Adriano Sofri
Accorciare la scuola? Che crudeltà

Riesumando una vecchia legge, si vorrebbe far saltare un anno di superiori a chi prende tutti 8. Ma un tempo c'era fretta di affrontare il futuro. Oggi si resta in casa dei genitori fino a 35 anni. Perché accelerare i tempi?

Pare che ci fosse una legge che risparmiava l'ultimo anno di scuola superiore a chi, al penultimo, riportasse tutti 8; e ora la legge è stata ripescata. Interpellati, ragazze e ragazzi che ho sentito in tv hanno energicamente scongiurato quel privilegio: preferisco completare la mia formazione eccetera, hanno più o meno risposto. Risposta sensata ­ che cosa sarebbe una formazione senza Paradiso, e senza lettura della tragedia greca?, parlo del liceo classico, perché di quello m'intendo ­ ma anche troppo sensata: non è un caso che si tratti di quelli che hanno tutti 8. In verità, io non so che cosa avrei pensato a suo tempo di questa specie di condono (ha anche un sapore di lotteria, come tutte le ultime novità), ma ora mi sembra un'idea detestabile. A parte il Paradiso e le Coefore. Dico perché. La parola &laqno;maturità», sarete d'accordo, è antipatica. Un ragazzo immaturo, una ragazza matura: i ragazzi non sono pere. Suonava come un epitaffio, o almeno un foglio di congedo (illimitato provvisorio: anche le dizioni dei fogli di congedo erano misteriosamente paradossali). Maturo, e tanti saluti. Non si sarebbe mai più letto Dante, né risolto un'equazione, né letto una tragedia greca: salvo che lo si facesse per uno stipendio. Cominciava la vita vera, finora si era scherzato. Come un ventaglio, la &laqno;cultura», e la vita, si chiudevano di colpo: uno diventava ingegnere, uno postelegrafonico, una professoressa di francese, e si metteva su famiglia eccetera. Poi, almeno, con tutti questi pensionati, si cominciò a parlare di educazione permanente, nozione un po' confusa, ma che in sostanza significa che anche a 74 anni si può risolvere un'equazione, e visitare la Galleria degli Uffizi.

Antipatica quella parola, maturità, diventava addirittura grottesca accompagnata ai suoi aggettivi: &laqno;maturità tecnica», o &laqno;scientifica», come delle pere che avessero preso il sole da un lato solo. &laqno;Maturità classica» si salvava, perché faceva pensare a quelle giunoniche dee greche dipinte dai veneziani del Cinquecento, magnificamente aliene da ogni acerbità. E infine, l'&laqno;esame di maturità», che aveva e probabilmente ha ancora, nella sua stentata simulazione del passaggio di iniziazione alla &laqno;vita vera», qualcosa di losco, di tavola anatomica, nel modo, altro che maturo, praticamente esanime in cui gli studenti ci arrivavano, e nel consulto un po' buffo dei commissari, appena riscattato dalla bontà apprensiva del membro interno (benedica il cielo tutte le mature professoresse che si sono battute per secoli come chiocce strenue da membri interni). A ripensarci ora, quell'idea rozzamente pedagogica di &laqno;maturità» mi sembra applicarsi solo all'esperienza di persone ­ le poche, le privilegiate che fino a non tanto tempo fa andavano alle scuole superiori ­ che crescevano insieme. S'incontravano a 13 anni, o anche prima, e si lasciavano a 18. Si guardavano e si vedevano crescere, &laqno;maturare». L'estate interrompeva un po' più a lungo quella frequentazione quotidiana, e ci si ritrovava già cambiati, irriconoscibili quasi: e si ricominciava. Le ragazze erano bambine, e bisognava disprezzarle, e tutt'al più tirar loro i capelli e dire con maestria le parolacce. Poi crescevano, un po' alla volta, ma soprattutto di colpo. Si restava sbalorditi, e in soggezione, bisognava dire sempre più parolacce. (Parlo di un tempo in cui le ragazze non dicevano le parolacce). Si faceva finta di niente, e si sanguinava quando all'uscita andavano via con quelli delle classi più anziane. Sbocciavano a un tratto, un po' prima, o un po' in ritardo, e all'ultimo anno maturavano davvero.

E una legge vorrebbe togliere l'esperienza di quel reciproco rispecchiarsi e innamorarsi? Ecco una rigorosa ragione per evitare di prendere tutti 8. Ma quella legge è antica, si dirà. Appunto. Appartiene a un tempo finito in cui si era bruciati dal demone della precocità. Bisognava esser precoci, guadagnare tempo, saltare un anno, sbrigarsi con il servizio militare, trovare un impiego e mettere su famiglia: e poi tirare il fiato. Poi di tempo ce ne sarebbe stato tanto, per pensionarsi e invecchiare precocemente. Quel culto della precocità era figlio di una società in cui la scuola era affare di pochi, che si sentivano addosso il fiato e gli occhi degli esclusi. Non so come sia per i ragazzi ora, ma allora era decisivo vergognarsi un po' di andare a scuola e gli altri no, di andare nelle scuole disinteressate e gli altri nelle scuole tecniche (la vera selezione, come un pregiudizio universale, veniva dopo la quinta, di su le medie, di giù l'avviamento: ma tanti erano già scomparsi), di prepararsi a un lavoro - un impiego, una professione mentre gli altri lavoravano, faticavano con le mani. Non so verso che frontiera si sia spostata questa vergogna, ma guai se i bambini e i ragazzi la perdessero. E poi la precocità era affare di un mondo giovane, in cui bisognava arrivare, e risparmiare per il futuro. Ora la gioventù è fuori corso per definizione. Ora il mondo, il nostro mondo, è vecchio, arrivato, e insofferente del futuro. Insofferente del futuro altrui, di figli, nipoti, generazioni a venire, e desideroso di assicurare il proprio contro ogni infortunio, dall'inflazione alla morte. Si resta in casa dei genitori fino a 35 anni: e volete togliere a qualcuno dei nostri rarefatti giovani l'anno scolastico fra i 17 e i 18, il Paradiso e l'Antigone e la termodinamica e Maria P. che è diventata una donna e il sabato balla con voi, solo perché qualcuno ha avuto la debolezza di prendere tutti 8 l'anno scorso?

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