Adriano Sofri
Sciascia, Pasolini e la fraternità

CRONACHE, ROMANZI, POESIE. CERTE PAROLE NON SI USANO A CUOR LEGGERO.
Viaggio disincantato nel dolore di Pasolini per l'uccisione di suo fratello. Che cosa veramente disse il poeta sulla generazione del '68.


Nel febbraio del 1945, alle malghe di Porzus, in Friuli, una formazione di partigiani comunisti italiani, legati ai titini sloveni, attirò in una trappola un gruppo di comandanti e partigiani della divisione Osoppo, composta da azionisti, liberali, democristiani, monarchici antifascisti. Fra i trucidati, alcuni dei quali vennero prima torturati ferocemente, c'era il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido, vent'anni. Di tempo in tempo, la memoria di quel massacro riaffiora. Tre anni fa il Corriere aveva intervistato, in Slovenia, il vecchio responsabile dell'eccidio dei partigiani &laqno;bianchi»: &laqno;Tutti balordi». Ora Fausto Biloslavo ha ricostruito la strage di Porzus per Storia illustrata, intervistando il generale Aldo Bricco, che era allora capitano degli osovani, e scampò fortunosamente alla morte dopo essere stato ferito gravemente. Il Foglio ha anticipato il saggio, compresa una poesia che Pier Paolo Pasolini dedicò a Guido, presentata come inedita: ma, se il ricordo non mi inganna, già nota e pubblicata: &laqno;Porzus, lacrima dai crinali ... a Porzus non c'è che azzurro». È appena uscito, anche, un bel romanzo di Carlo Sgorlon, La malga di Sîr (Mondadori), che racconta i destini che si incrociano in quella terribile strage. Il Friuli di Sgorlon, gremito di lingue, di capovolgimenti di fronti e frontiere, di occupanti antichi e nuovi, è tirato come verso una tentazione dalla sua anima slava, protervia stalinista e pazienza tolstoiana. L'evocazione di Guido Pasolini è nel libro lieve, e senza allusioni a Pier Paolo. Nella vita di Pier Paolo quella tragedia fu fatale. Guido era il suo fratello minore.

Pier Paolo aveva diciannove anni, racconta con delicatezza Nico Naldini (Un paese di temporali e di primule, Guanda 1993), quando: &laqno;Alcuni ragazzi hanno raccontato qualcosa sul conto di Pier Paolo e Guido li ha sentiti. La scazzottata che ne è seguita ha portato Guido in ospedale con una commozione cerebrale». Guido, appena quindicenne, si era dunque fatto paladino del fratello maggiore. Poi, Guido si farà ardito partigiano, e morirà assassinato. Per qualche mese sua madre e Pier Paolo non lo seppero: in quell'intervallo Pier Paolo ebbe le sue prime esperienze d'amore.

Non è vero che Pasolini fosse reticente verso i responsabili della strage. &laqno;I miei compagni comunisti farebbero bene ad accettare la responsabilità, e prepararsi a scontare, dato che questo è l'unico modo per cancellare quella macchia rossa di sangue che è ben visibile sul rosso della loro bandiera» (lettera al Mattino del Popolo, 1946). Tanto più angosciosamente significativa è la sua scelta di stare dalla parte di quel rosso. Gli aveva scritto, Guido: &laqno;Ti mando una copia del programma del Partito d'Azione e al quale ho aderito con entusiasmo». Pier Paolo dovette ignorare il programma, e trattenere quella parola &laqno;entusiasmo». Essa gli appare la chiave del destino di Guido. Pier Paolo si sarebbe portato dentro l'amore e l'ammirazione per quell'entusiasmo, e insieme una distanza e un'estraneità dolorosa. Nel 1972, Pier Paolo scrisse parole (a proposito di Lotta continua, del resto) che evocavano esplicitamente, con lo spirito del '44-45, un sentimento da fratello maggiore: &laqno;Mi sembra che la tensione rivoluzionaria reale ­ la stessa che nei lontani '44-45, così pura e necessaria allora ­ sia vissuta oggi dalle minoranze di estrema sinistra». E negli stessi versi de Il Pci ai giovani ­ quelli su Valle Giulia e i poliziotti, più citati che letti ­ si leggeva anche: &laqno;Chiedo perdono a quei mille e duemila giovani miei fratelli che operano a Trento e a Torino, a Pavia e a Pisa, a Firenze e un po' anche a Roma...». Nell'Apologia che accompagnava i versi, Pasolini parlava così dei giovani fino alla sua generazione:

&laqno;Esclusi per un trauma: e prendiamo come un trauma tipico quello di Lenin diciannovenne che ha visto il fratello impiccato dalle forze dell'ordine». Qui il rimando è insieme riservato e trasparente. Il futuro Lenin aveva diciassette anni quando il suo fratello maggiore, Aleksandr, fu giustiziato per aver partecipato a una cospirazione per uccidere lo zar Alessandro III. Il trauma di chi ha visto giustiziare il proprio fratello: nella misteriosa proiezione di Pier Paolo, e con quel rovesciamento delle parti, il richiamo &laqno;fraterno» a Lenin, così impolitico, così intimo tornò molte volte.

Qualche tempo fa avevo ricostruito una biografia parallela di Pasolini e Leonardo Sciascia, un cui fratello era morto suicida, venticinquenne, nel 1948. Evento riservato, nella vita di Sciascia: ora il libro di Matteo Collura (Il maestro di Regalpetra, Longanesi 1996) lo racconta accuratamente. Sciascia per certo sapeva del fratello di Pasolini: del reciproco, non so, ed è improbabile. Sta di fatto che quando Sciascia dedica a Pasolini, morto ormai da tre anni, le prime pagine de L'affare Moro, &laqno;come riprendendo dopo più che vent'anni una corrispondenza», impiega per ben due volte, nel giro di due righe, la parola: fraterno. &laqno;Fraterno e lontano, Pasolini per me. Di una fraternità senza confidenza, schermata di pudori...». Fraterno, non è parola che si usi a cuor leggero. Nel caso del messaggio postumo di Sciascia a Pier Paolo Pasolini non è stata usata per caso.

© Arnoldo Mondadori Editore-1997
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