Adriano Sofri
Che cosa pensa lo yeti di Messner?

NOI E LA NATURA. PERCHE' TENDIAMO A UMANIZZARE TUTTO
Per secoli ci siamo accaniti a dimostrare la nostra unicità di sovrani del creato. Adesso la scienza va in direzione opposta



Ogni tanto i giornali portano notizie ultime su avvenimenti di qualche milione di anni fa. Sono rivelazioni a volte meravigliose, che si incrociano sorprendentemente con la discarica delle notizie del giorno prima. Così, nei giorni scorsi, si è saputo che le scimmie antropomorfe superiori, come gli scimpanzé, non sono antenate dell'uomo (e della donna), bensì suoi fratelli e sorelle contemporanei. Fra i sette e i cinque milioni di anni fa l'australopithecus aparensis si sarebbe evoluto in due specie diverse: l'uomo, più adatto alla savana, e lo scimpanzé, più adatto alla foresta. Diverse fino a un certo punto, dato che il dna umano coincide, per il 98,4 per cento, con quello dello scimpanzé. Anzi, come ricavo da una serie di articoli di Pietro Greco sull'Unità, mentre la differenza fra il genoma umano e quello dello scimpanzé è appena dell'1,6 per cento, già quella fra lo scimpanzé e il gorilla sale al 3,6 per cento. Le spettacolari conferme sulla discendenza diretta comune di umani e scimpanzé ­ che perfeziona la teoria dell'evoluzione con una teoria complementare dell'involuzione ­ appartengono a due studiosi australiani, Simon Easteal e Geneviève Herbert, che hanno pubblicato i risultati di dodici anni di ricerche (un batter d'occhi) nel Journal of Molecular Evolution. Non so quanto siamo disposti a lasciarci colpire da queste distanti notizie. In apparenza, non ci scandalizziamo più di sentirci spodestati dal nostro rango di sovrani del creato, come gli ascoltatori delle conferenze darwiniane del secolo scorso. Sotto sotto, continuiamo ad antropomorfizzare, a umanizzare ­ tutto. Spediamo su Marte un piccolo affare con le ruote e ci fa tenerezza come un cucciolo che non vuole morire e manda foto anche quando il programma è finito. Umanizziamo. In una bella intervista su Repubblica si annunciano i trapianti di organi da animali a umani, che cominceranno entro il 2000. Gli animali usati saranno maiali: &laqno;maiali umanizzati», li chiamano gli scienziati, per via di una proteina di riconoscimento umano incollata sulle cellule suine. Gli organi di ricambio, cuore, reni, e il resto, li chiamano &laqno;organi ingegnerizzati». Nell'attesa, la sperimentazione avviene fra maiali e scimmie, inferiori, comunque: babbuini. Lo chiamano, ho appena appreso, &laqno;xenotrapianto», per distinguerlo dal trapianto di organi fra umani, che chiamano &laqno;allotrapianto». In realtà, &laqno;xenotrapianto» significa trapianto fra estranei, e sembrerebbe più appropriato a definire il primo mirabolante trapianto del dottor Barnard, che piazzò nel petto di un sudafricano bianco il cuore di un nero. Anche i santi patroni della medicina, Cosimo e Damiano, avevano miracolosamente trapiantato una gamba nera su un cancrenoso: i devoti pittori medioevali prediligevano quel soggetto, per il pittoresco contrasto dei colori. C'è un gran rimescolamento, si direbbe. Ci sono prati, fra noi, e pecore clonate col dna umano, e mucche pazze. Ho scritto un libro per commemorare e prendere commiato, dalle forze e dall'accanimento che l'umanità ha dedicato a proclamare la propria unicità e differenza da ogni altra creatura. È stato necessario, forse. Abbiamo detto degli animali che non sono intelligenti, che non hanno anima, che non sono tristi, che non sanno ridere, che non usano utensili, che non guardano la televisione. Ora, le fantastiche scoperte della biologia e dell'etologia vanno nella direzione opposta, benché si abbia a volte l'impressione che l'uomo si riscopra animale e, provandone imbarazzo, finga che sia l'animale ad andarsi avvicinando all'uomo. Di fatto, le conseguenze più promettenti della nuova cultura sono molto più legate al senso di parentela, di somiglianza, di simpatia, che non alla separazione, alla differenza, alla lontananza. Questo è vero per le differenze fra umani, come per quelle fra noi e gli altri animali e l'intero creato. In quel libro (si intitola Il nodo e il chiodo) mi sono occupato dell'uomo selvatico, dell'uomo (o la donna) scimmia, e del suo ruolo di anello di unione fra l'animale e l'uomo, inseguito, incatenato, deriso e scuoiato, e poi rimpianto e mitizzato. Una delle incarnazioni dell'uomo selvaggio è lo yeti, il peloso e &laqno;abominevole» uomo delle nevi. Poiché anche l'alpinismo è un affare di nodi e chiodi, e le circostanze della vita mi hanno portato a una buona conoscenza e quasi un'amicizia con Reinhold Messner, gli ho dedicato un capitolo importante. Nel quale, a proposito della sua irresistibile passione per la ricerca dello yeti, tiravo anche una conclusione morale, molto seria: &laqno;Se vedi lo yeti, non dirlo a nessuno». Prima di partire per il Nepal, pochi mesi fa, Messner ebbe la cortesia di passare a salutarmi. Strano incontro, fra un campione delle cime, e uno della razza di chi rimane a terra, per giunta sotto chiave. Mi volle rassicurare che avrebbe trovato lo yeti, ma ne avrebbe custodito la discrezione. L'altro giorno, sugli stessi giornali ho letto che Messner ha incontrato il suo yeti, l'ha fotografato: si sono guardati negli occhi. È successo nel Kashmir, dove Messner era scappato dopo aver visto la baraonda del campo base del Gasherbrum I: &laqno;Un chilometro di tende». Figuriamoci che ressa micidiale si farebbe attorno allo yeti: gli legherebbero i barattoli di Coca-Cola alla coda. Io conto sulla discrezione di Messner. Lui non pensa che lo yeti sia un uomo selvatico, né un mostro. Pensa che sia un animale, ed è convinto di averlo già visto nel 1986. Da sempre lo yeti e i suoi corrispondenti nel resto del mondo sono stati braccati e ammazzati come trofei. Siamo al corrente della nostra parentela stretta con gli altri animali ma li cacciamo lo stesso, ammazziamo i rinoceronti per il corno, e a volte diamo fuoco a un ostello di immigrati turchi e spingiamo un marocchino nel fiume. Anche quando ci accontentiamo di fare fotografie, lo chiamiamo safari. Le vecchie abitudini sono dure da perdere. Io mi fido di Messner. Chissà che cosa ha pensato lo yeti quando se l'è trovato di fronte, e l'ha guardato, così pieno di capelli barba e baffi, negli occhi.

 

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