Adriano Sofri
Don Milani, un'ombra sul Mugello

CONTRASTI. UN RICORDO SCOMODO PER LA SINISTRA DEI CACCIATORI
Barbiana e il cimitero ove riposa il prete appaiono lontanissimi dalla campagna elettorale. E da quel comico girotondo delle doppiette.



&laqno;Bocciare è come sparare in un cespuglio. Forse era un ragazzo, forse una lepre. Si vedrà a comodo». Mi ha sempre colpito la durezza di queste frasi. Sono di don Lorenzo Milani e dei suoi ragazzi, nella Lettera a una professoressa (1967). Specialmente mi colpiva quell'immagine venatoria. L'uomo è cacciatore, la professoressa no. Strana soprattutto quella immagine di caccia, in don Milani, cittadino, e per metà ebreo (cioè della cultura meno venatoria) e non violento, con tutta la sua intransigenza. Dev'essere stata una frase mimetica, come tante altre nel libro, calcata su quel Mugello che ama così gelosamente la caccia. Siamo a Vicchio, ci nacque Giotto. Ora la gloria del Mugello è quella: la deserta canonica di Barbiana, e il camposanto grande come un fazzoletto in cui il prete esiliato si volle comprare la tomba il primo giorno del suo arrivo. Si capisce che quell'eccentrica canonica del Mugello di montagna resti alla larga dalla campagna elettorale. Meglio scendere a Scarperia, dove si fabbricano lame rinomate come quelle di Toledo. Sfida di coltelli, fatti balenare sulla faccia, o tenuti nascosti dietro la schiena, come nella pugnaleria brindisina, o finlandese. Forse, sarà davvero la caccia a dominare la tenzone. In tanta Toscana, dov'è così dolce vivere, le percentuali del voto a sinistra sono in proporzione diretta con quelle dei cacciatori. Quando il Pci si sgretolò, e sembrò che potesse franare, il suo primo deposito organizzato furono le liste &laqno;caccia e pesca». Rientrarono poi, nel Pds e in Rifondazione, e ci restano. Nel disarmo del comunismo, era la trincea estrema dalla quale non si recedeva; e anzi si faceva più agguerrita, per reazione all'offensiva imbelle e irritante di verdi e animalisti. Un tempo, quel vasto e cameratesco esercito di doppiette, in Umbria e in Toscana e in Emilia Romagna, era apparso ai dirigenti della sinistra come la riserva popolare contro i colpi di mano eventuali della destra e dei militari golpisti. Non era tanto tempo fa. E ora sono i dirigenti leghisti ad avvertire a denti stretti sui plotoni di cacciatori del Vicentino o del Bresciano: l'abbiamo appena sentito in televisione. Gran storia, quella della caccia. Prendete la questione della giustizia. Che c'entra con la caccia? Niente. Quasi niente. Io seguo le cronache toscane sui giornali. La settimana scorsa è stato nominato il successore di Vigna alla procura di Firenze. Si chiama Antonino Guttadauro. Scrive La Repubblica in cronaca: &laqno;Fra i primi a congratularsi Piero Luigi Vigna, che ha in comune con lui la passione per la caccia». Un altro articolo riferisce il commento entusiasta del presidente di Assise Ognibene (il giudice che ha condannato Pacciani), sottolineando che &laqno;come Guttadauro milita in Magistratura indipendente, come lui è un appassionato cacciatore». (Anche Pacciani e i suoi amici erano appassionati cacciatori, ma non vuol dire niente). Notazioni fortuite, o di puro contorno, si dirà. È un fatto che Borrelli e Di Pietro (del resto del pool milanese non so) non hanno mai fatto mistero della propria passione di cacciatori. Va da sé: di un bravo investigatore si dice che è un segugio, di un pubblico ministero che dà la caccia ai corrotti, eccetera. La caccia, oltre che l'esercizio propedeutico all'arte della guerra, è il paradigma di ogni ricerca: naturalmente, si possono vedere le cose anche dall'altra parte del mirino, quella della selvaggina. È un fatto che Di Pietro aveva una vera cartuccia da sparare come candidato al Mugello: la sua fama di cacciatore militante. Situazione labirintica, e piena di obiettiva ironia. Seguite il filo. I verdi, messi molto di malumore, incontrano Di Pietro che vuole rappacificarsi con loro, e ne ricevono rassicurazioni su autostrade del Mugello e parchi dell'Appennino tosco-emiliano, mentre il governo riconosce le buone ragioni dei verdi (e della Ue) prima sul destino di fringuelli e peppole, poi contro le regioni, Toscana compresa, che volevano autorizzare in deroga la caccia a passeri, storni e taccole, sventando così il rischio di una crisi di governo che avrebbe preso il nome di crisi dei fringuelli (sarebbe stato meraviglioso: dico sul serio) ma suscitando una vasta rivolta, il cui epicentro è il Mugello, dove le organizzazioni venatorie sono la trama più robusta dell'associazionismo di sinistra, e minacciano apertamente di dirottare i propri voti, e anzi forse di presentare liste autonome: ipotesi che getta nel panico i partiti, che si affrettano, a Roma e in Toscana, a protestare contro il decreto sulle peppole e i passeri, per ottenerne la revoca, che rimetterebbe i verdi all'opposizione e Di Pietro sulla linea del fuoco. Provate a guardare a questo girotondo dal punto di vista delle peppole. Aggiungo, senza timore di apparire demagogo (e anche se fosse) che una peppola pesa quanto un mucchietto di piume, mentre al termine della stagione saranno stati sparati 5 milioni di tonnellate di pallini: non saranno anni di piombo, però... Il candidato Ferrara si è limitato a dichiarare che con Di Pietro andrebbe volentieri a caccia. Poi ha incontrato la Federcaccia, la cui giunta fiorentina aveva deciso all'unanimità per l'astensione dal voto nel Mugello. Insomma, la campagna elettorale sarà una straordinaria battuta di caccia: ai voti, e non solo. E le donne? Nei referendum si vide che nella Toscana profonda il consiglio dei maschi cacciatori, che se ne stessero a casa, era ancora molto seguito. Del resto, fra tanti colpi di scena, non è mai stato fatto un nome di donna candidata. Un'alleanza segreta fra peppole e donne sembra ancora immatura. Per finire: a Barbiana non c'era la corrente elettrica.

 

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