Il suicidio della giustizia

di Giuseppe Di Lello, da il Manifesto 14 novembre 1995.

Il processo infinito per l'omicidio del commissario Calabresi ha segnato una ulteriore tappa con la recente sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano: Bompressi, Pietrostefani e Sofri sono stati condannati e Marino, ovviamente, è stato affrancato da ogni ulteriore fastidio giudiziario, per l'applicazione dell'attenuante della "confessione" di cui avrebbero potuto beneficiare anche gli altri imputati se solo avessero confessato un delitto mai commesso.

Prendersela con quest'ultima sentenza sarebbe riduttivo, anche perché essa non è che uno dei tanti anelli di una lunga catena di ingiustizie perseguite attraverso un uso distorto, a volte anche in modo vergognoso, degli strumenti processuali.

Il "racconto" di Marino è stato contraddetto da tutte le circostanze, le prove, le testimonianze che, in modo assolutamente oggettivo, erano state raccolte durante le indagini svolte subito dopo l'omicidio. ma lo si è reso compatibile con le stesse solo attraverso una accorta opera di correzione, di progressivo adeguamento e di illogiche giustificazioni. Stessa sorte hanno subito le prove raccolte in dibattimento e, così, la mancanza dei famosi (sicuramente famigerati per i giudici) "riscontri oggettivi" si è infranta contro la parola del pentito.

Perché avrebbe dovuto mentire Marino? E' una domanda che i giudici avrebbero potuto porre legittimamente alla difesa dopo aver dimostrato l'assoluta attendibilità della costruzione del fatto da parte dello stesso. E invece no, l'hanno posta a sostegno necessario del crollo del castello accusatorio, e dopo aver glissato sulle molte ragioni che Marino aveva di mentire. Marino sbaglia su cento particolari? (La piazza alberata, la giornata piovosa, il percorso dell'auto in fuga, eccetera). Segno che parla con spontaneità e che non ha costruito a tavolino il suo atto d'accusa. Marino anche dopo tanti anni ricorda con certezza un particolare? Segno che ha precisa memoria di quegli avvenimenti.

La cassazione, stigmatizzando queste incongruenze, aveva annullato la condanna e rinviato alla Corte d'appello per un nuovo giudizio, con l'indicazione a non ripercorrere gli antichi errori. La Corte assolveva gli imputati, ma la sentenza veniva motivata con argomentazioni logicamente incompatibili con l'assoluzione stessa. Una sentenza detta "suicida" (comunemente accettata nel nostro sistema penale nonostante concretizzi una vergognosa e palese falsificazione della decisione della maggioranza dei giudici - di solito popolari - da parte del giudice estensore - di solito togato - contrario al verdetto e perciò messo in minoranza), perché facilmente annullabile dai giudici davanti ai quali viene impugnata: da qui un nuovo processo e la condanna.

Ci dispiace per Bompressi, Pietrostefani e Sofri, così come ci dispiace per questi continui suicidi della giustizia, che affondano le loro radici nel dispregio della legge comune e nella mancanza della morale individuale.


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