Enrico Deaglio
Il silenzio degli innocenti

L'inchiesta vecchio stile

da Diario, 25 giugno 1997


Con un lieve sobbalzo, come molte persone della mia età, ho appreso dalla radio sabato 14 maggio 1997 che erano stati arrestati gli esecutori della strage di piazza Fontana: dopo 28 anni, praticamente a tempo scaduto.

Dunque erano stati i fascisti, appoggiati da cospicui pezzi di servizi segreti, coccolati dalla polizia, vigilati amorevolmente dalla Cia, come aveva scritto un libretto semi ufficiale di allora, La strage di Stato. E, proprio come già allora si immaginava, si disse e si scrisse, gli anarchici non c'entravano: erano le vittime sacrificali, ruolo che spesso nella storia sono stati chiamati a giocare. Come tanti italiani, questa storia mi ha tormentato da allora e quindi mi ha dato quasi un senso di svuotamento vedere che era finita. Discretamente ufficializzata, senza più passioni.

Ho notato poi che i nuovi giudici (siamo infatti alla seconda generazione di inquirenti su piazza Fontana) danno molta importanza al ruolo di un terrorista, Gianfranco Bertoli, quello che il 17 maggio 1973 a Milano tirò una bomba a mano contro il presidente del Consiglio Mariano Rumor. Era una mattina, era il primo anniversario dell'uccisione del commissario Luigi Calabresi e Rumor era presente per scoprire un busto al commissario, un busto in marmo che ancora oggi sta nell'ingresso dei locali della Questura. Bertoli mancò (alcuni dissero: "volutamente") il suo obiettivo, ma uccise quattro persone. Altre decine rimasero ferite a lungo per terra, con fiumi di sangue che sgorgavano, le facce attonite di fronte ai fotografi. Anche Bertoli rimase attonito. Fu preso; disse allora di essere un anarchico "stirneriano". Nessuno, apparentemente, lo conosceva. Da allora, ha passato 24 anni in prigione senza dire, senza confessare: invecchiando da solo. Cogli anni, però, di lui si seppe di più: era stato un agente stipendiato del Sifar e del Sid, un commerciante di pistole, forse una pedina del Mossad israeliano, forse un uomo della struttura di Gladio. Oggi i magistrati di Milano dicono che era un uomo dei servizi e dei fascisti veneti che lo convinsero a gettare quella bomba per vendicarsi del presidente Rumor (che allora veniva chiamato sui giornali "il mansueto cattolico veneto"), che aveva loro promesso un colpo di Stato e poi, per viltà, si era tirato indietro. Bertoli: un vecchio arnese, uno psicolabile, una pedina buona nel tempo.

Mi sono ricordato allora che quell'uomo che nessuno all'epoca conosceva, un altro uomo invece lo conosceva. L'uomo il cui busto veniva quel giorno scoperto nella Questura di Milano, Luigi Calabresi. Luigi Calabresi, Gianfranco Bertoli lo aveva ben presente e, se da poliziotto quel giorno si fosse trovato in servizio, lo avrebbe sicuramente riconosciuto.

Non riesco a capire perché questa storia non sia raccontata in questi giorni, eppure è ufficiale. Il commissario Luigi Calabresi teneva nel suo ufficio, fin dal 1970, un fascicolo su Gianfranco Bertoli. Anzi, teneva nella sua scrivania la sua fotografia formato tessera. Con quella fotografia Bertoli si era costruito una identità nuova, apponendola al passaporto di un marxista leninista di Bergamo, un tale Magri, cui era stato rubato il passaporto. Nelle carte di Calabresi c'era anche la fotografia di Magri. Che cosa significava tutto ciò? Forse che Bertoli era un uomo del commissario. Forse, invece, che il commissario lo stava perseguendo. Forse che lo stava aiutando ad infiltrarsi negli ambienti di sinistra. È anche possibile che quel fascicolo e quelle fotografie, trovate nell'ufficio del commissario dopo la sua uccisione, siano state fatte trovare a bella posta, nei giorni in cui tante altre cose sparivano. Ma resta il fatto che questo episodio, questa liaison tra Calabresi e Bertoli nella storia attuale non è stata resa nota.

L'unico luogo in cui ne potete trovare notizia è in un rinvio a giudizio nei confronti di alcuni anarchici accusati di aver favorito Bertoli. Due righe dattiloscritte in tutto, datate 1980 (diciotto anni fa) e firmate dal giudice istruttore Antonio Lombardi. Il dottor Lombardi ha un primato: detiene dal 1973 l'inchiesta sulla strage di Bertoli, ovvero da 24 anni. Migliaia di pagine che non ha mai fatto vedere a nessuno, un'inchiesta infinita che gelosamente mantiene, opponendo "il segreto istruttorio" a chi gli domanda lumi. Già questa sembrerebbe una pazzia, ma c'è una pazzia in più: il giudice istruttore Lombardi è stato anche il titolare dell'istruttoria sull'omicidio del commissario Calabresi. Ma i fascicoli di una inchiesta non si sono mai uniti a quella dell'altra. Che si sappia, il giudice non ha mai chiesto a Bertoli se sapeva qualcosa dell'omicidio Calabresi, né ai vari accusati nel tempo del delitto Calabresi se avevano mai sentito parlare, se avevano incontrato, un certo Gianfranco Bertoli. L'attentatore, peraltro, dichiarò al giudice di aver progettato l'attentato "o a Pisa, nell'anniversario della morte dell'anarchico Serantini, o a Milano, in quello di Calabresi". Oggi viene invece accusato di essere stato lungamente indottrinato da Carlo Maria Maggi, fascista di Ordine Nuovo, perché buttasse quella maledetta bomba.

Gianfranco Bertoli è nato a Venezia nel 1933. Quando compì l'attentato di Milano non era quindi di primo pelo: aveva una lunga storia strana alle spalle di cui ha rivelato alcuni spezzoni che parlano di soggiorni in Francia, di un kibbutz in Israele. Non ebbe difficoltà a dichiarare al giudice istruttore Lombardi che in una stagione lontana, 1954-55, aveva fornito mitra e pistole ad un gruppo che si denominava "Fronte anticomunista italiano" e gli parlò anche di un deposito ad Asiago dal quale si riforniva. Sarebbe stato bello saperne di più, ma a questo punto il giudice blocca qualsiasi curiosità e scrive: "Questo G.I. ritiene doverosa una precisazione. Nel corso delle indagini, occasionalmente, si è venuti a conoscenza dell'esistenza di un traffico d'armi di grosse dimensioni del quale si stava occupando Calabresi poco prima che fosse ucciso. Gli atti relativi a questa indagine, in fase di continuo sviluppo, sono stati stralciati dal presente procedimento per motivi di riserbo istruttorio". Un "riserbo istruttorio" che è durato ventiquattro anni, compresi gli ultimi nove, segnati dai vari processi per l'uccisione di Calabresi. (E dire che l'indagine, ventiquattro anni fa, era "in fase di continuo sviluppo"). Così a tutti è stato negato sapere che cosa contenesse il "fascicolo Bertoli" e su quale traffico d'armi "di grosse dimensioni" il commissario stesse indagando poco prima di essere ucciso. Stupido sarebbe immaginare teoremi, certo è che anche altri pezzi di scenario sono scomparsi nel nulla. Per esempio, è abbastanza inquietante riscoprire ora che un noto detective milanese, Pietro Davide Tavazzi, affermò con tranquilla sicurezza pochi anni fa che il telefono dell'abitazione di Calabresi era spiato. ("Microspie erano state trovate nell'apparecchio del commissario... Denunciammo lo scandalo, ma avevamo toccato dei protetti, degli intoccabili. Calabresi, in indagini in Svizzera, si era imbattuto in questa storia"). Qual era la storia degli intoccabili? Era la storia di una notevole organizzazione ricca di uomini e mezzi, capitanata da un ex commissario di polizia, Walter Beneforti, alle dipendenze dirette di Federico Umberto D'Amato, l'uomo che vigilò sul "buon andamento" della strage di piazza Fontana e che indirizzò le indagini su Valpreda e Pinelli. All'epoca, a Milano, erano in molti ad essere spiati via telefono. Lo erano, per esempio, il procuratore capo Adolfo Beria D'Argentine e il procuratore generale Luigi Bianchi D'Espinosa che si accorsero che le loro telefonate private erano ascoltate (si inserì una voce che li insultò e li intimidì). Lo era un giornalista, di cui si sa solo che abitava in via Carpaccio e indagava sulla morte di Pinelli (chi si riconosce, si faccia vivo, ndr): per ascoltare le sue telefonate l'organizzazione comprò un appartamento in posizione favorevole. E la stessa cosa erano pronti a fare (poi un valente tecnico della Sip riuscì a costruire un accrocchio molto meno costoso) per controllare una certa Margherita Decio, che non era né un politico, né un magistrato, né un giornalista, ma una signora che aveva avuto un torto: quello di vedere, da vicino, il killer del commissario Calabresi e di avere segnalato per prima il numero di targa della macchina. Esploso lo scandalo delle bobine telefoniche, Beneforti fu arrestato, restò per molti mesi in carcere, ma non disse una parola. Il suo socio, Tom Ponzi, fuggì in Svizzera con dodici casse di bobine e documenti, che non vennero mai recuperate. Trasportata velocemente a Roma, l'inchiesta, nelle mani del pubblico ministero Domenico Sica terminerà nel 1979 con proscioglimenti (di Angelo Vicari, allora capo della polizia, di Federico Umberto D'Amato e di un mazzetto di questori) e con prescrizione o lievissime pene per gli imputati minori.

Ma perché il commissario Calabresi aveva il telefono sotto controllo? Perché una testimone del delitto Calabresi doveva essere assolutamente spiata? È possibile che qualche elemento utile, in quasi un quarto di secolo di istruttoria, il giudice istruttore Lombardi l'abbia raccolto, ma finora non ha mai rivelato niente a nessuno. Ma avrà sicuramente ripensato a tutte le stranezze che seguirono quel delitto, oltre allo spionaggio della teste principale: i vestiti dell'ucciso che spariscono; il suo ufficio "visitato" da qualcuno prima che dai magistrati; l'automobile usata per l'attentato così irrealmente priva di qualsiasi impronta digitale e soprattutto un proiettile inserito non si sa come e non si sa quando nell'elenco dei corpi del reato. (Ne abbiamo già parlato su Diario - 12 marzo 1997, n. 10 - in una lunga ricostruzione, facendo notare l'assurdità di un killer solo che spara con una pistola sola due proiettili che all'esame balistico appaiono non compatibili con la stessa arma).

Fa una strana impressione, leggere oggi dello scenario che una giovane magistrata, Grazia Pradella - all'epoca dei fatti bambina di otto anni - ha tracciato: un mondo di fanatiche organizzazioni fasciste, coccolate, finanziate e armate. Un gruppo anarchico (quello di Pietro Valpreda) di cui il giudice Guido Salvini dice che erano più i poliziotti che i militanti, un po' come nel famoso racconto di Chesterton, L'uomo che fu giovedì. Una serie di poliziotti, funzionari, questori, dirigenti dei servizi impegnati a depistare, a dire il falso, ad accusare la sinistra di attentati di cui conoscevano perfettamente la matrice opposta. E, per un quarto di secolo, la tenace difesa dei segreti da parte degli uomini politici che ci hanno governato. E, infine, il silenzio ufficiale che ha seguito le ultime rivelazioni venute dalla conclusione dell'inchiesta, una sorta di silenzio-assenso. Non ha parlato praticamente nessuno, tranne il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi: ha detto di essere convinto che questa sia la verità, che le stragi, più che "nere", furono "bianco- nere" e ha aggiunto che la verità arriva solo ora perché, dopo un quarto di secolo, si sono finalmente sgretolate le vecchie complicità, i vecchi legami, le vecchie appartenenze politiche internazionali che hanno tenuto l'Italia sotto la cappa. In breve: oggi si possono dire le cose, prima non si potevano dire. Forse potranno entrare anche nei libri di storia, a partire dal prossimo anno scolastico.

In carcere, condannati definitivamente dopo sette processi e inifinite pazzie, ci sono tre uomini che ormai guardano come vicino il traguardo dei sessant'anni. Accusati, il primo di aver sparato a Calabresi, gli altri due di averglielo ordinato. Come tutti sanno, il loro caso continua, a cinque mesi dalla loro detenzione, a suscitare interesse, rabbia, tristezza o passione, ma non indifferenza. Come tutti sanno, le accuse contro di loro sono state, in due processi, smantellate, ma ha fatto premio, più che prove che non sono state trovate, un "contesto", una "logica". Lotta Continua guidava una campagna contro il commissario Calabresi e quindi lo ha ucciso. Adriano Sofri era il capo di Lotta Continua e quindi ha dato l'ordine. Tutti i testimoni a favore degli imputati erano evidentemente falsi, perché legati agli imputati e i testimoni oculari (tra cui la Decio spiata), che avevano visto un'altra scena del delitto, evidentemente mentivano, oppure si ricordavano male. E se erano spariti i corpi del reato, questo in fondo non aveva importanza perché tanto valeva la testimonianza del tardivo accusatore. E se i due proiettili che uccisero il commissario erano incompatibili l'uno con l'altro, anche questo non aveva valore, perché era passato molto tempo. Reggeva il "contesto", ovvero la "spiegazione storica" di quanto era successo: una impenetrabile organizzazione aveva ordito il delitto, con il fanatismo che le veniva dalla giovinezza e dall'arroganza intellettuale. Intorno, tutto si svolgeva regolarmente. Pinelli non era stato ucciso e neanche si era suicidato, ma era morto per un malore che lo aveva sollevato da terra e gli aveva fatto attraversare la ringhiera della finestra. La questura di Milano era limpida e collaborativa. Nessun altro, se non Lotta Continua, aveva interesse ad eliminare il commissario Calabresi. È stato così scritto un pezzo di storia, che però fa difficoltà a combaciare con l'altra storia, quella che ci viene raccontata oggi, quando le vecchie complicità si sono un po' sciolte.

In teoria, naturalmente, è possibile. Tutto è possibile, a questo mondo. I migliori romanzi nascono da un'idea di una imprevista coincidenza.

Più pedestremente, però, noi qui abbiamo una storia che non ha precedenti in Italia, né, credo, in altri paesi. Un magistrato, il dottor Antonio Lombardi, da venticinque anni si occupa di due casi: l'uccisione del commissario Luigi Calabresi e l'attentato compiuto da Gianfranco Bertoli nel primo anniversario della morte del commissario. Da ventiquattro anni, il dottor Lombardi (sicuramente il personaggio più schivo di tutto il palazzo di giustizia di Milano) chiede, per Bertoli, una proroga alle indagini. Come se sempre fosse sul punto di scoprire qualcosa di decisivo e avesse bisogno solo di un po' di tempo in più. Ogni volta la proroga gli viene concessa, mentre lui non concede nulla. Poi si trova davanti, nel luglio 1988, il "pentito" Marino al quale crede come alla divinità rivelata. Chiude la prima istruttoria, ma tiene aperta l'altra, quella su Bertoli. Quando la difesa degli imputati gli chiede di conoscere le sue carte, rifiuta. Passano tutti gli anni del processo Calabresi e - anno dopo anno, anno dopo anno - il dottor Lombardi continua a chiedere proroghe. In genere il suo caso si associa a quello di Ustica, per cui, concedendo una proroga per Ustica, la si concede anche per Bertoli. Il prossimo 30 giugno gli scade l'ultima proroga e sarebbe veramente uno scandalo che il dottor Lombardi ne chiedesse un'altra. A quel punto dovrà mostrare tutto l'immane lavoro che l'ha tenuto occupato per un quarto di secolo e di cui noi conosciamo due soli piccoli brandelli: il primo dice che il commissario Calabresi aveva un fascicolo su Bertoli (ma non abbiamo mai saputo che cosa c'era scritto dentro). Il secondo è che il commissario Calabresi era sulle piste di un grosso traffico di armi, proprio prima di essere ucciso. Ma si immagina che il dottor Lombardi in venticinque anni avrà raccolto anche dell'altro, non sarà mica stato a fare solitaria flanella.

È strana e, per qualche verso, bella l'Italia di questo giugno. Quando il governo ha chiesto alla Nato di accedere ai loro codici radar per indagare su Ustica, la Nato ha fornito gli strumenti e così si è capito che intorno a quell'aereo combattevano diversi jet militari, cosa che alcune decine di ufficiali dell'aeronautica per diciotto anni avevano taciuto, mentendo. Quando alcuni funzionari del Viminale hanno opposto resistenza a che si andassero a vedere le carte dei vecchi Affari Riservati, i funzionari sono stati rimossi e la verità su piazza Fontana è venuta fuori. Quindi, se c'è un senso nelle cose, a partire dal primo luglio, tra pochi giorni, tutti i faldoni di Lombardi dovranno essere resi noti: integri, senza omissioni o tarme causate dal tempo. E, guardate le carte - e anche solo da quel pochissimo che già ora si sa - il processo per l'uccisione del commissario Calabresi dovrà essere riaperto: per l'esistenza di fatti, di notizie, di indagini che sono state tenute segrete per un quarto di secolo e negate alla difesa degli imputati. Si saprà qualcosa di più su molte cose, se il magistrato in questi venticinque anni ha lavorato bene, sui tanti contesti e scenari che sono apparsi in questa storia italiana. Si saprà per esempio quali indagini sulle armi Calabresi stava seguendo, si saprà quanto pesava su di lui la campagna di accuse e quanto l'isolamento dal suo ambiente che evidentemente non si fidava tanto, se gli metteva delle microspie nella cornetta; si saprà - chissà - qualcosa di più su quale ossessione guidava Gianfranco Bertoli, oggi detenuto in semilibertà, sessantaquattro anni, quando andò la mattina del 17 maggio 1973 di fronte alla questura di Milano per distruggere, con una bomba, l'effigie in marmo del commissario Calabresi, un poliziotto che, prima di essere ucciso, teneva la fotografia formato tessera di Bertoli nel cassetto della sua scrivania.

In pittura, quando l'artista dipinge una tela e poi cambia idea e, sopra il precedente dipinto, raffigura altre immagini, altre scene, altri paesaggi, altre persone, tutto questo prende il nome tecnico di "pentimento".