Cinzia Sasso, da Repubblica, 28 giugno 1997

E Sofri nella cella di Pisa smette lo sciopero della fame
Stop anche di Bompressi e Pietrostefani dopo la visita di Pisapia, commissione Giustizia


PISA (c.s.) - Avevano scritto che lo avrebbero fatto per "il tempo necessario a renderlo una testimonianza". E dunque ieri, dopo venti giorni di sciopero della fame, dopo che un detenuto algerino, ricoverato al Fatebenefratelli di Milano perchè ridotto a una larva dalla mancanza di cibo, ha accettato di smettere, dopo che il presidente della commissione giustizia della Camera Giuliano Pisapia è andato a trovarli e ha assicurato loro che le cose si muovono, per migliorare le condizioni di vita nell'universo carcerario, anche Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri hanno deciso che basta. Da oggi, dall' ora di pranzo, accetteranno di nuovo il vitto del Don Bosco di Pisa, il carcere nel quale sono detenuti da cinque mesi per scontare una condanna a 23 anni per l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Insieme a Pisapia, in visita al carcere, c'era anche l'avvocato Ezio Menzione, difensore e amico di Bompressi. Due ore insieme, i tre detenuti ex leader di Lotta Continua, l'avvocato e il presidente. Due ore a discutere di quello che a Sofri e agli altri, ora, sta più a cuore: la situazione dei detenuti "senza voce", dei tossicodipendenti e degli extracomunitari che non sanno neppure di essere comunque soggetti di qualche diritto.

Solo una parola, alla fine, per l'ordinanza con la quale venerdì il giudice di Brescia Anna Di Martino ha chiuso con l'archiviazione l'inchiesta aperta sul presidente della corte d'assise che ha condannato Sofri, Pietrostefani e Bompressi ("Siamo allibiti, quel giudice si è assunto una pesante responsabilità nell'atto di stabilire che le irregolarità commesse prima e durante il processo non hanno alcuna rilevanza penale. Evidentemente la rete di protezione che si stende attorno alla Procura e al Tribunale di Milano è troppo forte per poter essere scalfita"). "Ma non vogliamo - ha detto Sofri - parlare di noi. C'è chi sta peggio, molto peggio". Ecco il resoconto dell' incontro con Sofri e i suoi compagni che solo dopo il lungo colloquio hanno accettato di interrompere il loro digiuno. I segnali più importanti, colti in questi giorni, sono stati per Sofri la depenalizzazione dei reati minori, la decisione di marciare decisi sulla strada delle pene sostitutive al carcere, la costituzione del comitato carceri all'interno della commissione giustizia. "Mi sembra molto importante - ha detto Sofri - che i detenuti possano avere un punto di riferimento esterno, un indirizzo dove mandare, con la certezza di essere ascoltati, le proprie richieste, i propri appelli".

"Ora - ha aggiunto - sarebbe anche importante riuscire ad aprire, dentro le carceri, una sorta di sportello dei diritti. Perchè i detenuti sono messi nelle condizioni di credere che è vietato tutto eccetto ciò che è obbligatorio. Il regolamento carcerario non lo conosce nessuno; pochi sanno che esiste il gratuito patrocinio; che c'è la possibilità di ottenere permessi, di chiedere di essere ammessi al lavoro esterno". Probabilmente, per introdurre un'innovazione di questo genere, non servirebbe neppure una legge. C'è stato il tempo per rimpiangere Michele Coiro, direttore del dipartimento dell'amministrazione carceraria, scomparso da pochi giorni ("Una delle perdite più gravi che si siano avute"), per auspicare che il successore segua le coordinate da lui tracciate. E per discutere di indulto: "E' un provvedimento necessario - ha detto Sofri - per il quale già ci eravamo battuti quando eravamo fuori dal carcere. Bisogna risolvere in qualche modo il problema di una generazione che è stata giudicata sulla base di aggravanti specifiche, di una legislazione speciale sul terrorismo". "Un provvedimento, comunque, che non ha nulla a che vedere con noi, con la nostra situazione". E dunque, cosa farà Sofri per se stesso, per riconquistare la libertà, per cercare ancora di dimostrare la sua innocenza? " Noi - conclude - abbiamo una sola strada maestra, quella di riuscire ad ottenere la revisione del nostro processo".