Adriano Sofri
L'invasione degli orsi bianchi a Pisa

Un documentario tv visto in cella, una notizia di giornale sugli animali in fuga dalla banchisa. E i ricordi fluiscono. Per esempio, quell'incontro mancato alle isole Svalbard. Chissà se le bizzarrie del clima...

Andai alle Svalbard. Le Svalbard sono un arcipelago norvegese a cavallo del parallelo degli 80 gradi, la latitudine del Nord della Groenlandia. Me ne ricordo ora perché ho visto un meraviglioso documentario sugli orsi polari, col parto dell'orsa nella sua caverna di ghiaccio, e il cucciolo grande come un gattino, aperto in tutti gli orifizi dalla lingua materna. Ho anche letto una notizia di giornale: gli orsi bianchi hanno lasciato in anticipo la banchisa che un clima eccentrico aveva cominciato a sgelare, e si sono accampati attorno a una base astronomica e meteorologica polacca nell'isola maggiore, Spitsbergen. Circondati da più di cento orsi, gli scienziati polacchi sono restati chiusi nelle loro baracche per parecchi giorni. Non so come sia andata a finire: suppongo che i cento orsi polari, di fronte a quel comportamento così scontroso dei polacchi, si siano stufati e siano andati altrove. Arrivai ormai fuori stagione, e non c'erano più escursioni autorizzate. Andavo a camminare da solo. Avvisi ammonivano a non allontanarsi senza noleggiare un fucile da orsi. Negli spacci di Longyearbyen erano affissi, forse per commemorazione, o per ammonimento, accurati elenchi dei turisti imprudenti, nome, cognome, e data dell'incontro fatale. Non avrei saputo usare il fucile, e obiettivamente, fra me e un orso bianco, era lui a meritare di cavarsela. Per giunta, avevo visitato da poco il Museo Artico di Tromsø. C'era un marchingegno impressionante: un lungo parallelepipedo di legno aperto alle estremità. A un capo c'era un grosso fucile con la canna infilata nello scatolone. All'altro capo era posata un'esca di carne, legata a uno spago che correva lungo il cunicolo di legno e finiva annodato al grilletto del fucile. L'orso arrivava, fiutava la carne, si affacciava, tirava lo spago, e si ammazzava. Un suicidio. Ero stato ammirato dall'ingegnosità degli umani inventori, ma la cosa nell'insieme non mi era piaciuta.

Dico subito, perché non arriviate fino in fondo all'articolo contando su un colpo di scena, che non incontrai l'orso. Ne avvistai solo le tracce, e questo per me fu emozionante, ma non è abbastanza da essere raccontato. Arrivai a una baracca per lo studio della Nordlys, l'aurora boreale. Bussai alla porta, ma non c'era nessuno: avevano lasciato acceso il telescopio, e se n'erano andati. Se rinascessi, vorrei diventare astrofisico, e scrutatore di aurore boreali. Camminai così a lungo da dubitare di ritrovare la strada, perché faceva buio. Mi sbracciai, e presi un passaggio da una corriera di negri, molto allegri. Non erano negri, erano minatori di carbone, non avevano ancora fatto la doccia, ma avevano già bevuto molta birra. Ci sono miniere di carbone sfruttate dai norvegesi, e altre appaltate ai russi. In quelle dei russi si muore come le mosche. Il giorno dopo mi imbarcai con un pescatore e avvistammo l'elefante marino. Il terzo giorno andai a camminare sulla costa. C'era il sole, un'acqua ferma e una luce di specchio. Benché sorridessi e mi sentissi benigno dal cappello agli stivali, fui assaltato dalle sterne artiche, piene di grazia: ci misi un po' a capire che facevano sul serio. Sarei finito, stivali telecamera e cappello, come un Orfeo sbranato da un corpo di ballo. (Lessi poi su una guida che lo fanno).

Andò meglio con una Prima Ballerina, volpe bianca: correva avanti e indietro a mezzo pendio mentre io andavo avanti e indietro sul sentiero. Mi guardava e la guardavo. Anche dalle volpi mettono in guardia gli avvisi: c'è la rabbia, alle Svalbard. Poi mi lasciò solo, coi capelli elettrici, vicino a un camposanto smesso di croci bianche, e assi di cassette con su stampato: Nobel, candelotti da miniera. Il giorno dopo tornai lì, a esplorare il prato di licheni e di fioretti gialli come ranuncoli, disseminato di ossa calcinate. Arrivò un enorme maschio di renna. Le renne delle Svalbard sono più maestose e grasse, per resistere meglio al lungo gelo senza vegetazione. Trattenni il respiro, e stetti immobile a lungo mentre la bestia magnifica brucava. Poi cominciai ad avvicinarmi lentamente. In capo a un paio d'ore ­ ogni tanto si spostava, indolente, e dovevo ricominciare ­ le ero così vicino che avrei potuto accarezzarla. Qualche ora più tardi la incontrai davanti a un bar di Longyearbyen, e la gente l'accarezzava. Così mancai l'incontro con l'orso bianco maschio, da sei quintali. Comprai il giornale delle Svalbard, un ciclostilato, forse un trimestrale ­ sono lunghi, lassù, i giorni e le notti. Era intitolato così: Wahlkjøtt, endelig. Era caduto il divieto: Bistecche di balena, finalmente. Feci il volo di ritorno con la missione scientifica polacca. Adesso sono qui, cammino avanti e indietro, seguo le bizzarrie del clima, e aspetto la famosa invasione degli orsi bianchi a Pisa.

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