Adriano Sofri
Quelle due piazze così italiane

A PROPOSITO DI BOSSI E DI ROMA. IMPRESE SCALCAGNATE, SCINTILLE DI GUERRA CIVILE
Il bagno nella fontana è stato l'equivalente dell'espugnazione del Campanile di San Marco. Con una differenza...



Com'è accanita l'Italia a fare e disfare la propria storia. Ma un Paese è ferito a morte quando non può più contare sulla geografia. Non è passato molto tempo da quando, per derisione, l'Italia era definita un'espressione geografica. La Padania, prima che un'invenzione politica, storica e superstiziosa, con i suoi Celti, le sue ampolle, e ora anche il bando alle pizze, è un'invenzione geografica: notevole, appoggiata com'è a un fiume di rango. L'Italia moderna ha avvilito e ammazzato il suo maggior fiume: Bossi l'ha resuscitato, celebrandogli sopra la sua messa, con la transustanziazione delle acque tossiche in una provetta distillata di acqua chiara. Quando Bossi recitò la sua versione del miracolo di San Gennaro ­ far liquefare il coagulo lurido del vecchio fiume è un miracolo ancora più arduo ­ bisognava divertirsi molto, o spaventarsi molto. Non si fece abbastanza né l'una cosa né l'altra. A che punto siamo ora? Per molto tempo, la &laqno;rivoluzione italiana» è stata condotta dalla Lega e dalla procura di Milano ­ prima d'accordo, poi in concorrenza ­ come una lotta di Milano contro Roma. Sfrattata dai suoi titolari socialisti, la Milano leghista e giudiziaria sfidava la Roma ladrona, centralista, la Roma dei ministeri e del porto delle nebbie. La lotta politica scivola verso la guerra civile quando l'odio investe le cose e i luoghi: e in Italia, il carico simbolico dei luoghi, e delle città, è enorme. Quando si tratta di Roma, è il carico simbolico più pesante al mondo, forse. Ora, se capisco, Bossi ha cambiato di nuovo la sua geografia. Aveva perso Milano, e dopo la sconfitta l'aveva dichiarata guasta per i troppi meridionali: del resto Milano allo zoccolo duro della provincia e delle valli leghiste appare ostile, accentratrice e corrotta quasi quanto Roma. La capitale è ora Venezia: Venezia contro Roma. Non so come gli osservatori della nostra (spettacolosa) cronaca non abbiano colto lo spunto geniale offerto dal bagno nella Fontana dei Fiumi. (Sono obbligato a dire che io stesso, pur avendo già una devozione senza riserve per il Bernini, feci il bagno in quella fontana: era il '68, naturalmente, il maggio francese appena passato, il caldo, c'era Dany il Rosso, c'era Anna Karina, e non chiedetemi, per favore, se lo rifarei). Superato il delirio iniziale, coi tre, di cui uno era stato bagnato solo dagli spruzzi, messi in galera a furor di editoriali, e fotografati in ceppi con un contorno di poliziotti che neanche Brusca, resta da segnalare l'evidenza: il bagno nella fontana è stato l'equivalente esatto dell'espugnazione del Campanile di San Marco. Imprese formidabili ambedue per il teatro: piazza San Marco e piazza Navona (che fino a poco tempo fa, per giunta, era una piazza d'acqua e di naumachie). L'Italia mette alla portata di tutte le tasche i luoghi capitali della pubblicità mondiale, e non c'è sottogruppo mafioso che non discuta che cosa fare della Torre di Pisa o del Ponte di Rialto. Gli assalitori di San Marco erano laconici, un po' tetri, e dotati di una grottesca efficienza, come mostrava il blindato fatto da sé. I tre romani erano scalcagnati, reduci dal gabbio e votati a un'inettitudine suprema. Scalatori di campanile venuti dalla provincia gli uni, tuffatori da drago fracico venuti dalla periferia gli altri. E che imprese potrebbero compiere dei romani che volessero votarsi a un'idea, che bandiera sostituire al tricolore, che scritte fare di notte che escano dal dilemma laziali-romanisti? Roma è di tutti ­ anche Venezia ­ ma come rivendicare Roma per sé? Un processo agli incursori della Serenissima sta a quello romano dell'avvocato Ceccarelli come la campagna secessionista della Lega alla classe politica nazionale. Anche Roma si costituì ai bordi del suo fiume, che allora era biondo. Non ci si bagna mai nella stessa acqua. Poi le è passato addosso il mondo intero. A Roma per eccellenza si addice quell'ingiuria bigotta e incattivita: Roma puttana, perfino nelle canzoni dei suoi cantautori. È l'ingiuria rivolta fin da Dante all'Italia intera: non donna di province, ma bordello. Eppure, quando Bossi grida dal suo palco estivo che &laqno;l'Italia è una zoccola», non so voi, ma io provo un disagio vicino all'offesa. Non si dovrebbe trattare così una vecchia signora. Quando Bossi attacca la Chiesa e il Papa, alla sua spavalderia non è estraneo un calcolo fondato. La Venezia che vuole andare a prendersi, con uno spirito non diverso da quello dei trattoristi blindati, la Venezia del frate Sarpi che &laqno;riconosceva il pugnale della curia romana», è circondata dalla regione più cattolica e papista d'Italia. E la Roma alla quale il capo leghista lancia da lontano le sue invettive è soprattutto, Parlamento e Quirinale a parte, la Roma papale contro le cui simonie da cortigiana se la prendeva Martin Lutero. A sbarrare la strada al gioco della secessione c'è finora una forza principale: la Chiesa. La Chiesa di quel Papa che ha rifatto sua Roma, che vi ha convocato il suo Giubileo epocale, che vi dà appuntamento, davvero come a casa propria, ai giovani del mondo in nome di una terra più ospitale e generosa. Le guerre civili sono una pazzia dai futili inizi, che si accanisce poi nella strage degli inermi e di città e monumenti pieni di memoria. Altro che i tuffatori del Bernini. Nelle pieghe del nostro mondo si preparano legioni di distruttori di basiliche, archi, biblioteche e antichi caffè.

 

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