Adriano Sofri
Quelle storiche allusioni al presente

Leggo con curiosità i saggi a pagina intera che Paolo Mieli va pubblicando sulla &laqno;Stampa». Non so bene che lavoro faccia Mieli lasciato il &laqno;Corriere»: ma dev'essere una sorta di vacanza intelligente...


Non c'è niente di umano che non mi incuriosisca. D'estate, sulla spiaggia (è un po' che non mi succede), non posso fare a meno di sbirciare che cosa legge il mio vicino di sdraio per rendere intelligente la sua vacanza. Con la stessa curiosità leggo i saggi a pagina intera che Paolo Mieli va pubblicando sulla Stampa. Non so bene che lavoro faccia Mieli dopo aver lasciato la direzione del Corriere della sera (ed essere scampato alla nomina a presidente della Rai) ma, a giudicare dalla lena di quegli articoli, dev'essere una specie di vacanza intelligente, nel lussuoso senso latino dell'otium. Uno era appunto dedicato al poeta latino Ovidio, e dava lo spunto a una riflessione su cortigianeria ed esilio. Ovviamente il binomio cortigianeria-esilio evoca subito la parabola di Bettino Craxi. Un'altra volta, Mieli ricostruisce l'ecumenica accoglienza fatta dal Pci di Palmiro Togliatti, all'indomani della guerra, a un novero rilevante per quantità e qualità di esponenti fascisti e repubblichini. L'allusione all'attualità è resa esplicita dallo stesso Mieli, che accosta, cum grano salis, lo sforzo di rilegittimare gli ex fascisti del Pci degli anni 40 a quello odierno del Pds di Massimo D'Alema nei confronti degli sfollati, socialisti e cattolici soprattutto, dalla rovina della Prima repubblica. Un altro articolo ha riguardato un eccidio di ebrei, fra cui il capo della comunità, Pardo Roques, compiuto nella Pisa del 1944 per mano di soldati nazisti, e rimosso per mezzo secolo nell'intreccio opaco di compromissioni e tradimenti intestini che lo aveva preparato. L'ho letto con più acuto interesse, perché conoscevo luoghi e lapidi e nomi di quella storia pisana, senza saperne i tristi seguiti, e perché l'autrice del libro anticipato da Mieli (Il caso Pardo Roques, Einaudi) è Carla Forti, di cui sono amico. L'ultimo articolo che ho letto prende occasione da un altro libro Einaudi, Gerusalemme e Atene, testo classico di Leo Strauss, filosofo ebreo-tedesco riparato negli Stati Uniti e morto nel 1973.

Mieli riprende un altro testo di Strauss, Scrittura e persecuzione, tradotto da Marsilio a cura di Giuliano Ferrara, che in Strauss, come in un secondo Machiavelli, indicava un proprio maestro. Mieli insiste sul rapporto essenziale fra potere e pensiero: la cultura, invisa al potere, se ne difende elaborando un arsenale di schermi ­ dall'ambiguità alla dissimulazione, dalla menzogna, che fa appello alla lettura criptica, al paradosso ­ attraverso cui enunciare la verità senza soccombere alla persecuzione. (Come nella lettura foscoliana di Machiavelli: &laqno;Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela/di che lacrime grondi e di che sangue»). Di nuovo, la chiave del saggio­recensione di Mieli è in un richiamo svolto quasi per inciso: &laqno;Strauss aveva fatto il caso di un paese totalitario (anche se quel che dice non vale solo per i paesi totalitari, tutt'altro»). Ma una dichiarazione simile non si può sbrigare fra parentesi. L'assimilazione fra reticenza e dissimulazione contro il tiranno (vi ricordate il &laqno;nicodemismo», che trovò un inaspettato corso quando Amendola se la prese con i grandi intellettuali troppo poco devoti allo Stato, Montale, Moravia, poi Sciascia) e in democrazia, o è paradossale, o è una pazzia. Troppo facilmente conclude Mieli: &laqno;Strauss ci insegna un metodo... soprattutto per affrontare il presente. Prendendosi gioco del tiranno che si nasconde sempre e comunque dietro ogni uomo di potere. Anche quello democratico». Farò l'esempio più alla portata e meno bisognoso di malizia: se D'Alema querela il Corriere e guarda in cagnesco i cronisti e fa delle telefonate a Giampaolo Pansa, davvero Mieli esorterebbe i giovani giornalisti a ispirarsi alla Guida dei perplessi di Maimonide, scrivendo &laqno;tra le righe», lasciando intravedere la verità nell'oscuramento e nel travestimento? Naturalmente no. E che cosa farà poi il politico spaventato dal potere dell'informazione, e che cosa faranno ambedue di fronte a quello della giustizia? E quale, forse raffinata, forse demenziale, conversazione enigmistica sostituirà l'odierno, altro che reticenza, rincaro delle esclusive verità e insofferenze?

Della trama di rimandi al presente che Mieli, nel suo intervallo di otium, fa, molte sono le questioni ghiotte: la volubilità e la permeabilità di ideologie opposte e pretesamente rigide; la tempra servile degli italiani, il razzismo da carriera, quello che non fa caricare gli ebrei sul vagone, ma prenderne sollecitamente il posto mentre partono; sì, l'esaltazione e la caducità dei regimi. C'è in Mieli, se non sbaglio, una partecipe inclinazione verso il presente come verso il passato dei padri, che per lui è la parabola non banale di suo padre Renato. Qui, se non finisse la pagina, comincerebbe il vero argomento: che è esattamente, per me, l'enorme differenza fra totalitarismo e democrazia, e dunque la misteriosa forza ed estensione che viltà, conformismo, tradimento, riescono ad avere in società in cui non si rischia la pelle, né (salvo eccezioni) la galera, né il lastrico. Il mistero di pusillanimità e delazioni fini a se stesse ­ alla vanità, alla carriera, al denaro, cioè, a guardarli da Treblinka o dalla Kolyma, a niente. Che cosa sia successo a Pisa nel '44 è doloroso sapere, ma non tanto per chi ha dovuto conoscere la storia del ghetto di Lodz. Ma senza guardare in faccia la stupefacente banalità della viltà dei tempi di pace e di benessere, o addirittura avvicinandole le tecniche di sopravvivenza intellettuale sotto il tiranno, e le denunce del regime, capiremo poco. Per dirne una, capiremo poco, senza quella viltà spicciola, del Sessantotto, alla cerimonia di commemorazione.

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