"Insisto: su Sofri non c'è prova..."

Enrico Deaglio, L'Unità, 14 novembre 1995.

L'Unità mi aveva telefonato venerdì scorso per chiedermi, preventivamente, un commento alla sentenza per il processo Calabresi prevista per sabato mattina, 11 novembre 1995. Avevo risposto che l'avrei scritto, e anche lungo, se li avessero assolti, ma non l'avrei scritto se li avessero condannati. Pensavo però che li avrebbero assolti e che quindi avrei scritto. Sabato alle 11,05 ho saputo che avevano condannato Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni di carcere. Sono rimasto molto colpito - "turbato", "annichilito" sono dei possibili sinonimi - e non ho scritto.

Dopo un dibattimento assolutamente anonimo, disertato dai cronisti e dal pubblico, la Corte si era ritirata in camera di consiglio, a Como, lunedì 6 novembre alle 14 ed aveva discusso del caso fino a venerdì notte. L'ultimo atto del processo (il terzo processo di appello in sette anni) era stato una vibrata dichiarazione di innocenza di Adriano Sofri. Aveva parlato per un'ora e quaranta minuti, appassionato come al solito, ma questa volta anche con un filo evidente di esasperazione nella voce. L'accusa contro di lui, da sette anni, è sempre stata una sola: aver dato a Leonardo Marino il mandato di uccidere il commissario Luigi Calabresi, in una manciata di minuti, ai margini di un comizio a Pisa il 13 maggio 1972, giorno in cui migliaia di persone protestavano contro l'uccisione dell'anarchico Franco Serantini.

Questi nomi e queste circostanze probabilmente non fanno scattare nei più giovani alcun ricordo. Il mio invece è vivido pochi giorni prima Franco Serantini era stato fermato, durante scontri di piazza a Pisa tra manifestanti e polizia. Era riemerso dai locali del carcere di Don Bosco, cadavere, con un referto di "morte per insufficienza cardio respiratoria". (Allora si diceva così: "Gli si è fermato il cuore").

Franco Serantini era un orfano e nessuno poteva chiedere indagini in nome suo. Però, in base ad una vecchia legge, un comitato cittadino ebbe il permesso di far partecipare un perito di parte all'autopsia. Quel perito fu il professor Durante, dell'Università di Roma. Quando lo incontrai, molti anni dopo, e gli chiesi che cosa aveva visto sul corpo di Serantini, mi disse: "In tutta la mia carriera, io non ho mai visto un cadavere così intriso di sangue, con ecchimosi così vaste e diffuse". Franco Serantini era stato picchiato nella questura di Pisa, poi trasportato in carcere senza cure e lì era stato lasciato morire.

Il 13 maggio 1972 a Pisa si parlava di questo, dolorosamente. Le manifestazioni erano due: una del Pci, con un comizio di Giancarlo Pajetta, una di Lotta Continua e degli anarchici, con comizio di Adriano Sofri. Pajetta aveva allora 61 anni; Franco Serantini 18; Adriano Sofri, 29 anni. Quel giomo piovve insistentemente e fortemente per tutto il tempo delle manifestazioni, cosa che tutti ancora oggi ricordano, ma che stranamente Marino non ha mai ricordato.

Quattro giomi dopo, alle 9,15 di mattina, a Milano, uno sconosciuto uccise per strada il commissario di polizia Luigi Calabresi. La vittima era nota da tre anni al grande pubblico: aveva condotto le indagini per la bomba di piazza Fontana indirizzandole contro gli anarchici, non si sa ancora oggi se per suo errore personale o per ordini dall'alto. Nel pomeriggio del 12 dicembre era andato a prelevare uno degli esponenti anarchici più noti a Milano, il ferroviere Giuseppe Pinelli, e l'aveva portato in questura. Lì l'avevano tenuto per settantasei ore senza dormire e con poco mangiare, accusandolo di aver messo la bomba alla banca. Il 16 dicembre, a mezzanotte, venne comunicato dal questore Guida e dal commissario Calabresi, che un certo Pinelli - fortemente indiziato - si era lanciato dalla finestra del quarto piano della questura di Milano, gridando "è la fine dell'anarchia". Non era vero. Negli stessi giorni la questura confezionava un colpevole per la bomba, l'anarchico Pietro Valpreda. Il movimento Lotta Continua, allora appena nato, fu il più attivo (anche temerario, data la codardia della stampa di allora) nel condurre una battaglia di informazione contro quella che definimmo allora "strage di Stato". Sembra proprio - anche dalle notizie di oggi - che avevamo ragione. Chi vuole trovare, per esempio, negli articoli di allora, il nome Delfo Zorzi, oggi sulle prime pagine, lo trova. Il giornale Lotta Continua pubblicò - spesso con linguaggio truce e inaccettabile, vignette e articoli contro il commissario Calabresi, sfidandolo alla denuncia per diffamazione, che alla fine gli fu imposta dai suoi superiori. Si andò al processo e l'avvocato Lehner, difensore del commissario Calabresi, ricusò il giudice Biotti sostenendo che aveva già comunicato ad altri la sua convinzione: colpevolezza per Calabresi nella morte di Pinelli. La sentenza finale di quel processo venne solo tre anni dopo l'omicidio del commissario, nel 1975, a firma D'Ambrosio: vi si legge che Pinelli morì per "malore attivo" (definizione che non compare nei testi di medicina) dopo tre giorni di maltrattamenti, che Luigi Calabresi era innocente e che contro il questore Allegra non si procedeva solo per sopraggiunta amnistia.

Il 6 novembre 1995, nella sua dichiarazione finale, Sofri aveva raccontato - per l'ennesima volta, ma questa volta con la voce rotta - tutte le colossali incongruenze del racconto di Marino e aveva chiesto alla Corte che cosa, umanamente, avrebbe dovuto fare di più per provare la sua innocenza. Aveva infine aggiunto: "Non cercate una via di uscita concedendomi delle attenuanti; se mi volete condannare, fatelo apertamente. Ma quando scriverete le motivazioni, visto che non potrete dire di avere delle prove, per favore scrivete così: di riffa o di raffa, Sofri è colpevole". I due giudici togati ascoltavano attenti, i giurati popolari prendevano appunti.

Io sono amico di Adriano Sofri da un quarto di secolo e quindi non chiedetemi se lo considero colpevole o innocente. E' innocente. Non è il mandante dell'omicidio Calabresi, non ha mai dato un mandato di uccidere a nessuno, lo so per certo. Se lo avesse fatto, allora, lo avrebbe detto. Il mio stupore per la sentenza di sabato scorso nasce anche da questo: che, guardando le espressioni dei giurati, davvero mi sembrava che fossero anche loro convinti. Mi dicevo: penseranno che è un arrogante perché prende di petto la Corte; penseranno che è esasperato dopo sette anni di processi, ma non possono non accorgersi che è sincero. Mi sono sbagliato nella fisiognomica, tutto qui.

Temo di sapere che cosa sarà scritto nella motivazione della sentenza. Ci sarà scritto che la seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano è stata chiamata dalla Cassazione a riformulare la precedente sentenza perché illogica. La precedente sentenza aveva assolto tutti, l'accusatore Leonardo Marino compreso, ma aveva motivato quella decisione in maniera volutamente assurda: per 125 pagine sostenendo che il pentito Marino era del tutto attendibile, nelle ultime cinque dicendo che però non si erano raggiunte prove della partecipazione di Marino all'omicidio Calabresi, visto che i testimoni oculari avevano raccontato tutt'altro svolgimento dei fatti. 125 pagine contro cinque, ha concluso la Corte di Cassazione, quindi l'illogicità sta nelle ultime cinque. Quella motivazione di sentenza, firmata dal giudice a latere Pincioni lasciò tutti di stuccco, non solo me. Il giudice Pincioni era stato in realtà messo in minoranza dal resto della Corte ma fu proprio lui a scrivere le motivazioni, stilando quella che in Sicilia è nota come "la sentenza suicida", quella che si scrive apposta perché non superi il vaglio di merito della Cassazione. Ora quindi il giudice De Ruggiero - conosciuto a Milano come intelligente, sensibile e garantista - incaricato della nuova motivazione, scriverà che, come ha autorevolmente dettato la Cassazione, Marino deve essere considerato credibile e quindi le prove devono essere considerate sufficienti. Tutto questo avverrà in nome del popolo italiano, che sul caso Calabresi è stato piuttosto ondivago. In Corte d'Assise e poi in Corte d'Appello ha volto il pollice in basso, condannando; poi le Sezioni unite della Cassazione hanno detto che un pentito come Marino vale, giuridicamente, meno di niente; nella successiva Corte d'Appello ha assolto (motivando - in nome del popolo italiano - come abbiamo visto); poi una nuova corte di Cassazione (inferiore per prestigio a quella delle Sezioni unite) ha detto che, no, il pentito è buono e una ulteriore Corte d'Appello ha appena detto che Sofri, Bompressi e Pietrostefani si devono fare 22 anni di galera. Da sette anni non c'è alcun atto nuovo in questo processo, accusatori e difensori ripetono gli stessi argomenti. Mi sembra di capire che esistono perlomeno due popoli italiani. E che vige il maggioritario, anche in giustizia. Una volta governi tu, una volta governo io. Peccato che quando assolvono Sofri, poi invalidino il risultato.

Leonardo Marino (ufficialmente prescritto e quindi ormai intoccabile) è riuscito in un'opera notevole: ha fatto giurisprudenza. Lui, dichiarato inattendibile dalle Sezioni unite della Cassazione, è ora non solo attendibile, ma l'incarnazione della verità. D'ora in poi la sentenza di Milano potrà essere usata come precedente per avallare condanne sulla sola parola, sui ricordi dubbiosi, sulla personalità ambigua di una sola persona, peraltro ufficialmente non più perseguibile. Mi chiedo se negli annali della magistratura nell'Italia repubblicana esistano casi, nello stesso tempo così diabolici e loschi, come quello appena descritto. Se ci sono, non ci fanno certo onore. Oppure ditemi se, nell'attuale Italia giudiziaria - da Tangentopoli ai processi per mafia - esistono inchieste e processi in cui si viene condannati sulla base di un solo chiamante in correità, della fatta di Marino, per giunta.

Pur essendo un esperto, ho qualche domanda da fare: un magistrato che stende una sentenza suicida, come viene considerato? Viene sanzionato o questo diventerà uno dei punti di merito della sua carriera? I giurati popolari che vedono stravolto il resoconto del dibattimento cui hanno partecipato, possono protestare? E se no, come possono fare sapere che cosa veramente è successo? Il Csm non dovrebbe esaminare tutto il caso? Non dovrebbe convocare i giurati popolari e ascoltarli? Ci sono forse, a proposito del processo Calabresi meccanismi di potere nel palazzo di giustizia di Milano che vincolano i collegi giudicanti all'impostazione originaria della Procura? Nel 1988, quando tutta questa storia cominciò, io sentii parlare dell' esistenza di una prova di accusa definitiva ma "non ostensibile". Ne ha sentito parlare qualcun altro? Se sì, perché non lo dice?

Adriano Sofri, nei sette anni di questo processo, è sempre stato sincero. Non gli è mai stata contestata una menzogna, mentre menzogne su di lui ne sono state dette tante. Ha ricostruito - spesso in solitudine e con sofferenza - clima dell'epoca, convinzioni personali poi mutate, andamento dei fatti. E' stato puntiglioso fino alla minuzia e non è mai stato smentito. Il suo accusatore, come tutti riconoscono, si è invece contraddetto e ha più volte ammesso di aver detto il falso. Qualcuno mi può quindi spiegare perché Sofri è stato condannato? Nella scorsa motivazione è stato scritto che non potevano esserci prove certe della presenza di Marino sul luogo dell'omicidio e che la sua versone era contraddetta dai testi oculari. Ora dovranno scrivere, senza nessun fatto nuovo emerso, che i testimoni oculari si sbagliarono. Coraggio, signor giudice relatore. Ma, ripeto, se qualcuno mi spiega bene che è giusto che sia così, me ne farò una ragione. Tempo due o tre giorni e tutta questa storia sparirà dai giomali. L'interesse per il caso è effimero, è passato molto tempo e nessuno si ricorda bene che cosa succedeva in Italia a quel tempo. A me piacerebbe, invece, che si ricordasse con precisione. Che si arrivasse alla verità: sulla bomba, sul perché vennero pervicacemente perseguitati gli anarchici, sull'omicidio del commissario Luigi Calabresi: una verità che non è quella di Leonardo Marino.

Ma sono piuttosto pessimista, perché, in questa Italia 1995, la verità su quegli anni è ormai autorizzato a dettarla proprio Leonardo Marino. Lui l'hanno prescritto, ma purtroppo lo stanno prescrivendo anche a me, come una medicina che dovrò prendere ogni giorno, come antidoto alla possibilità che i miei ricordi continuino a sbagliarsi.


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