Il romanziere Raboni

Gianni D'Elia
dal Manifesto, 16 novembre 1997


I tempi cambiano. Chi ricorda le poesie di Giovanni Raboni su Pinelli? Ora, Raboni scrive su Sette, il supplemento di questa settimana del Corriere della Sera, alcune cose gravi sul caso Sofri. Riassumendo: Sofri è uno degli "autori" del clima ideologico-culturale nel quale sono maturati l'assassinio di Pinelli e di Calabresi, oltre ad altri eventi terribili degli anni di piombo. Raboni si dichiara convinto della "non colpevolezza di Sofri riguardo al delitto per il quale è stato condannato", ma anche della sua "responsabilità etica" per l'odio e le illusioni del tempo. Testimonia il proprio "disagio", la propria "insofferenza" verso iniziative e appelli a favore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Se la prende anche con gli "intellettuali", per la superficialità e il dilettantismo dimostrati verso le questioni giuridiche del processo, la possibile grazia presidenziale o revisione dello stesso. Nomina Fo e Celentano, parla di confusione. Paventa una "legge su misura", una "giustizia di casta, che privilegia i letterati con amicizie importanti e affossa la manovalanza". Propone l'amnistia, per superare gli anni di piombo. Dice di motivi più o meno nobili, più o meno confessabili, di ipocrisie e di finzioni, pur di non affrontare "una tragedia politica in cui sono coinvolte due generazioni di italiani", "un processo e una condanna politici".

Tra le cose più funeste, c'è senz'altro l'attribuzione a Sofri addirittura della morte di Pinelli, certo non direttamente, ma come "climatizzatore". Questo ancora non si era detto. In realtà, il caso Sofri non è un caso, ma un romanzo. Il romanzo Sofri vogliono tutti scriverlo. Ha cominciato Marino, assistito a dovere, fornendo numerose varianti in una caserma, in segreto. Hanno continuato i giudici, i giornalisti. Ora che c'è una condanna definitiva a 22 anni, mentre i tre reclusi chiedono giustizia e la revisione del processo, il romanzo continua. Andare in galera volontariamente, non è forse un modo di rispettare le sentenze? Si chiede anche di fare i conti con la storia. E facciamoli, per brevi cenni. Vogliamo ignorare lo stato oscuro e parallelo delle stragi, dei servizi deviati, delle bombe, delle colpe addossate (ieri e oggi) agli anarchici e alla sinistra? Invece di denunciare, come fece l'intellettuale Pasolini il 14 novembre 1974, "il romanzo delle stragi" in Italia, oggi si accusano i capri espiatori con spunti romanzeschi. La vera tragedia politica è di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. E nostra, che eravamo in Lotta continua, e abbiamo perso la pace e l'onore politico. Amici e nemici, è in galera chi cercava la verità. Contro Calabresi abbiamo usato parole dure, neppure da ognuno di noi condivise, e anche le vie giudiziarie per il caso Pinelli.

Ma Lotta continua non fa parte della storia del terrorismo, e la condanna è per un delitto comune. Con le bombe e Pinelli comincia il romanzo delle stragi, a Milano, e lì continua, con il commissario freddato. Prove e indizi sono stati fatti sparire. In cambio, ci hanno dato un processo romanzesco, un pentito alla Dostoevskij, e tre innocenti come colpevoli.

Sofri libero? Va bene, ma senza violare la legge...
L'articolo di Raboni su Sette