Adriano Sofri
La mia vita in due metri per tre

BILANCI. DIARIO DI UN ANNO DA PRIGIONIERO
Come un cervo volante in una scatola di fiammiferi: fra pacchi di ritagli e il ricordo di una carta geografica strappata durante una perquisizione.


Faccio anch'io il mio bilancio di fine anno, pubblico. È singolare come possa essere pubblica l'esistenza di uno chiuso in gabbia. Separato a doppia mandata e tripla e decupla dal mondo di fuori, che però, volendo essere rassicurato da quella reclusione, sa con certezza una quantità di cose. Sa dov'è: di una persona a piede libero ci si chiede se sia a casa, o fuori, al lavoro, o in vacanza, in Italia, o all'estero. Di un prigioniero si conosce l'indirizzo: è lì dentro. Non importa neanche tanto che nome abbia la città: Palermo o Milano, Pisa o Roma. La reclusione ha una sua geografia propria, estratta dal territorio del piede libero: è &laqno;dentro» a San Vittore o a Rebibbia. Da ogni carcere non si sente il rumore della città, del traffico, delle voci, dei passi alla sera: si sente il rumore dei ferri e delle urla delle altre carceri. Si è sbattuti da un carcere all'altro, senza neanche vederle in faccia, la città di partenza e la città di arrivo. Dunque, si sa l'indirizzo. Poi si sa ­ basta guardare l'orologio ­ dov'è adesso il recluso. Nella sua cella, all'aria, nella sua cella, all'aria, nella sua cella. Diciotto ore nella cella, sei all'aria o nel corridoio. Si sa tutto della sua vita sessuale: non ce l'ha. Si sa che non può alzarsi da una poltrona, andare svogliatamente a dare un'occhiata al frigorifero, affacciarsi a una finestra. Niente poltrona, niente frigorifero, niente finestra, se non volete chiamare così una triplice grata rugginosa. Non preme un interruttore, perché l'interruttore è fuori dalla cella. Di uno chiuso in due metri per tre, tutto si sa: come di un cervo volante catturato dentro una scatola di fiammiferi. Anche l'arredamento della scatola è noto: è uguale in tutte le carceri, e uguale a quello degli sceneggiati tv sul carcere.

Mi chiedo che rapporto abbia con questa cella. Entrai a gennaio, siamo a un altro gennaio, abito qui dentro per venti ore al giorno da un anno. Buffo esperimento, come quello di certi speleologi che scambiano un mese per un giorno, e una settimana per un anno. Sono stato attento a non concederle niente, a questa cella ­ ha il numero uno, al piano terreno, sezione destinata per lo più a tossicodipendenti ­ a conservarmi straniero e pieno di ripugnanza, benché sia per me covo, cubicolo, cucina e cesso, studio di lettura e di scrittura, spazio di ginnastica e di preghiera ­ o dell'equivalente. Ci sono detenuti che tengono lustra la loro cella con una dedizione maniacale, ore e ore al giorno, detenuti profumati e pavimenti lucidati col talco. Ce ne sono altri che si abbandonano nelle loro celle come barboni in un angolo di stazione, fino a incollare la propria sporcizia a quella del luogo. Io tengo pulita la cella per ragioni di igiene, e niente di più. Non faccio niente per abbellirla. Avevo un lusso, una bella carta geografica del mondo, incollata al muro sulla branda. Era la mia vera finestra, la mia imitazione del de Maistre del Viaggio attorno alla mia stanza. È venuta una perquisizione un po' più brusca e l'ha strappata via. Si sono accumulate carte, in questa disgraziata cella. Dovunque vada, le carte si accumulano e mi confinano in uno spazio sempre più assediato. Carte in disordine. Il bilancio dell'anno è soprattutto lì. Ritagli di giornale, per lo più. Anche dire ritagli è generoso: si può avere, previa domandina, un paio di forbicine Chicco. Non tagliano, ma hanno un rivestimento di plastica colorata. Le mie sono gialle. Ci sono pacchi di ritagli sui seguenti temi: l'Algeria, la Bosnia, il carcere, la Patagonia e la Terra del fuoco, la secessione, il ritorno del sacro, la Norvegia, Leopardi e Pisa, l'islamismo in Europa, il caso Sofri, i viaggi spaziali, la scrittura femminile, la fisiologia del cervello, e due grossi pacchi con la dicitura: uomo-donna e: Altri Animali. Non sono più in grado di ritrovare niente in questi mucchi di carta ormai scolorati e ondulati dall'acqua che gli cola sopra quando mi faccio il tè o la barba ­ tutto avviene nello stesso mezzo metro, e quasi nello stesso pentolino.

Peccato, perché a ripensarci ora, dopo che l'anno è incredibilmente passato, avrei potuto scrivere altrettanti saggi fondamentali su quei temi. Ho anche parecchi libri: soprattutto sopra il mezzo muro che divide in due la cella, cioè la branda dal cesso. Tra i libri c'è un avvicendamento più rapido: ne arrivano ogni giorno, e ne rimando fuori ogni settimana. Da un paio di mesi possono arrivare anche quelli rilegati: fu una grande gioia. Dalla biblioteca del carcere presi, due giorni dopo essere entrato, il Proust di Einaudi, e il terzo volume di una crestomazia italiana per le scuole, per controllare le citazioni dai Sepolcri di Foscolo, che mi capita di fare un giorno sì e un giorno no. (Per esempio: &laqno;Felice te che al regno ampio dei venti»). I volumi di Proust non li ho mai aperti, ma mi fa piacere tenerli lì. Ho un armadietto pieno di posta. Molta ne ho mandata fuori. La rivista Una città ha compilato una bella scelta di lettere di detenuti. Ho sempre conservato i francobolli, e ogni tanto passo una notte a staccarli, a bagno nel lavandino (è un peccato che non abbiamo un tappo, io uso una specie di tampone fatto con il sacchetto di plastica della monnezza: venti sacchetti al mese ­ tutti gli altri ne han trentuno) e poi li asciugo, coi soliti problemi di spazio, nella carta igienica. Li uso per spedirli in regalo ai bambini, a Sarajevo e altrove, o ai figli di altri detenuti. La filatelia è molto educativa. Ogni tanto dei detenuti mostrano un sorprendente interesse per i francobolli: ma è perché sono poveri, e li lavano in qualche modo per riciclarli. Siccome è un reato, preferisco ­ infatti la mia condizione è piuttosto agiata ­ regalare loro dei francobolli nuovi. Questo è, per grandi linee, il mio bilancio dell'anno che si chiude.

 

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