Adriano Sofri
Perché in carcere si muore

Tre suicidi in un solo giorno, un sabato di primavera, in tre diverse prigioni d'Italia. La galera è una violenza corporale che restituisce a una frase metaforizzata il senso originario: rende la vita impossibile.

Mentre scrivo è lunedì. Sabato scorso si sono suicidate in carcere tre persone ­ almeno, tre sono i suicidi di cui ho trovato notizia sui giornali (la maggior parte dei suicidi in carcere non guadagna infatti le cronache nazionali). Edoardo Massari, 34 anni, sbrigativamente definito &laqno;ecoterrorista», si è impiccato in cella alle Vallette di Torino, dove era detenuto con un'accusa di fiancheggiamento verso gli attentatori a luoghi della Val di Susa collegati all'Alta Velocità. Di questa morte si è parlato, perché il giovane aveva dei compagni, che hanno fatto l'esperienza, terribile sempre, sconvolgente soprattutto per una comunità giovanile chiusa, della perdita di uno dei loro dentro quelle istituzioni che sentono ingiuste e violente. La severità con cui Massari e i suoi amici sono stati trattati, e che lui ha volto nella decisione estrema, fa un peculiare effetto se la si accosti a quella Alta Velocità (con le maiuscole, nome di divinità corrente) che gli esperti assicurano costituire il più colossale ed esplosivo degli Affari Sporchi dell'Italia contemporanea. Nello stesso giorno si è suicidato nel carcere di Saluzzo Luca Caire, ? anni e una serie di condanne per piccoli reati». &laqno;Orfano». Era stato riarrestato il 2 marzo per un furto d'auto. Ha usato il metodo diventato più abituale: la testa chiusa in un sacchetto di plastica con la bomboletta di gas aperta.

Nello stesso giorno, si è suicidata nel carcere di Trani una detenuta, che aveva lo stesso cognome dell'anarchico torinese, Teresa Massari, e la stessa età, 34 anni. Lei si è impiccata con un lenzuolo. Aveva una bambina di due anni, sarebbe tornata in libertà il prossimo luglio. Non ho rifatto il conto di un sabato di primavera per farvi impressione, benché sia impressionante. Ma per fare un ragionamento. Gli animali non si suicidano Il ministero della Giustizia fa sapere spesso di porsi il problema dei suicidi in carcere. Il rimpianto direttore per i penitenziari, Michele Coiro, gli aveva dedicato un'attenzione particolare, e se ne mostrava francamente angosciato. Non dubito che la stessa pena tocchi anche il suo successore e gli altri dirigenti dell'amministrazione penitenziaria. Essi si pongono la domanda: perché tanti suicidi in carcere? Se la pongono con loro i medici penitenziari, i pochi educatori, i pochi sacerdoti. Mi permetto di suggerire che questa domanda è infruttuosa. Non solo perché ogni domanda sulle ragioni di un suicidio deve accettare di limitarsi, e di arrestarsi alle soglie di una spiegazione esplicita che resta inattingibile all'autore stesso del suicidio, come avvertiva Primo Levi. Primo Levi, che aveva pensato molto a ciò di cui parlava, come il suo compagno e antagonista Jean Am&eacutery, ricordava anche che &laqno;in lager il suicidio era praticamente assente». Così come gli animali non si suicidano (ammesso che sia vero), nella estrema lotta per sopravvivere la libertà di scegliere la morte non è consentita. Levi era soprattutto tormentato dalla morte volontaria di quelli che sono scampati e ritornati: la morte che lui scelse per sé. Non voglio istituire similitudini fra lager e carcere, non bestemmio: al contrario, voglio tirar lezione dalla differenza. La vera domanda è: perché tutti &laqno;gli altri» sopravvivono?

Intanto, osservo però che probabilmente né il ministero, né alcun altro ente, hanno mai pensato di raccogliere dati sui suicidi di ex detenuti tornati in libertà. Sono persuaso che questi dati (difficili, certo, da accertare) mostrerebbero che di carcere si muore fuori ancora più di quanto non si muoia dentro. Ma il punto che più mi sta a cuore del ragionamento è questo: che la morte volontaria in carcere solo molto impropriamente può essere annoverata fra i suicidi. Sarei tentato di dire che sta tra il suicidio e l'omicidio, almeno l'omicidio colposo. La prigionia corporale, e il modo in cui si applica ora dopo ora, notte dopo notte, anno dopo anno, sono una violenza che mira, al di là di ogni proclamazione retorica o benintenzionata, a rendere la vita impossibile. La galera restituisce il suo senso originario a questa frase: rende la vita impossibile. Ecco dunque che cosa potrebbe tentare un'amministrazione penitenziaria che volesse fare un passo avanti, concettuale, almeno. Smettere di chiedersi perché tanti detenuti si suicidino, e interrogarsi su perché tutti &laqno;gli altri» non si suicidano. È questo il mistero, è qui la verità nascosta da far riaffiorare dalla stupidità abituale in cui è sprofondata, e da far luccicare in favore degli esseri umani e della loro tenace resistenza. Quali risorse, quale pazienza, quale sopportazione del dolore, quale aspettazione consentono di tirare avanti nonostante e contro la galera. Chiusi in gabbia, destinati a essere braccati e ricatturati sempre come animali di zoo, umiliati nella dignità, oltraggiati nell'intelligenza, castrati e mutilati nel corpo ­ che cosa conserva in costoro un attaccamento alla vita più forte dell'induzione metodica alla morte che respirano con ogni boccata della loro aria? Ogni anno alcune decine di prigionieri, corrispondendo a ciò per cui la galera è ordinata, si uccidono. Ogni anno, in modo abnorme e incomprensibile, alcune decine di migliaia sopravvivono. Mi diano retta le autorità, e non scambino la mia lucidità per un paradosso: indaghino sulle ragioni dei suicidi mancati. Se seguiranno questo filo, arriveranno lontano.

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