Adriano Sofri
Volere la secessione è un'idiozia

PER CHI SUONA IL CAMPANILE. QUANDO L'APPARATO REPRESSIVO È SOSTITUITO DA GRIDE MANZONIANE
Ma non è reato. Né deve diventarlo con leggi speciali. E mettere in galera. i dirigenti separatisti sarebbe controproducente.



Con una quantità di buoi fuori dalla stalla, si comincia a discutere di come maneggiare una mobilitazione secessionista. Si chiede autorevolmente di picchettare la frontiera fra lecito e illecito. Magistrati e polizia assicurano di essere vigili e pronti. A fare che? Arrestare, processare e condannare autori di reati concreti, è ovvio di sì. Ma questo non fermerà un movimento. Anzi, come dopo la maldestra espugnazione di San Marco, gli farà da lievito, probabilmente. Mettere in galera i dirigenti di quel movimento, per istigazioni e oltraggi? È dubbio che sia legale, è certo che sarebbe politicamente insostenibile, e praticamente controproducente. La repressione può farcela solo quando è molto precoce e proporzionata: quando è sostituita da gride manzoniane, e poi arriva tardi e all'ingrosso, getta benzina sul fuoco. Niente sarebbe più fuorviante del fraintendimento storico secondo cui il terrorismo di sinistra fu battuto in Italia solo perché si passò alle maniere forti. Un paragone fra terrorismi di sinistra e avanguardismi secessionisti è stato tirato di qua e di là nei giorni scorsi, e con poco profitto. Prima di lasciarlo perdere, è bene indicare due differenze, una di quantità, l'altra di qualità. La prima è che, benché il terrorismo di sinistra non fosse affatto questione di pazzi isolati e banditi dal consorzio civile, la mitomania secessionista gode di una simpatia attiva e di un consenso passivo enormemente più vasti. La differenza di qualità è che le Br e gli altri gruppi concorrenti avevano di fronte uno Stato largamente compromesso col terrorismo di destra, e disposto anche a strumentalizzare ai propri fini le imprese del terrorismo di sinistra, ma non avrebbero mai potuto contare sul passaggio dalla loro parte di apparati armati dello Stato. Ciò che nel caso di un'eversione d'ordine e territoriale come quella leghista non può essere escluso. È notevole come sia passata inosservata la risposta di cordiali alpini di Bassano alla domanda di Michele Santoro: "Ma gli alpini resterebbero dalla parte dell'unità d'Italia?". "Sì, almeno il cinquanta per cento". Siamo ancora agli scherzi, più o meno. Ma quando Fabio Mussi alla Camera, dopo il campanile veneziano, si rivolge per la prima volta alla Lega avvertendo che i colpi di mano sarebbero reingoiati a suon di ceffoni, rievoca, se non ho capito male, uno scenario analogo allo scontro fascismo-antifascismo, che può diventare inevitabile, ma è il modo italiano di dire la guerra civile. Gli scontri al tribunale di Mestre ne sono stati una miniatura allarmante. La secessione era una freddura delirante per tutti, pochi anni fa. Ora ha messo su casa, affascina alcuni, spaventa e fa infuriare altri. I giochi di mano leghisti sulla moneta padana non facevano più danno di una partita a Monopoli: ma parole come &laqno;secessione» diventate moneta corrente cacciano le parole migliori, compresa quella già irrisoria, &laqno;federalismo». Il fatto è che la volontà di secessione è un'idiozia, ma non è reato: né deve diventarlo con leggi speciali. Reato sono i reati. Possono moltiplicarsi, e riempire qualche galera del Nord (con reparti strettamente separati: padani di qua, italiani e altri extracomunitari di là). La differenza fra l'impiego anche parossistico della violenza ­ di qua le stragi, di là Aldo Moro ­ e una ambizione di guerra civile sta nella partecipazione sociale, attiva e passiva, delle due parti (due, almeno). Le parti sono tanto più chiamate in servizio quanto più è in gioco il territorio, e addirittura la razza. Niente più maestri meridionali ai nostri bambini. È strano che si continui a deplorare la grettezza di un movimento che vorrebbe rovesciare il mondo per non pagare le tasse: il risorgimento tedesco, o come si chiama, nacque dalla combinazione fra una Lega doganale (Zollverein se il ricordo di scuola non m'inganna) e l'invenzione di miti e bandierine. Tasse, miti e bandierine vanno bene insieme. A distinguere le buffonate dalle tragedie è solo il conto finale dei caduti. Bastava ricordarsene per non dondolarsi sull'amaca delle Bosnie lontane e impensabili in Italia. E allora? Mah. Un punto scoperto della parata secessionista è la sua dipendenza così decisiva da un leader. Ne potrebbero venire cattivi pensieri: e nello stesso Bossi, così mattacchione, si direbbe che l'idea di un martirio di servizio non sia del tutto assente. Dio ci scampi. Potrà succedere che la richiesta di un referendum, così leggermente derisa, diventi un passaggio necessario. Certo, ci sono questioni enormi, costituzionali e sostanziali: e soprattutto che debba essere diritto di tutti gli italiani pronunciarsi sul vigore o la decadenza dell'Italia. Forse sto rimbambendo, ma penso che se un referendum puramente consultivo fosse stato organizzato in qualche modo con cabine pubbliche invece che con gazebo di Lega, la situazione sarebbe un po' migliore. Di fatto, il commento di Bossi alle elezioni milanesi, invalide perché ci sono troppi elettori meridionali, è di per sé un licenziamento in tronco di ogni democrazia. Ma il problema resta. Resta, soprattutto, la questione meridionale. Tracolli della finanza pubblica, accerchiamento della povertà mondiale, trame di rivalsa mafiose, e ritorni di orgoglio umiliato di persone per bene potrebbero suscitare uno scenario "albanese" al Sud. Lì, l'esercito italiano è stazionato da tempo.

 

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