Adriano Sofri
Notizie su un carcere. E su un cerino

Tutto nella prigione deve essere brutto, dal letto all'intonaco. Di bello entra solo abusivamente un pugno di cose: ritagli di nuvole, qualche uccello che si è sbagliato.

Sono in debito di una lunga fila di ringraziamenti agli artisti, uomini e donne, che hanno dedicato tempo e talento ai miei compagni di sorte e a me. Avendo alcuni fra loro come antichi amici personali, so come il mestiere di artista vada con naturalezza assieme alla generosità e al gusto della libertà. La mia riconoscenza è resa più vivace dal fatto che il carcere è un luogo di ricercata bruttezza. Non chiamerò in causa una nozione ingenua di bellezza, cui peraltro sono affezionato. Ho appena ricevuto il catalogo di una mostra milanese sulle Estetiche cannibali. Resta comunque una differenza insuperabile col cannibalismo anestetico della galera. Della rappresentazione del sangue che corre non si sente, qui, la mancanza. L'autolesionismo, diventato raro fra gli italiani, è in gran vigore fra i giovani detenuti maghrebini. Tagli per lungo e per largo, ferri ingoiati: la passeggiata estiva è una mostra di nudità slabbrate, una mappa geopolitica di cicatrici maldestre e mediocri tatuaggi e bocche sdentate. Le voci ammonitrici del nostro tempo non amano distinguere fra carceri di disgraziati, dove essere autorizzati a un paio di telefonate di cinque minuti al mese è un'impresa, e carceri speciali, dove a quanto pare entrano i telefonini; interessante capovolgimento della sicurezza e dei suoi criteri. Quando queste voci insistono sulla necessità che la pena sia &laqno;afflittiva», colgono bene la questione. Parlare di carcere duro è ancora un modo di rispettare la dignità creaturale dei suoi ingabbiati. Nel termine di afflizione c'è invece un sadismo untuoso, una compunzione di origine sacrestiale e penitenziale che, trasferita nella prigione di oggi, ha piuttosto a che fare con la bruttezza. Affliggere con la bruttezza. Giorni fa ho visto in una rubrica tv d'arte che ci sono galere ornate da opere di artisti contemporanei. È probabile che decorino l'esterno delle carceri: e forse è meglio così.

Si odia la bruttezza sistematica del carcere, ma sarebbe grottesco immaginarne un abbellimento. Lo dico per esperienza personale. Ho cura di tener pulita la cella, per interesse igienico, ma evito di ridurne la bruttezza. Benché passi tanto tempo, anzi proprio per questo, voglio custodire un'estraneità fatta di ripugnanza verso la mia gabbia. Certo, ho le mie debolezze, e può succedermi di rubare due margherite gialle oltre il reticolato del passeggio, e metterle a durare in uno dei bicchierini di carta in cui noi beviamo; e di incollare ­ anche il Vinavil è proibito ­ a un mobiletto di falsa formica un pastello di bambini. Si può far domanda di reimbiancare i muri: io non lo faccio. Il muro resti scrostato. Ho solo chiesto a un amico lavorante di dare una mano di bianco, di straforo, al pezzo di muro accanto alla branda, per distinguere le zanzare vive da quelle già schiacciate quando di notte, alla luce di un accendino, devo vendicarmene. Ad altri detenuti il mio atteggiamento può sembrare una fisima, e infatti si arrangiano a migliorare le loro celle, riempiendole di calendari salesiani e pin-up. Fanno portaceneri dai fondi di bottiglia di plastica, con dentro l'acqua, per spegnere le cicche. Negli stessi fondi di plastica sono calzati i piedi delle brande di ferro, perché facciano meno rumore quando li si sposta un po' per rifare il letto. A rifare il letto i prigionieri sono maestri, come i marittimi, con un sistema di nodi: come se si trattasse di immobilizzare tutto, per il caso di una tempesta improvvisa. Preferisco usare le lenzuola di ordinanza, e non farmele portare da casa: non per solidarietà coi detenuti poveri e senza famiglia, cioè, ma per tener vigile il mio disgusto. Naturalmente, sono lenzuola ordinarie, a volte sdrucite o mal lavate. Quando arrivai, un ragazzo si sforzò di dissuadermi dall'impiegare le lenzuola della &laqno;casanza». &laqno;La stoffa delle federe ti strappa i capelli» disse, serio. Mi divertii molto. Probabilmente era vero.

Persino il cemento del carcere è un brutto cemento, per così dire. Della ricercata bruttezza del luogo fa parte l'interdetto tassativo contro ogni esistenza naturale, animale o vegetale. Ragioni di sicurezza? Macché. La sicurezza non è il fine, ma il pretesto per realizzare un'appassionata devozione alla bruttezza. Del resto, come potrebbe essere altrimenti in luoghi che negano la stessa vista del cielo notturno, dal pomeriggio fino al giorno fatto? Di naturale, e di bello, in carcere, arriva abusivamente un pugno di cose: ritagli di nuvole in cammino, qualche lunatica comparsa della luna in pieno giorno, lo scroscio di una pioggia notturna, il grido di una civetta, qualche seme d'albero che scavalca col vento il muro di cinta, e cresce fino a sbucare tra le grate di un tombino. Perfino gli uccelli sembrano evitare il cielo del carcere, e quando ci capitano sopra guizzano via allarmati, come se si fossero accorti dello sbaglio. In cambio, i prigionieri tengono la testa in su, ai voli di aerei e di uccelli: e c'è qui con me un toscano anziano ed esemplare, cacciatore all'antica e conoscitore provetto di selvaggina di terra e d'aria, che sta a guardare i rari voli, come esuli pensieri, e ha giurato, quando uscirà, di non sparare mai più a un uccello. C'era una volta un'arte carceraria, sorella di quelle della marineria e dei conventi, fatta di pazienza, esattezza e di tempi lunghi: l'arte delle navi di zolfanelli e di stuzzicadenti, delle gabbiette e delle nasse. Finito anche questo: stroncato dalla tv e dai regolamenti, che sono oggi più stupidamente restrittivi, spesso. Io sono stato, oltre che carcerato, visitatore di galere smesse e attive in tante parti del mondo. In un penitenziario che era stato dei più famigerati, la galera di Ushuaia all'ultimo confine della Terra del Fuoco, era stato lavorato da un ergastolano, e ora è custodito nel museo, un cerino: sulla carta cerata del gambo quello sventurato aveva trascritto il ritornello dell'inno nazionale argentino, che esalta la libertà. Nel museo, una spessa lente di ingrandimento permette di discernere quel testo certosino. È difficile guardarlo senza piangere.

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