal male e dalla malattia, che anzi la prigione spesso aggrava. Tuttavia, tutti noi ci tormentiamo. Abbiamo nel cuore quella donna che è morta a colpi di coltello. Pensavo al bambino Silvestro e al suo vecchio torturatore, crepato fra una cella d'infamia e un cimitero segreto, alle oscillazioni sofferte o vanesie fra pietà e vendetta, e ho letto con gran turbamento nelle cronache parole pronunciate dai famigliari del mio compagno di carcere assassino per niente. Parole che riguardano terribilmente la parabola del figlio prodigo. C'è un fratello maggiore, che dice: "Io sapevo che prima o poi avrebbe ammazzato qualcuno. Ha cominciato a dare problemi a 14 anni. Hanno sbagliato a metterlo fuori". E c'è la madre (qui c'è) che dice: "Non è vero che si è disposti a morire di dolore per un figlio. Io non riuscivo a parlarci. Mio marito c'è stato tanto dietro, ha cercato di aiutarlo, di proteggerlo, era severo ma l'ha sempre ripreso in casa". Ora mi chiedo che cosa avrebbe fatto il padre della parabola se il pugnale che nella tela di Rembrandt pende dalla cintola del figlio prodigo fosse ancora bagnato del sangue di una donna squartata. E che cosa farebbe il Padre con un vecchio figlio che gli arrivi davanti, ammesso che trovi una strada, dopo aver smembrato un bambino, con la faccia gonfia di ottusità e di botte. E se la misericordia attribuita a Dio sia commensurabile all'umana.

 

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