Adriano Sofri
Il fascino di un Papa tremante

L'INSEGNAMENTO DI PARIGI. PERCHÉ TANTI RAGAZZI SONO ACCORSI ACCANTO A WOJTYLA
&laqno;Non abbiate paura», &laqno;State con i miserabili» dice pensando a fine millennio. E la sua forza d'animo in corpo di vecchiezza gli procura affetto protettivo.



Vedo un ostacolo alla conversazione e alla collaborazione fra credenti e non credenti: la convinzione proclamata dai primi della infondatezza di una morale che non discenda dalla fede in Dio. Ne riparleremo. Intanto, vorrei tornare sulla affinità tra il Sessantotto e le recenti Giornate della gioventù cattolica a Parigi. Le differenze sono così evidenti che non occorre elencarle e, naturalmente, un movimento generazionale non può essere confessionale. Del resto, il Papa stesso ha impiegato una citazione come &laqno;il coraggio dell'immaginazione». Qualcuno ha ritenuto di obiettare che un milione e più di persone possono radunarsi coi più vari pretesti, e lo fecero anche nelle arene naziste o staliniste. Ma il punto delle giornate parigine non stava nel numero, benché esso fosse importante (dovrebbero ammetterlo molti commentatori della vigilia, che annunciavano una mediocre affluenza e un'indifferenza della Francia, ripetendo uno svarione compiuto per l'ultimo viaggio del Papa in Polonia). Un simile concorso è diversamente rivelatore se avviene a Berlino in nome dell'amore o a Parigi attorno al Papa. Il quale Papa comunica coi giovani attraverso le cose che dice, e attraverso il proprio modo di essere. Le cose che dice non sembrano concedere granché ai peccati che scandalizzavano i giovani di trent'anni fa: la compromissione con le potenze politiche, la ricchezza e l'ipocrisia. Le cose che dice sono: &laqno;Non abbiate paura» &laqno;Fate che il mondo diventi più ospitale» &laqno;State coi più poveri, coi miserabili» &laqno;Disarmate il male» e: &laqno;Siate pronti a perdonare». Quando il Papa chiede perdono per la strage degli ugonotti, non sta solo completando, alla buon'ora, un suo programma di penitenza pubblica per il passato in cui la Chiesa ha tradito il Vangelo: sta rafforzando, con l'esempio, l'appello al perdono che poco fa è andato a rivolgere con ossessiva insistenza, dopo un'attesa così lunga, a Sarajevo. E prima di invocare il perdono reciproco a Sarajevo, aveva scongiurato che il mondo vi intervenisse a disarmare l'aggressione: senza di che l'appello al perdono sarebbe stato impronunciabile. Di fronte all'immigrazione e alla mescolanza delle nazioni, che vuole presentarsi come una questione demografica ed economica, ma è anche il più dirompente conflitto sessuale e religioso del nostro mondo, il Papa proclama le parole delle canzoni del socialismo originario: un mondo senza frontiere, un mondo di fratelli (ora che nella nostra parte di mondo tutti i figli sono unici: come, forzatamente, in Cina). Un mondo ospitale. È l'immigrazione a porre oggi gli interrogativi cui rispondeva trent'anni fa la solidarietà col Terzo mondo e le sue guerre di liberazione, quando, di fronte al Congo, o a Cuba, o al Vietnam, sembrava di dover denunciare il nome &laqno;pace» come un'ipocrisia al servizio di una violenza sopraffattrice. Caduti i modelli sociali alternativi a quello del mercato, è ora nel buon volontariato, nella remissione del debito ai paesi poveri, nella cooperazione internazionale e nella conversione ecologica e pacifica delle abitudini economiche la possibilità ancora frammentaria di una resistenza alla pura prepotenza del mercato. Nella nostra parte di mondo i giovani sono pochi, e gli anziani molti e spesso spaventati e avari. Mi è piaciuto che Le Roy Ladurie abbia avvertito che nei nostri paesi &laqno;gioventù» vada diventando sinonimo di delinquenza. A Parigi l'effetto si è invertito. Del &laqno;ritorno del sacro» ci si può rallegrare o no. Senz'altro vengono spacciate in questa fine dei tempi superstizioni cretinissime e ammassi gregari. Il Papa ha preso quel traguardo, la fine del secolo e il nuovo millennio, e l'ha proposto come un appuntamento decisivo alla sua Chiesa, ai giovani, e a se stesso. C'è in lui una fortissima attenzione simbolica: anche qui, si tratta di traghettare Chiesa e umanità fuori dal secolo aperto a Sarajevo e ricaduto a Sarajevo come nel luogo del suo delitto. Tanti altri millenarismi faranno tesserati, nei due anni e mezzo che restano. Si può diffidare degli appuntamenti simbolici, sentirvi odore di retorica e di affaroni. Ma è meglio pensarci, prima di ritrovarsi alla fine di qualche fuoco d'artificio di mezzanotte, offerto da un assessorato di sinistra, a commentare piano col proprio vicino, come dopo i matrimoni e i funerali civili, che solo la Chiesa sa essere all'altezza di certi momenti. L'appuntamento che il Papa ripete anche a se stesso, &laqno;chi vivrà vedrà», mostra quanto conti, oltre le cose che dice, il suo modo di essere. Non si è cari ai giovani senza morire prima del tempo, o almeno senza mettere in gioco il proprio corpo (mi piacerebbe mostrarlo per figure diverse come Che Guevara, don Milani, Pier Paolo Pasolini). Questo è un Papa che fu prima scandalosamente atletico e salutista, e poi colpito, scampato alla morte, invecchiato e malato. La sua forza d'animo in corpo di vecchiezza e tremore gli procura l'affetto protettivo dei ragazzi, e la scoperta, scandalosa anche lei, della fragilità del corpo, della vacillazione, così diversa dalle immagini pubblicitarie dei giovani e dei vecchi giovanili. La malattia e l'handicap cui il Papa predica sono visibili in lui: in altri tempi il tremito della sua sinistra avrebbe fatto recludere un Papa in una camera segreta della curia. Non so perché quei giovani fossero lì. Perché Parigi è Parigi, perché stare insieme, cantare insieme, pregare insieme, fare la ola, tenersi per mano, è bello. Per ascoltare e decidere, e magari dissentire: sulla morale sessuale, o la contraccezione, l'aborto, la libertà e la differenza delle donne. Per serietà, anche: e per una voglia di provarcisi.

 

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