Adriano Sofri
A proposito di parole. E di pietre

PROMEMORIA PER BOSSI. QUANDO SI È LINGUISTICAMENTE RESPONSABILI
La Lega non può chiamarsi fuori dall'assalto a San Marco. Anche se ciascuno è mandante di se stesso.



C'è un rapporto fra la scalata balistica dei discorsi di Bossi (le pallottole che costano 300 lire, i kalashnikov da oliare ecc.) e l'arrampicata al campanile di San Marco? La domanda ha riacceso una discussione sulla relazione fra parole e fatti. Ho avuto modo di dire anch'io la mia, e di riscuotere qualche approvazione più o meno inaspettata, di cui ringrazio: ma ho l'impressione che sia sfuggita una parte essenziale di quello che penso. Dunque ci torno su. Dando prima ovviamente ragione a chi avverte che non si può ridurre la distanza fra parole e fatti fino a farli coincidere, e a rendere le parole direttamente responsabili dei fatti che pretendono di realizzarle. È bene ricordare che le parole non sono pietre, e le pietre non sono parole, per non riesumare, penalmente e moralmente, l'addebito che fino a poco fa aveva il nome di reato di plagio, e anche dopo espunto dal codice penale, circola nella società civile, cioè nei titoli di giornale, col pigro nome di "cattivi maestri". Detto questo, è evidente che fra le invettive incendiarie di Bossi e i facsimili di artiglieria c'è un rapporto, e che Bossi non può ritenersi irresponsabile, linguisticamente, cioè moralmente, di Buson e Barison. Il punto mancante della discussione sul rapporto fra parole e atti è che la generalità degli intervenuti sembra immaginare che essa riguardi solo il rapporto fra persone che maneggiano parole e persone che maneggiano fatti: dunque fra leader politici, come Bossi appunto, e seguaci, Buson, Barison ecc.; fra maestri e allievi; fra intellettuali e manovali; e perfino, nella più ignobile delle situazioni, fra mandanti ed esecutori. Così anche le mie osservazioni sono interpretate come il frutto di una meditazione su ciò che un intellettuale ed ex leader politico ha sperimentato nel passaggio fra le sue parole e le azioni di altri. Questo è senz'altro un problema, ma non il principale problema. Quello che di più importante e perturbante a me pare di aver capito riguarda il rapporto fra parole e fatti, fra pensieri e azioni, non nel passaggio da noi ad altri, ma dentro ciascuno di noi. È il significato contenuto nel binomio credente-praticante, binomio strano, perché la qualità di praticante viene riservata alla frequentazione di precetto, più che alla pratica morale. La mia esperienza politica, e di tanti altri che furono giovani nello stesso periodo, ebbe alla radice proprio la ribellione alla distanza ipocrita e offensiva fra le parole e i fatti nelle chiese che reggevano la vita adulta e pubblica ­ la chiesa cattolica, la chiesa comunista ­ e la decisione di ricongiungere ciò che era così farisaicamente separato. L'insopportabile separazione fra parole e fatti si manifestava allora in due modi principali: la distanza fra predicare e razzolare, e la distanza fra chi non lavorava e chi faticava. Nell'Italia appena inurbata e salita in auto, l'incoerenza fra parole e fatti era sorretta da pilastri robusti e simmetrici come la tradizione di un cattolicesimo fatto di esteriorità e di indulgenze a buon prezzo, e di un comunismo gretto e fiero della sua doppiezza. Nei giovani, e in genere nelle persone di fede, lo scandalo contro l'incoerenza spinge all'urgenza dell'azione. Si prendono sul serio le parole, le si rilegge come per la prima volta, si restituisce senso a ogni libro sacro, a ogni Vangelo, a ogni Manifesto comunista. Si ripristina così una personale e collettiva filologia sacra: ma per gettarsi nell'azione. In quella temperie, insulse parole d'ordine proverbiose ­ come il Fidel Castro del &laqno;dovere di ogni rivoluzionario è fare la rivoluzione» ­ sembravano rivelatrici di fronte a partiti che non avevano smesso di cantare la canzone rivoluzionaria, ma non si sognavano neanche di ballarla. Non di parole i giovani avevano sete, di fronte alla fame nel mondo, o al Vietnam: ma di pietre. Per questo litigai con Palmiro Togliatti, in un episodio altrimenti irrilevante, e diventato famoso solo per l'impressione di lesa maestà che ne ricevette il conformismo del tempo.
Dunque, lungi dall'interrogarsi sul rapporto fra le proprie parole e i fatti altrui, ciascuno di noi chiedeva a se stesso, magari segretamente, se sarebbe stato pronto alle azioni cui le parole della sua fede lo impegnavano. Se avrebbe avuto coraggio e capacità di sacrificio. Questo è un punto essenziale, allora e, penso, ancora oggi. Che chi prende sul serio sé e il mondo impegna se stesso alle parole in cui decide di credere. Ciascuno, si scusi la formula grossolana, è mandante di se stesso. Un fanatismo può venire anche da questa intenzione di coerenza, da un eccesso di pretese delle parole. E anche dall'idea corrente che siano gli eccessi dei fatti a dover essere corretti e riportati alla misura: e invece, superata una soglia di guardia, a riacchiappare i fatti possono essere solo i carabinieri. Perciò bisogna disporsi a una correzione dalla parte delle parole: non solo una loro dieta e una retrocessione, per dir così, da assalti troppo spavaldi: ma una radicale critica del loro linguaggio. So che questo ricorda rischiosamente i feticci della &laqno;correttezza politica», e che le parole devono pur conservare una loro licenza. Penso a un'ecologia di parole e slogan, e dunque dei pensieri. Conclusioni provvisorie. È un'illusione preoccuparsi solo delle azioni che, prendendo troppo alla lettera i proclami di Bossi, seguaci entusiasti e "deboli" si inducano a compiere. L'impulso a far corrispondere i fatti alle parole è anche degli animi forti. Inoltre, può succedere a Bossi di restare per primo prigioniero delle sue parole: una volta pronunciate ­ secessione, guerra ­ sono parole che obbligano lui, e se lo trascineranno dietro, se qualche provvidenza non arrivi, in fondo a fatti che gli si annunciano fatali e grandiosi, e saranno solo tristi e brutali.

 

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