Adriano Sofri
Cappotto vietato, è il regolamento

INVERNO IN CARCERE. L'INUTILE TORMENTO DELL'ORA D'ARIA AL FREDDO
Basterebbe la tecnica, o un cane pastore, a ispezionare le imbottiture. Ma si sa, i divieti sono tanto più educativi e morali quanto più sono arbitrari.



Prima di leggere Gogol', la storia la conobbi da bambino nella versione cinematografica di Alberto Lattuada, che la ambientò a Milano, dove non fa freddo come a San Pietroburgo, ma sempre freddo fa. Il povero impiegato copista Akakij Akakievic* era stato ribattezzato Carmine De Carmine, e aveva le fattezze di Renato Rascel. Piansi molto, come si fa da bambini e da vecchi. Ne ricavai un senso di colpa vigile, ogni volta che incontravo bambini senza cappotto, quando veniva il freddo. Ora è arrivato il freddo: martedì 28, insieme al crollo delle borse. Freddo e vento di Nord. All'aria, qui in galera, eravamo quattro gatti. Qualche ragazzo arabo, in cui la voglia di correre dietro a un pallone è più forte del freddo, e basta. Siamo rientrati presto. Il fatto è che fra i meticolosi dettagli elaborati dai regolamenti penitenziari è compreso un divieto ai soprabiti. Non dev'essere così tassativo, dal momento che in alcune prigioni sono leciti. In genere, ci sono differenze capricciose fra un carcere e l'altro. Qui erano vietati, finora. Pioggia o vento, non si andava oltre i maglioni: giacche, cappotti, impermeabili e ogni genere di copricapo proibiti (anche i cappucci degli accappatoi, che vengono tagliati via). I motivi non sono espressi, e si sa che i divieti sono tanto più morali ed educativi quanto più arbitrari e fantasiosi. Perché? Perché no. Il povero impiegato Akakij Akakievic* non avrebbe mai osato chiedersi il perché di una norma di regolamento. Trattandosi di indumenti dotati di cuciture, o foderati, imbottiti o trapuntati, dev'esserci il sospetto che diventino doppi fondi per armi improprie, o per stupefacenti. È però difficile ammettere che, alle soglie del Terzo millennio eccetera, non si possa controllare con le meraviglie della tecnica, non so, un bravo cane pastore, il contenuto di un soprabito. Un giorno, in un carcere, si sarà trovata della droga nella fodera di una giacca. Poiché i regolamenti adorano la generalizzazione, si dev'essere emanata una circolare che bandiva tutti i soprabiti. Un po' sproporzionato? Fate voi. È la logica che ha portato a vietare quasi tutto, in carcere. Dopo, in qualche galera si concedono soprabiti ­ in deroga: quello che non è vietato è in deroga ­ in altre no.

Insomma, qui da me, anche nei giorni più afosi d'estate si pensava ai giacconi. L'inverno si aspetta con più apprensione, dove vige il regolamento. Parlane oggi, parlane domani, le autorità carcerarie, che non sono crudeli e tanto meno sadiche, ma sì rispettose del regolamento, hanno deciso di modificare il divieto. Hanno spiegato che i detenuti avrebbero potuto fare richiesta ­ la &laqno;domandina» ­ del loro giaccone, e le richieste sarebbero state vagliate, e &laqno;caso per caso», evase. Secondo due criteri: ?) Il tipo di reato commesso dal richiedente; 2) l'attuale posizione trattamentale del detenuto». Complicato. Mettiamo che io sia autorizzato a ricevere il mio cappotto. Quello cui sono più attaccato è un cappotto nero di cachemire degli anni 50, che comprai usato, e compensa qualche buco di tarma con l'etichetta di un sarto su misura di un albergo di Hong Kong. Insomma: come potrei passeggiare nell'ora d'aria col mio cappotto, sotto gli occhi di detenuti intirizziti che ­ per tipo di reato o per posizione trattamentale ­ fossero esclusi dal soprabito? Sapete con che malignità, quando fa molto freddo, i malvestiti sanno guardare gli incappottati: viene da sprofondare. Insomma, non ho fatto la mia domandina. I problemi poi si scoprono strada facendo. (Chissà quanti ne stanno scoprendo le persone senza casa nelle Marche e in Umbria). Ci sono non pochi detenuti così poveri da non possedere neanche un cappotto o un giaccone. Non possiedono la biancheria, le scarpe, una maglia, uno spazzolino. La maglia, lo spazzolino, chi può glieli dà. Ma il cappotto? Se è così personale, unico e su domandina, come prestarlo o regalarlo al ragazzo tunisino? Le occhiate di un tunisino povero non sono meno imbarazzanti di quelle del detenuto in posizione trattamentale insufficiente. (Il carcere moderno, orrenda discarica, si fa lussuosamente carico delle anime, tradendo la conquista decisiva della civiltà per cui si giudica il reato e non la persona del reo, e tanto meno la sua anima. Questa cura si chiama &laqno;trattamento»: sicché gli infelici educatori penitenziari certificherebbero l'immaturità del detenuto a godere di un indumento pesante d'inverno).

Ho raccontato meschinamente questa storia, quando nelle galere languono i malati di aids, e ci sono ancora pestaggi e soperchierie, e prigionieri dimenticati oltre la scadenza della loro pena. Siccome molti detenuti si stanno impegnando a denunciare le cose indegne, mi è sembrato che anche questa storia di vestiario di stagione potesse aiutare a capire. Qui anche ai ricoverati del centro clinico si applica il divieto dei soprabiti, oltre che l'obbligo di un pigiama uniforme. E pensare che il principale patrono per i carcerati era San Martino: per via del mantello diviso in due col povero infreddolito. Intanto, martedì 28, è arrivata la tramontana, sia pure insieme al crollo delle borse internazionali, che allarma fortemente la media dei reclusi, soprattutto quelli extracomunitari. All'aria, l'ho detto, non c'era nessuno. Peccato, perché il vento ha portato dentro la cinta foglie di pioppo e di platano dai bellissimi colori estremi. Le foglie morte si raccolgono per terra, e anche i ricordi, e i rimpianti.

 

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