Adriano Sofri
Memoria e storia, alleate o nemiche?

Un libro, appena uscito, si propone di avviare la riconciliazione tra l'una e l'altra. Impresa non proprio semplicissima...

Per i profani (come sono anch'io, sebbene la galera induca a una specie di ripasso ginnasiale) la memoria e la storia dovrebbero essere, se non sinonimi, certo alleate. La storia è un racconto che commemora e ammonisce, pensa un profano. Si resta perciò interdetti a scoprire che nella pratica e nelle discussioni dei professionisti memoria e storia divergono fino a opporsi reciprocamente. Non avevo idea che questo contrasto si fosse spinto tanto avanti, finché non ho letto un libretto di Anna Rossi Doria, intitolato Memoria e storia: il caso della deportazione (editore Rubbettino). Il primo capitolo parla della divaricazione fra memoria e storia, e della sua radice più profonda: &laqno;Si potrebbe dire che la memoria rifiuta la morte e la storia la accetta». L'autrice cita gli storici che si sono programmaticamente dedicati al problema, come Pierre Nora: &laqno;La memoria colloca il ricordo nel sacro, la storia lo sloggia...» e ricorda quanto spesso i protagonisti o i testimoni di un evento non si riconoscano nelle ricostruzioni degli storici, e vedano tradito il proprio passato vissuto. La questione è resa ulteriormente complicata dall'abuso che della storia hanno compiuto i regimi totalitari, per distorcere o cancellare a proprio vantaggio la memoria. &laqno;Per gran parte del suo corso il Novecento è stato un secolo di cancellazione della memoria». Dunque, si direbbe, occorre recuperare e restaurare la memoria cancellata. Ma c'è una protesta contro un &laqno;eccesso di memoria» che non viene dall'ignobile negazione o minimizzazione delle infamie del secolo, bensì da storici convinti che certi riti della memoria intralcino la comprensione equilibrata dei fatti, e allarmati da un ricorso strumentale, e tendenzialmente fanatico, alla memoria da parte di comunità spaventate dalla perdita della propria identità tradizionale e dall'irruzione delle diversità.

Alcuni fra questi studiosi attribuiscono la voga delle commemorazioni alla crisi della politica e delle promesse di avvenire che sembrava assicurare. (Punto sul quale mi piacerebbe fermarmi, perché penso che non solo alla crisi dell'ideologia politica e delle sue prospettive bisogni riferire la passione per la conservazione del passato e delle sue vestigia, bensì alla caduta dell'illusione sull'invulnerabilità del pianeta e sull'inesauribilità delle sue risorse. L'ecologia è, oltre che una gamma di discipline scientifiche, una commemorazione del mondo perduto. Il museo, e la riserva protetta, sono i luoghi cruciali del nostro tempo. Le cerimonie che noi dedichiamo alla natura sono altrettante medaglie &laqno;alla memoria», monumenti ai caduti: e da questo punto di vista la storia appare come storia di una caduta). In questo allarme contro la memoria come rifugio chiuso e fittizio delle identità minacciate, la polemica fra tradizionali schieramenti di sinistra o di destra perde gran parte del suo interesse. Ecco alcuni dei titoli citati da Rossi Doria: La memoria mutilata, di Maria Ferretti, sulle falsificazioni e rimozioni della memoria nella Russia stalinista e poststalinista; Tzvetan Todorov intitola Gli abusi della memoria un saggio del 1995 contro le strumentalizzazioni &laqno;identitarie» Arno Mayer, ebreo americano, parla di una &laqno;furia di memoria» e conclude (1993): &laqno;Mentre in un passato recente uomini e donne morivano "per la patria", in questa fine di secolo stanno morendo e uccidendo "per la memoria"». Di &laqno;eccesso di memoria» discute Charles Maier, e così via. Un quadro impressionante.

Altri, come Mariuccia Salvati, spiegano l'investimento sulla memoria con la scoperta che sterminii e migrazioni possono ripetersi, e si ripetono nel nostro mondo, e vicino a noi. Dunque è anche il senso di una responsabilità attuale che spinge alla memoria. Proprio al principio di responsabilità, piuttosto che a quello di identità, Anna Rossi Doria confida la sua intenzione ­ di cui il profano, dopo essere stato così impaurito, non può che rallegrarsi ­ di &laqno;avviare una riconciliazione tra storia e memoria». È necessario, dice, &laqno;ritenersi responsabili della propria storia, anche quella che precede la propria vita»: principio difficile e decisivo, non solo per le comunità particolari e le loro contese, ma anche per il rapporto del genere umano col proprio intero passato, messo in questione. Per dare un esempio concreto, Rossi Doria riassume la vicenda dei deportati italiani nei campi nazisti, e il profano resta di nuovo sgomento. Finita la guerra, al loro ritorno, i deportati trovarono istituzioni diffidenti o insofferenti, e una società civile incredula e impaziente. Smisero di raccontare, perché non si voleva ascoltarli: la memoria è infatti l'intreccio fra il racconto diretto e l'ascolto appassionato di altri, capaci a loro volta di raccontare. Forse, perché questo avvenga, c'è bisogno della distanza, c'è bisogno di nonni che raccontino a nipoti, e di nipoti che chiedano loro di raccontare. I deportati furono ebrei e politici, circa 45 mila, di cui 40 mila morirono; ma furono anche 650 mila &laqno;internati», cioè militari italiani che rifiutarono di arruolarsi nell'esercito della Repubblica Sociale e, gli ufficiali, di lavorare per i nazisti, e vennero deportati in campi tedeschi o polacchi. Fra i 35 mila e i 50 mila di loro morirono. Ignorati, perfino nel riconoscimento dei loro diritti economici, o disprezzati, quasi come se si fossero &laqno;imboscati» di fronte a chi aveva preso le armi da partigiano, gli &laqno;internati militari» compirono &laqno;una scelta davvero eroica». Oggi si sottolineano le &laqno;motivazioni estremamente forti» che dovettero guidare una decisione che significava il lager e il rischio della vita: in un numero così alto di persone. Rivalutato in questa luce, è un fatto sufficiente a correggere le idee correnti sul soldato italiano, e anche ad arricchire la discussione sulle ragioni che portarono alla macchia partigiana i giovani decisi a sottrarsi al bando di arruolamento. Rossi Doria, dopo aver citato esempi impressionanti di rimozione o di irrisione della storia dei deportati e delle loro associazioni, cui anche il '68 e la sua cultura in Italia (a differenza che in Germania) non fecero eccezione, può dichiarare: &laqno;La memoria dei deportati ha invocato la storia, ma questa non ha risposto». È significativo che il femminismo, e comunque la storia studiata dalle donne, abbiano dato il contributo più rilevante alla riparazione, ancora parziale. Anna Bravo ha studiato i deportati e le donne durante la guerra, contribuendo alla ricostruzione di quella &laqno;Resistenza senza armi» che era restata in ombra finché &laqno;la figura del partigiano non solo ha prevalso su quella del deportato, ma la ha addirittura cancellata». Senza un &laqno;nuovo patto» fra memoria e storia, è la conclusione provvisoria di Anna Rossi Doria, &laqno;la memoria rischia di non trovare più le forme per essere espressa e tramandata, e la storia di non riuscire a cogliere gli essenziali aspetti individuali dell'esperienza».

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