Adriano Sofri
Schiavi del nostro tempo

RITI CONTEMPORANEI. LE PREVISIONI METEOROLOGICHE
Anche Kissinger avrebbe preferito fare il Bernacca. Ma un sottile piacere ci riscatta dall'ossequio per i maghi della pioggia: quando sbagliano.


"Pensi al povero meteorologo incaricato da Eisenhower di scegliere il giorno giusto per lo sbarco in Normandia" (Edmondo Bernacca). "Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale... le isoterme e le isobare si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la media annua, e con l'oscillazione mensile aperiodica... Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima. Insomma: era una bella giornata d'agosto dell'anno 1913" (Robert Musil, L'uomo senza qualità). Dedicandole il bellissimo esordio del suo gran romanzo, Musil riconosceva con qualche ironia alla meteorologia un posto cruciale nel nostro tempo. Intuizione confermata a dismisura. Fra le discipline scientifiche, la meteorologia è quella cui il pubblico profano ricorre con più devozione. Pseudoscientifiche, anche: perché si affaccia una nuova superstizione, e le previsioni del tempo spodestano la triste fede nell'astrologia e negli oroscopi. A parte gli usi in grande, la meteorologia deve il suo successo all'invenzione del weekend. Che è altra cosa dal fine settimana, che pure sembra tradurlo. Nel fine settimana c'era ancora posto per il sabato del villaggio. Il weekend l'ha fatta finita col sabato, le donzellette e le promesse, e le ha sostituite col traffico del venerdì. E il "giorno chiaro, sereno" è diventato affare di palloni sonda. Ora, mentre stanno nella coda del venerdì sera, e piove, o c'è nebbia, gli umani sono spaventati dalle notizie sul clima che, anche per colpa loro, si modifica minacciosamente, e però sono anche compiaciuti dall'assicurazione che il tempo che fa diventi presto dipendente dal governo umano.

Fra i giovani americani ribelli degli anni 60, ce ne furono alcuni che, per illustrare la loro intenzione di rifare il mondo, si diedero il nome di Weathermen, i meteorologi, appunto. Erano solo infelici apprendisti maghi della pioggia, e finirono presto per fare guai ricorrendo alle azioni armate (ce n'è ancora qualcuno in galera, temo). Me ne sono ricordato guardando uno speciale del Tg1 di Bruno Mobrici, che mostrava Henry Kissinger nei panni di un meteorologo televisivo. Così ho imparato che Kissinger avrebbe desiderato diventare Weatherman, e che la sua carriera di vicegovernante del mondo fu un ripiego a quella mancata di meteorologo. Governo, d'altra parte, è la parola greca riferita al pilota della nave, il quale aveva una dote essenziale e quasi divina: di saper leggere e intuire sulla volta del cielo le fortune del tempo. Questa imprevista coincidenza fra i militanti rivoluzionari Weathermen e l'aspirante Weatherman Kissinger è un vero colpo di scena: l'associazione fra quegli estremi potrebbe spiegare meglio la comprovata impossibilità di governare il mondo, e il fallimento simmetrico di quei sovversivi e questo conferenziere futurologo. (Quanto all'anima delle nazioni, si dovrebbe riflettere alla differenza fra le lingue in cui una sola parola designa il tempo che passa e il tempo che fa, e quelle che distinguono: "time", "Zeit", e "weather, Wetter"). Sta per radunarsi a Tokyo un congresso planetario sul clima. Abbiamo già trascorso l'ultimo anno a parlare del Niño, nome un tantino blasfemo (il Bambino era un'altra cosa finora, nelle nostre lingue), che ha confiscato le belle discussioni di sempre sulle mezze stagioni che non ci sono più. Abbiamo un desiderio misto di sapere e di non sapere. Non ci affacciamo più per decidere se prendere o no l'ombrello, e non diamo più retta ai dolori alle ossa della prozia. Canali specializzati ci informano sul tempo che farà. Andiamo a passeggiare al Foro Romano con un collegamento satellitare, come se fossimo tutti naviganti d'altura. Le notizie più grosse le sentiamo anche senza volere, come un perpetuo rumore di fondo. "Il lago d'Aral si è dimezzato in vent'anni". E l'Amazzonia, il Borneo, l'Antartide. Ascoltato, registrato come una fitta al fianco, e rimosso.

Sapete la storia fantastica del buco dell'ozono? I satelliti registravano da dieci anni la rarefazione della fascia di ozono, e trasmettevano a terra i dati. A terra non c'era nessuno (si sa: i costi del personale) che desse un'occhiata a quei dati: venivano messi da parte. Quando qualcuno se ne accorse, si erano persi dieci anni. Del resto, anche dopo non si è fatto niente. L'Antartide si scioglie. La storia dell'ozono insegna due cose: che evitiamo di sapere, e che quando l'abbiamo saputo facciamo finta di niente. In compenso, guardiamo una rubrica meteo ogni dieci minuti. Nello speciale dell'altra sera c'era un londinese dall'aria aguzza e un po' ciarlatana che ha inventato un modo eterodosso di previsione climatica, così brillante da fruttargli un'apprezzata quotazione in borsa. Il bello è che costui, Piers Corbin, fu un esponente di spicco del '68 britannico. Maghi della pioggia. A riscattarci dalla superstizione meteorologica sta quel sottile piacere che tutti proviamo, quando le previsioni del tempo falliscono. È questo il mondo che vorremmo: coi meteorologi che dopo aver additato pressioni e anticicloni annuncino un uragano per il giorno dopo, e il giorno dopo splenda il sole. Per ridere di Meteosat e dei colonnelli, e cavarci di dosso il pastrano mentre già stiamo correndo verso la spiaggia.

 

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