Adriano Sofri
Nessuna cartolina da Sarajevo

Il regista Mario Martone ha presentato nella capitale bosniaca &laqno;Teatro di guerra». Un film in cui la città assediata è solo l'attesa di un appuntamento. Mancato, alla fine. Ma che stravolge la vita normale.

Tutti hanno sperimentato un effetto di straniamento: la sensazione di trovarsi contemporaneamente in un posto e altrove, di guardare alle cose ordinarie con uno sguardo distante, e forestiero. Il teatro, come un esilio, fa tesoro di questa doppia vita, e può succedere alla gente di teatro di guardare alla realtà come alla seconda vita. Tutti hanno sperimentato il modo in cui la vita ordinaria cambia quando si prende un appuntamento. Quando si ha un appuntamento, si prende una distanza dalla vita normale, e la si vede con occhi nuovi. Sarajevo è stata, per qualcuno, negli anni dell'assedio, un appuntamento. Anche per me, e ho reso doppia la mia vita per alcuni anni. Ma a un appuntamento si può essere fedeli anche mancandolo, e lasciando che riveli fino in fondo l'altro aspetto della vita ordinaria che continua. Questa sensazione rende bellissimo il film di Mario Martone dedicato a Sarajevo, Teatro di guerra. Martone voleva fare qualcosa per Sarajevo ­ o così credeva: voleva infatti che Sarajevo facesse qualcosa anche per lui e i suoi. Il teatro, sperava, serve da avvicinamento: dunque anche da distanza. Sarajevo non aveva questa colpa di essere troppo vicina e troppo lontana? La prima cosa che Martone decise fu che non avrebbe mostrato nessuna immagine di Sarajevo. &laqno;Ormai è una cartolina» gli aveva detto amaramente un giovane scrittore bosniaco. La cartolina quotidiana delle stragi. Mi ricordo il giorno in cui, su uno dei banchetti desolati della città vecchia, vidi un pacco di cartoline di Sarajevo, le cartoline di prima, e le comprai tutte, per metterle in salvo, spaventato di non trovarne più.

L'idea positiva è di mettere in scena I sette contro Tebe di Eschilo, &laqno;che tratta di un assedio e di una guerra fratricida», e di girare insieme le prove, la vita degli attori, e del quartiere che le si muove intorno. La Napoli di Martone, che nei suoi appunti la chiama &laqno;una città europea come tante altre», forse per smussare la tentazione, blasfema e rivelatrice insieme, di far risultare subito anche Napoli una città assediata e fratricida. La scelta di Eschilo mi era sembrata rischiosa. Poteva accomodarsi all'interpretazione della guerra civile e anzi fratricida che non voleva distinguere gli assedianti dagli assediati, né reagire. Pensavo anche al contrasto fra l'Antigone seppellitrice e gli infiniti funerali musulmani di Sarajevo, dai quali le donne restano lontane, in casa, a piangere, dopo aver accudito i loro morti. Ma l'Eschilo che Martone mette in scena in abiti e fragori moderni, ha il testo originario, senza alcuna correzione: è la tragedia greca della città assediata che la compagnia vuole portare da Napoli a Sarajevo. (Dice un'attrice, la brava Iaia Forte, la più moralista, che nel film fra poco diserterà l'impresa per non rinunciare a un'occasione commerciale: &laqno;Con questa gente che sta nelle condizioni in cui sta, con la guerra e tutto, vai lì e gli porti il testo di Eschilo, in italiano, integrale...»). È questo il riparo dell'intenzione di Martone, poiché è impossibile proporsi altro: persone di teatro che portino il loro spettacolo sulla città ferita a morte che continua a fare teatro, a lume di candela, nel fragore delle bombe. La domanda che corre attraverso due anni di lavoro di teatro e di cinema è quella che tutti coloro che hanno avuto il cuore stretto da Sarajevo si sono fatti: puoi immaginare una città assediata, bombardata, fucilata? &laqno;Come se» a Firenze, &laqno;come se» a Roma, &laqno;come se» a Napoli... Una volta che la domanda sia stata formulata, Napoli, Firenze, Roma diventano un po' Sarajevo. &laqno;Come se»: forse non si andrà a Sarajevo, ma Sarajevo è venuta qui, è il nostro appuntamento. La piccola e fortuita comunità che il teatro di Martone (e del suo alter ego nel film, Andrea Renzi) tiene insieme sembra minacciata anche lei dall'esplosione, mandata in pezzi dalle vicende dei suoi membri, altrettante solitudini e storie finite o mancate. E attorno, come in onde di deflagrazione via via più larghe, i maneggioni del teatro sovvenzionato e applaudito, il cannibalismo dei malavitosi e l'imminenza di prostituzione innocente delle ragazzine, i padri in ospedale che chiedono di aprire una finestra, le madri in ansia che telefonano di stare attenti.

Tutto normale, anche la retata della polizia che sequestra gli attori con le loro armi giocattolo, anche il piccolo boss simpatico e morto ammazzato. Tutto normale, se non fosse per quell'appuntamento fissato con Sarajevo, che da solo trasforma tutto e tutti, Eschilo e la redazione del giornale locale, e il gesto del padre malavitoso che mette al collo della ragazzina, di nascosto dalla madre, una collana d'oro ricettata, e il gesto della madre povera che nella cucina di casa dà un po' di soldi al figlio attore, raccomandandogli di non dirlo al padre. Quell'appuntamento, forse, fa sì che dietro ogni persona, ogni gesto, ogni paesaggio, si intraveda la fine, la devastazione, improvvisa e inspiegabile: un'ultima volta delle cose. Come a Sarajevo. Perciò non ci si andrà, a Sarajevo. Anzi, la notizia finale che impone la rinuncia ­ l'amico regista sarajevese è morto colpito da una granata ­ è forse superfluamente simbolica e patetica: forse non ce n'era bisogno. L'altro giorno però il film è stato presentato a Sarajevo incontrando un'accoglienza commossa. Non credo che la commozione dipenda reciprocamente dalla sensazione di un appuntamento realizzato. È tardi: Sarajevo non è quella &laqno;di prima», né quella dell'assedio, e neanche gli attori italiani del teatro di guerra sono quelli di prima. Sono come visitatori che raccontino a bassa voce a chi è scampato a una sventura, che si è pensato a loro, e che la loro sventura ha messo sottosopra la vita normale. Anche i sarajevesi assediati infatti avevano tenuto in cuore un appuntamento con qualcuno, nel mondo normale, e ci avevano fatto affidamento: salvo lasciar cadere quell'attesa sempre più in fondo, fino a spegnerla, e a sentirsi soli.

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