Adriano Sofri
Edith Stein, santa della sua Chiesa

La protesta per la canonizzazione della filosofa ebraica convertita al cristianesimo e uccisa dai
nazisti è comprensibile. Ma rischia di far torto alla libertà di una donna che "portò la Croce nel nome di tutti"



Un anno fa dedicai questa pagina agli Angeli di Edith Stein e alle opere della filosofa ebrea poi convertita al Cattolicesimo, pubblicate da Città nuova, che ha tradotto anche la raccolta, a cura di Waltraud Herbstrith, Edith Stein, vita e testimonianze. Vorrei ora, dopo la canonizzazione della Stein, uccisa ad Auschwitz nel '42, e le polemiche che l'hanno accompagnata, aggiungere una considerazione. Ma prima bisogna ricordare cosa sta succedendo vicino al lager. Ad Auschwitz-Birkenau nel '79 Giovanni Paolo II celebrò la messa sotto una croce alta più di 8 metri. Nel 1988 la croce fu alzata davanti al convento del Carmelo, aperto nel campo fra le proteste delle comunità ebraiche. Ad Auschwitz, che è di fatto il più grande cimitero del mondo, furono metodicamente assassinati oltre 1 milione di ebrei, per il solo fatto di essere nati ebrei. Dopo una lunga contesa, il Carmelo fu trasferito appena all'esterno del campo. Fra i responsabili cattolici ed ebrei si convenne nel '93 che i simboli religiosi non fossero esposti ad Auschwitz, per rispetto delle vittime, fra le quali gli ebrei sono stati oltre il 90 per cento. Più tardi, gruppi di cattolici polacchi estremisti di destra, nazionalisti e antisemiti, hanno piantato, attorno alla "croce papale", altre croci, col pretesto di commemorare l'eccidio nazista di 152 polacchi nel '41.

La protesta ebraica si è da allora accompagnata alla proliferazione oltranzista, e provocatoria, delle croci. La Chiesa polacca, che aveva avuto un atteggiamento diviso ma sostanzialmente chiuso all'epoca della disputa sul Carmelo (risolta poi con il compromesso voluto dal Papa), l'ha ripetuto di fronte alla semina delle croci da parte dei "gruppi irresponsabili", così chiamati dallo stesso primate Glemp. Ma Glemp ha anche detto a proposito della "croce papale" parole difficili da accettare: "Questa terra è polacca e ogni imposizione di un'altra volontà è un'ingerenza nella propria sovranità". Quella terra polacca era infatti, fino alla Shoah, la patria di più di 3 milioni di polacchi ebrei. Nel '39 Oswiecim (il nome polacco di Auschwitz) contava 12 mila abitanti di cui 7 mila ebrei. Auschwitz dovrebbe, dicono molti esponenti ebraici, essere extraterritoriale: più semplicemente, appartenere ai suoi morti, ai suoi pochi scampati, e al rispetto e alla vergogna del mondo. Una renitenza analoga è venuta a lungo dal governo polacco, che ha alla fine deciso di dare lo sfratto ai fanatici cattolici che presidiano lo spiazzo delle croci, di proprietà pubblica (e che spacciano ai visitatori materiale vario, compreso il testo principe della falsificazione antisemita, i Protocolli degli anziani di Sion; che questo avvenga ad Auschwitz, nel luogo in cui tutte le autorità del mondo vengono a scrivere solennemente la promessa "Mai più", è ripugnante, benchè forse non sorprendente). Arcivescovi come quello di Danzica, Tadeusz Goclowski, e di Gniezno, Henryk Muszynski, e lo stesso cardinale Macharski, hanno deprecato "l'abuso della Croce come strumento di lotta politica".

La conferenza episcopale polacca ha deciso il 25 agosto la rimozione delle 200 croci che a quel punto erano state erette, a eccezione della "croce papale": dopo di allora, però, il numero delle croci è cresciuto ancora. Il 30 agosto le croci erano 230. Lo spiazzo era sede di messe lefebvriste, di supposte "guardie nazionali", di comparse naziskin. Le autorità religiose ebraiche, da tutto il mondo, sottolineano che per 45 anni non erano comparse croci, nè altri simboli religiosi, ad Auschwitz, e che gli accordi internazionali prevedevano solo la possibilità di tutti di pregare in silenzio. Il rabbino capo di Israele, che ha suggerito di discutere direttamente col Papa la questione della "croce papale", ha ricordato che la riflessione cattolica sulla Shoah non ha ancora toccato il silenzio di Pio XII. "Se egli avesse detto allora una parola...". Lo stesso ha fatto il nuovo presidente delle comunità italiane, Amos Luzzatto, commentando l'eventuale beatificazione di Papa Pacelli: "Bastava una dichiarazione. Una semplice dichiarazione". "Una questione piena di complicazioni politiche e pratiche", dunque, come ha detto Glemp. Fra le quali c'è, forse, anche la questione dello statuto di Gerusalemme.

Ma è accettabile che Auschwitz diventi una posta di un gioco di complicazioni storiche, politiche e diplomatiche, e una palestra alle esercitazioni di teppisti e di fanatici? Il 4 settembre il prefetto di Bielsko Bjala, competente per territorio, ha assicurato che le 230 croci "irregolari" sarebbero state rimosse "appena il Tesoro avrà ottenuto lo sfratto esecutivo dell'affittuario del ghiaione": che è già meglio di Ponzio Pilato. È in questo scenario che molti, ebrei e non ebrei, hanno ritenuto inopportuna la canonizzazione di Edith Stein. Un segno ulteriore di "appropriazione cristiana" di Auschwitz. Ed è un fatto che le rarissime voci che dal mondo cristiano si levarono a difesa degli ebrei durante la persecuzione si riservarono pressochè solo agli ebrei convertiti. Tuttavia, la mia, davvero modesta e rispettosa, osservazione è che la protesta è comprensibile, ma rischia di far torto alla libertà personale di Edith Stein: che era una persona libera e straordinaria, che amò la sua origine e soffrì di dar pena a sua madre convertendosi, ma scelse di farlo per convinzione profonda. "Sotto la croce compresi il destino del popolo di Dio che cominciava a essere annunciato già nel '33. Pensavo che tutti coloro che capissero che cosa fosse la Croce dovessero portarla nel nome di tutti". I nazisti la assassinarono ad Auschwitz perchè, nonostante l'abito monacale, restava per loro un'ebrea: per se stessa, subì il suo martirio come un'ebrea e come una cristiana. Lei, forse, avrebbe desiderato di essere riconosciuta santa dalla sua Chiesa. Non dalla "sola e vera Chiesa": dalla sua.

© Arnoldo Mondadori Editore
Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati