Adriano Sofri
Ergastolo per i ladruncoli?

Considerazioni sulla legge &laqno;svuotaprigioni». Dall'interno di una cella. Mentre intorno gli altri reclusi gridano. Per i gol della Tunisia, o per il ritardo dell'infermiere che porta i calmanti per affrontare la notte.

Si sente gridare più spesso, e in modo corale, in questi giorni: i prigionieri guardano le partite del Mondiale. I prigionieri fanno un gran tifo per solitudine e bisogno di identificazione, penso. Figuriamoci quando sono chiamati in causa. Nel pomeriggio, all'aria mancavano gli arabi, perché giocava la Tunisia. Ora è sera. L'Inghilterra gioca con la Romania, e alla fine perderà. C'è anche un lungo dibattito sulla legge Simeone. Quando si sente un urlo venir fuori dalle celle, ci si chiede se è per un gol o per qualche enormità pronunciata nel dibattito. Raramente sono state dette sciocchezze come su questa disgraziata legge. È difficile spiegarselo. La legge è andata su e giù in Parlamento per più di due anni, è stata modificata ed emendata fino a svuotarsi della sua ispirazione originaria. Intenzionata inizialmente a estendere l'applicazione delle pene alternative a qualche migliaio di detenuti condannati per reati minori, riducendo così il divario fra capienza delle galere e loro effettiva sovrappopolazione, ha finito per escludere, salvo tutt'al più qualche centinaio di casi su 50 mila, chi in carcere si trova già. E nonostante questo, è stata presentata come una &laqno;legge svuotacarceri»: è questo il titolo del dibattito di stasera, e i giornali hanno intitolato all'uscita di massa dei delinquenti all'assalto dei nostri quartieri. I giornalisti hanno bisogno di una forte dose di superficialità e irresponsabilità, senza di che sarebbero costretti a una paralizzante attività di pensiero e di complicazione. Alcuni magistrati, a loro volta molto autorevoli, hanno dato man forte a questa allarmata disinformazione. Uno ha detto che la questione penale si risolve costruendo nuove carceri: che è l'aggiornamento del consiglio di Maria Antonietta al popolo che non aveva pane ­ mangino brioche. Un altro ha annunciato che ora &laqno;i nostri quartieri» sarebbero stati inondati di ladruncoli e scippatori.

Non è difficile riflettere al fatto che per sgomberare i nostri quartieri da ladruncoli e scippatori bisognerebbe prevedere, per il piccolo furto e scippo, l'ergastolo: se no, ahimè, i ladruncoli prima o poi dalla galera devono uscire. Dunque tutte queste voci esagitate stanno chiedendo l'ergastolo per i ladruncoli? Loro direbbero di no. Ma il fatto è che quando un'enormità viene messa in circolazione fa la sua strada ed è difficile da fermare. In alcuni stati degli Usa si condanna all'ergastolo al terzo reato, anche i ladruncoli, dunque. Questa, che al nostro sentimento civile suona come un'aberrazione, potrà trovare ospitalità anche da noi: si sta già formando il comitato di accoglienza. Da otto anni in Italia non è stata emanata alcuna misura di indulto o di condono penale. Non era mai successo nella storia italiana, in cui le carceri si svuotavano periodicamente per amnistie e indulti. Nel corso di questi anni, la popolazione carceraria si è raddoppiata. L'Italia ha, in rapporto ai detenuti, il più alto numero di agenti penitenziari, e il più basso di operatori civili: eppure, non si fa che ripetere che ci sono pochi agenti. Naturalmente, le persone sono molte o poche a seconda dell'uso che se ne fa. San Vittore trabocca, il Consiglio d'Europa non fa che denunciare l'Italia, il direttore di San Vittore non fa che associarsi alle denunce, e tutto resta come prima. Sono gli anni di Tangentopoli, si dice: e chissà per quanto tempo ancora lo resteranno. Ma non ci sono detenuti per Tangentopoli, salvo capri espiatori spettacolarmente stralciati, mentre l'impiego del carcere come fondo delle povertà e delle malattie del nostro tempo non fa che crescere. Ora una legge stabilisce che il magistrato debba avvertire anche i poveri e i malati, prima di metterli in galera per piccoli reati, della possibilità, da sempre prevista ma mai utilizzata da chi non avesse soldi e avvocati, di ricorrere a pene alternative: che restano pene, e che prevedono condizioni spesso impossibili, un lavoro, un'abitazione, dei garanti. Su una rivista &laqno;autorevole», leggo che in galera in Italia non ci va più nessuno (strano, mi dico, stendendo piano le gambe oltre lo sgabello) e che un condannato a 8 anni per sequestro di persona può patteggiare 6 anni e uscire dopo 2: sul mio codice però si dice che la pena per il sequestro va dai 25 ai 30 anni (e l'ergastolo quando il sequestrato muoia).

Il direttore dell'amministrazione penitenziaria, Margara, e il sottosegretario alla Giustizia, Franco Corleone, hanno appena presentato i dati analitici sull'applicazione dei benefici della legge Gozzini, sulla percentuale, inferiore a un terzo, della concessione rispetto ai casi in cui ricorrano le condizioni di accesso, sulla percentuale irrisoria delle trasgressioni (che singoli episodi possano essere gravissimi è altra questione, che chiama in causa quegli episodi, e non la norma). È seccante leggere tabelle: è più divertente scrivere un saggetto contro il perdonismo. Perché lo stesso giornale pubblica un discorso del cardinale Carlo Maria Martini sulla nozione di pena, che invita a rivederne l'identificazione inerte con la reclusione corporale, e poi nelle cronache giudiziario-parlamentari grida allo svuotamento delle carceri? Perché il giornale non chiede al cardinale di scrivere un commento alla legge e ai cronisti giudiziario-parlamentari di meditare 40 minuti sul modo in cui si è storicamente formata la nozione della pena detentiva? Insomma, è sera, è martedì, sono in galera, e seguo il dibattito. Sono disturbato dalle urla sempre più selvagge che arrivano da molte altre gabbie di questo zoo. Ma non è più il calcio. Gridano: &laqno;Terapia». Con rabbia, e con implorazione. C'è uno sciopero dei medici, e l'unico infermiere lasciato alla consegna della terapia serale è in ritardo di un paio d'ore. Troppo, per animali assuefatti al beverone sedativo che li traghetti alla mattina dopo.

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