Adriano Sofri
È l'uomo il vero terremoto

NATURA MATRIGNA. RIFLESSIONI DOPO IL SISMA IN ITALIA E GLI INCENDI NEL SUD-EST ASIATICO
Molte sono le cose che fanno meraviglia e spavento. Ma nessuna quanto gli umani.



Arriva il terremoto, e si riscopre la vulnerabilità delle creature umane e la friabilità dei loro monumenti. Si riscopre la natura. A volte è solo una caricatura, come nei titoli e nei predicozzi sulla natura cinica e spietata, come già nell'estate appena trascorsa, nella valanga di titoli sulla &laqno;montagna killer». C'è una memoria scolastica che torna su: la natura non madre benignissima ma maligna, &laqno;madre di parto e di voler matrigna». Memoria leopardiana: prima di Piero Angela, generazioni di scolari sentivano nominare la natura solo con la lettura forzata del Dialogo della Natura e di un Islandese. Anche la parola terremoto va a ruba nei titoli di giornale: terremoto a Wall Street, o a Palazzo Chigi. Una volta ci provai anch'io, per alludere a una politica antisismica: &laqno;Vivere col terremoto». Poi mi accampai in una baracca spirituale, e ci sto ancora, salvo che mi hanno chiuso dal di fuori. Essere chiusi a chiave quando la terra trema fa più paura, perché non si può scappare; e fa anche desiderare, senza volere, che il terremoto butti giù tutto, come Sansone. A prenderla sul serio, la natura fa le veci di Dio, per i poeti e anche per i materialisti: e può apparire benevola o indifferente e distruttrice. Chiamarla matrigna è come bestemmiarla, protestare contro la sua promessa tradita, contro l'infelicità che opprime chi non ha scelto di venire al mondo. Porco mondo, diciamo. Si bestemmia per sfogarsi un po', e per impotenza. La maledizione è il complemento della preghiera. La terra trema, e abbatte le vite e le case dell'uomo, e riduce in polvere in un'ora sola opere superbe di secoli. Ci vediamo d'improvviso piccoli, come granelli di quella polvere. Dalle prime astronavi, l'unico manufatto umano che si vedeva era la Muraglia cinese. Però noi prendiamo un aereo, e guardiamo lo spettacolo delle nuvole dall'alto in basso. Fino a poco fa, era privilegio degli dei, e neanche. L'Olimpo è una mezza montagna, in cui le nuvole basse s'impigliano tutt'al più alla cima. Abbiamo fatto di tutto per innalzarci sulla natura, e avvilirla. Abbiamo fatto sferzare il mare, abbiamo oscurato il sole con miriadi di frecce. Stiamo colonizzando gli altri mondi, e raccogliamo già le prenotazioni. Viene il terremoto, e rivediamo il panico e il pianto, e il muggito delle mandrie e il buio e il freddo. Così siamo ammoniti a tornare al nostro posto, di atomi insignificanti, e la natura al suo, di gigantessa distratta. Si ricorda il Voltaire del terremoto di Lisbona, si ricorda che esiste la disgrazia, e il dolore, e il male. Giusto. Ma c'è qualcosa di intempestivo in questa replica della rivelazione della piccolezza e caducità umana. Il fatto è che l'uomo ha davvero violato e sottomesso la natura. La ritorsione della natura ferita, terremoti compresi, è ormai poca cosa di fonte ai disastri naturali prodotti per mano umana. Mentre la terra trema nelle affabili Marche e in Umbria, il Sud-est asiatico è soffocato dal fumo degli incendi appiccati alla foresta per far posto alla coltura di palme da olio. Milioni di reclusi in casa, imbavagliati da mascherine, chiusi i posti di lavoro, aerei che precipitano, navi che si scontrano. È la natura che si vendica, o il nostro trionfo? &laqno;Per colpa della siccità e del ritardo dei monsoni», diciamo: suona come se attribuissimo alla siccità l'incendio di Roma e quello del Petruzzelli. Il secolo scorso temette la morte del sole e se la figurò. Noi monitoriamo momento per momento il buco nell'ozono e l'abbiamo fatto noi. Apparteniamo alla natura, animali fra gli altri animali. Per tanto tempo l'abbiamo sfidata perché l'abbiamo temuta. Era spaventosa, e noi siamo stati audaci. Ci ha fatto patire fame e sete, malattie e morte precoce, freddo e caldo. Abbiamo avuto vittorie lente, combattute, e disfatte improvvise che ci riprecipitavano all'inferno. Allora le chiedevamo perdono strisciavamo come vermi. Fuggivamo come lepri: poi, passato il pericolo, tornavamo a sporgerci sull'orlo del cratere. Volevamo prenderci il primo posto, battere i pugni sul petto e ululare sulle carcasse delle nostre prede, chiamare a duello il cielo stesso: ma sapevamo che la natura era la nostra sovrana e il nostro limite insuperabile. La consumavamo, la rosicchiavamo, perché la conoscevamo inesauribile. Un pentimento accompagnava le nostre imprese: mangiavamo i suoi frutti e ce ne sentivamo in peccato, mettevamo la scure al piede dei suoi alberi, e ce ne scusavamo col berretto in mano. Eravamo robusti, ma effimeri come insetti, mentre la natura è perenne, o è come se lo fosse. Ma anche lei ha una sua storia, si trasforma e si consuma: ma così lentamente che al nostro occhio resta immobile. Nelle sezioni delle sue sequoie fossili tutte le nostre scoperte e guerre e rivoluzioni occupano pochi centimetri. Sapere che il mondo, così com'era cominciato, sarebbe finito, ci metteva un peso sul cuore. C'era questo alla fine: il nulla. Però andavamo avanti: nel giro di un secolo, ci sembrò di liberarci del freddo e del caldo e del buio, di debellare le malattie e la bruttezza. Altrove la fame mieteva ancora, e vecchie e nuove malattie infuriavano, e tuttavia diventavamo sempre più numerosi. Milioni morivano agli ordini di un dittatore o in piccole guerre locali, e i conti dei demografi non se ne accorgevano nemmeno. Avevamo strappato alla natura i segreti atomici e messo a repentaglio il pianeta con la minaccia della nostra mano armata. Eravamo noi a far da limite alla natura, per la prima volta. Poi non ci fu più bisogno di armi. La nostra mano inerme e pacifica bastò ad avvelenare l'aria e l'acqua. Sorella aria, sorella acqua. La nostra monnezza riempie il cielo. Ecco: la parabola antica del terremoto che ci riammonisce della nostra piccolezza e della smisurata potenza della natura, diventa una favola edificante fuori luogo. Sono spodestati, terremoti e alluvioni e vulcani: fuochi d'artificio per le telecamere degli amatori. Molte sono a questo mondo le cose che fanno meraviglia e spavento: ma nessuna quanto l'uomo. Non occorre tornare umili: abbiamo noi il primato, e sia pure quello finale. Abbiamo addebitato la creazione dal nulla a un Dio: metteremo in conto noi la distruzione nel nulla.

 

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