Cinzia Sasso, da Repubblica, 29 giugno 1997

Eco: "Contro Sofri processo sbagliato"
Mentre a Brescia è stato archiviato il procedimento a carico dei giudici che emisero la sentenza


BRESCIA - Il giudice di Brescia Anna Di Martino spezza in 30 pagine la residua speranza di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi di vedere riaperte le indagini sulle presunte irregolarità commesse nella camera di consiglio che, nel novembre del '95, si concluse con la loro condanna a 23 anni di carcere per l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Archiviazione, ha deciso il giudice, "in quanto la notizia di reato è risultata infondata". Non c'è stato nessun "complotto giudiziario - ha concluso - per vessare ad ogni costo gli imputati dell'omicidio Calabresi". "Me lo potevo aspettare - commenta, dal carcere, Bompressi, provato da venti giorni di digiuno - perché quel giudice si era già pronunciato in senso a noi sfavorevole. Eppure coltivavo ancora l'illusione che almeno un supplemento di istruttoria ci sarebbe stato concesso". "E' una decisione assolutamente irragionevole, è un provvedimento di autotutela della casta dei magistrati", commenta l'avvocato Ezio Menzione anticipando che gli imputati presentaranno ricorso in Cassazione. E Gianni Sofri, fratello dell'ex leader di Lc, denuncia "la rete di protezione che si stende attorno alla Procura e al Tribunale di Milano", "una rete troppo forte perché sia possibile penetrarvi". Giunge, la notizia, proprio nel giorno in cui Micromega annuncia la pubblicazione di un breve saggio di Umberto Eco, che scrive: Sofri è stato condannato "per le ragioni sbagliate", il processo sembra essere stato condotto "in spregio non delle leggi, ma del lume naturale", cioè il buon senso, l'unica soluzione è "obbligare l'opinione pubblica a riconoscere che bisogna rifare il processo". Una strada che suggerisce anche Luca Sofri, figlio di Adriano: "Continueremo a diffondere gli atti del dibattimento per dimostrare che sono pochi quelli che la pensavano come il giudice Di Martino". Il giudice di Brescia ha accolto la richiesta del pubblico ministero Fabio Salamone il quale, sulla base di un esposto di Sofri che segnalava irregolarità nell'andamento della camera di consiglio della corte d'assise che l'aveva condannato per omicidio, dopo aver compiuto un'approfondita indagine, aveva concluso che non era ravvisabile il reato di abuso di ufficio. Ma se Salamone, nelle conclusioni, aveva comunque criticato il presidente di quella corte, Giangiacomo Della Torre, sulla base delle testimonianze dei giurati, il giudice Di Martino critica duramente lo stesso pm. Sono tre i capisaldi dell'ordinanza: secondo il giudice, Sofri non avrebbe avuto titolo di ricorrere contro la richiesta di archiviazione del pm perchè nel reato di abuso di ufficio l'unica persona offesa è la pubblica amministrazione, non il denunciante. L'inchiesta, poi, non avrebbe dovuto neppure nascere perchè gli estremi dell'ipotesi di abuso scattano, secondo Di Martino, solo quando il pubblico ufficiale "si muova per cagionare danni o procurare vantaggi ingiusti" a terze persone e questi moventi non erano ipotizzati neppure negli esposti di Sofri. Il giudice stigmatizza dunque il comportamento del pm che, sulla base del ragionamento che era prevalente l'interesse ad investigare su un'ipotesi di reato, ha autorizzato i giurati a violare il segreto della camera di consiglio. Infine, il merito: i due giurati che hanno accusato di pressioni il giudice Della Torre sono di "evidente scarsissima attendibilità".