Adriano Sofri
Mi rivolgo a Sergio Romano...

...che ha negato di aver avuto intenzioni revisioniste nel suo intervento sulla Spagna franchista. Io penso che rivedere il passato debba indurci a guardare con uno sguardo postumo le nostre idee. Per esempio...

Coi piedi di piombo il parlamento francese ha riconosciuto con un voto che il popolo armeno fu vittima di un genocidio a opera dello stato turco. Avvenne nel 1915. Gli armeni sterminati furono più di un milione e 200 mila. Secondo le autorità turche furono solo 300 mila. Il voto francese è il primo riconoscimento solenne di quello che fu il capostipite dei genocidi del secolo. Il governo turco si è offeso. Sono passati ottantatré anni. Nella stessa settimana appena trascorsa il parlamento federale tedesco ha annullato, con una maggioranza travagliata, le condanne inflitte dai tribunali nazisti per motivi politici, razziali o religiosi. Risultano &laqno;riabilitate» circa 500 mila persone: ebrei, zingari, perseguitati politici, disertori e omosessuali (ma le due ultime categorie non sono menzionate: sono comprese solo implicitamente). Ci sono voluti cinquantatré anni. Notizie come queste trattengono dal dichiarare semplicemente strampalato il chiasso italiano sul &laqno;revisionismo» storico. Beninteso, che al dibattito manchi qualche venerdì è difficile negare. Per esempio, si direbbe che si sia formato uno stato d'animo, poi consolidato in una specie di professione, per cui ci sono persone revisioniste, come ce ne sono malinconiche, violiniste, bancarie e collezioniste. I revisionisti in generale, diciamo, pensano che ci siano altre persone antirevisioniste in generale. Non è strano? A me pare di essere revisionista o no, all'occorrenza. Mi batto con ogni forza per la revisione di un processo nel quale sono ingiustamente coinvolto. Sono interessato a rivedere la storia della Cina maoista, dato che ne pensai cose gravemente sbagliate; benché abbia cambiato idea molto tempo fa, non saprò mai abbastanza perché avevo sbagliato gravemente. Sono meno interessato a rivedere la guerra civile spagnola, perché trovo assodato da tempo che anarchici e sindacalisti furono sventatamente massimalisti, e ammazzarono preti e suore, e che i comunisti fedeli a Stalin massacrarono trotzkisti, anarchici e sindacalisti: e che fra gli uni e gli altri ci furono persone coraggiose e generose, accanto alle quali mi sarei voluto trovare.

A ciascuno le sue revisioni, direi, salvo consentire sulla verità approssimativamente e lealmente accertata. Senza far stampare sul biglietto da visita: &laqno;Revisionista» o la sciocchezza contraria, &laqno;Antirevisionista». Un revisionismo a tutto tondo, chiamiamolo così, sarebbe provvisoriamente spiegabile se si uscisse da una dittatura totalitaria, e si potesse finalmente cominciare daccapo con le verità disseppellite. Non è la condizione dell'Italia d'oggi, salvo che si sia perso il senso della misura. Prendiamo la controversia suscitata da una breve prefazione di Sergio Romano sulla Spagna franchista. Non vi si diceva molto di nuovo, anche in qualche espediente retorico, come la previsione (le previsioni sul passato sono sempre un po' retoriche) che la vittoria del Fronte avrebbe trasformato la Spagna nella prima repubblica popolare satellite dell'Urss. Un paradosso, dato l'esiguo peso relativo dei comunisti in Spagna, e soprattutto l'assenza dei confini comuni fra le future repubbliche popolari e i carri armati di Stalin. Nuovo, nel discorso di Romano, era (se non sbaglio) il giudizio secondo cui il carattere clericale reazionario, ma non fascista, del regime di Franco sarebbe provato dalla pacifica transizione alla democrazia, propiziata dallo stesso Franco. Una induzione puramente politica, e storicamente infondata. Romano ha presentato come un pregio relativo del franchismo rispetto ai fascismi ortodossi la semplice longevità del regime franchista. A differenza di Hitler e di Mussolini, Franco, che era restato (per un pelo) &laqno;non belligerante» nella guerra mondiale, è morto di vecchiaia; spettacolarmente anzi, se si ricordi quella sua agonia surgelata. Nel nostro tempo, dittature sono morte di vecchiaia: come quella di Augusto Pinochet in Cile, senatore a vita e in vita, di cui si può anche dire che abbia &laqno;preparato» una transizione alla democrazia accompagnata perfino dall'alto prezzo delle mele da esportazione. Si può guardare a queste longevità con apprezzamento o con amarezza ­ come succede a me: intanto erano morti ammazzati tanti miei amici cileni ­ ma di questo si tratta. L'allungamento della vita media di tutto, dittatura compresa.

Ho una provvisoria conclusione (chiamo pomposamente conclusione l'inevitabile fine della pagina). Mi rivolgo a Romano, il quale del resto ha negato di aver avuto intenzioni revisioniste, nel suo intervento spagnolo: ma stiamo alla vulgata corrente. Penso questo: che rivedere il passato debba indurci a guardare con uno sguardo postumo, per così dire, e a sua volta estraniato fino al revisionismo, le nostre idee assodate, e soprattutto le nostre scelte e comportamenti di oggi. Per esempio: lei e io abbiamo avuto idee, e comportamenti, opposti, negli scorsi anni, sulla Bosnia. Quando mi chiedevo che cosa fosse giusto dire e fare per Sarajevo, io mi sforzavo, senza illudermi, di figurarmi come ­ fra cinquantatré anni, non so ­ la cosa sarebbe stata rivista. A questo mi serviva ripensare al ghetto di Varsavia, o ad Auschwitz, e al modo in cui i loro contemporanei, le persone come lei e me, se permette, si erano comportati. Non crede che sia questo il punto? E che, forse, già ora si possa rivedere lealmente la storia dell'assedio di Sarajevo e della sua fine?

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati