Il sig.Caso Sofri

Scusate: perché sta ancora dentro?

 

Enrico Deaglio

Diario 41, 1998.


La prima impressione è che abbiano voluto copiare il paradosso del romanzo Comma 22 ("Se sei pazzo puoi essere esentato dal volo; se fai istanza per essere esentato dal volo vuol dire che non sei pazzo"). Il 6 ottobre scorso la Cassazione ha sentenziato che il processo ad Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e a Ovidio Bompressi, merita di essere rifatto. Tutti hanno accolto favorevolmente la decisione. Quindi, i tre stanno in galera. Ovvio, no?
Tra i tanti articoli solidali, il filosofo Gianni Vattimo ha scritto su La Stampa che Sofri gli ricorda Socrate, l'uomo che subisce una condanna ingiusta per rispetto alle leggi della città. Ehi! Non esageriamo, perché lì la storia finiva con la cicuta. E poi Socrate non era andato dentro perché considerato un &laqno;cattivo maestro», corruttore della gioventù?

In attesa di sapere se c'è qualche istituzione in Italia che potrebbe firmare un atto di scarcerazione (pare che non ci sia), si è però riconosciuto da parte di importanti magistrati che i tempi della giustizia, in Italia, sono effettivamente un po' troppo lunghi. In questo caso si tratta di un delitto di 26 anni fa, di almeno quindici persone indicate negli anni come i responsabili, poi di un processo durato dieci anni, di sette sentenze contrastanti, fino all'attuale proposta-ingiunzione di ricominciare tutto daccapo. Ma dove: a Milano o a Brescia? E se Milano, per ripicca, dicesse: no, per noi va bene così, cosa succederebbe? Ma è chiaro: la pratica tornerebbe a Roma, che direbbe: avete di nuovo sbagliato, ripensateci. Ma anche nel caso Milano dicesse: ebbene sì, il processo è da rifare, quanto tempo ci vorrà per fare un nuovo processo d'appello, che comunque poi dovrà tornare in Cassazione? Rileggersi tutte le carte, ordinare nuove perizie... Diciamo un due o tre anni? Arriveremmo ai primi anni del Terzo Millenio e a quel punto tutta la materia sarà pronta per entrare a far parte della &laqno;commissione stragi», la simpatica istituzione italiana che si occupa ­ naturalmente in par condicio ­ della nostra storia, dai lati oscuri dell'armistizio di Cassibile alle foibe triestine, dall'associazione segreta Gladio ad alcuni dettagli della morte di Salvatore Giuliano e, via risalendo, di una sequela di bombe, di un disastro aereo. A meno che non si pensi, in nome di una doverosa riduzione dei costi, di accorpare il &laqno;Calabresi» alla &laqno;Stragi», all'&laqno;Antimafia», alla prossima &laqno;Commissione Tangentopoli», con presidenza congiunta a Luciano Violante e a Sergio Romano.

Sanno loro quello che sarà giusto fare. Ma c'è una cosa che non capisco: perché Adriano Sofri sta in galera? Perché temono che possa fuggire? Per fare il Socrate molto socratico? Per fare il &laqno;cattivo maestro» espiante? Per fare il Baraldini e far vedere che non siamo da meno degli americani? Perché le guardie carcerarie lo possano svegliare di notte con la pila perché non commetta &laqno;atti anticonservativi»?

Da buon amico di Adriano, anche questa volta Adriano mi ha costretto, il 6 ottobre, a un'ennesima giornata di tensione, in attesa dell'ennesimo verdetto. Buono stavolta, arrivato dopo sei ore di camera di consiglio dei giudici della prima sezione della Corte di Cassazione. Però, prima! Passavano le ore, non si sapeva niente: evidentemente si stavano scontrando tra galera e libertà. Poi ho saputo che in realtà le sei ore sono state impiegate a discutere ben 26 ricorsi e quindi, grosso modo, ogni ricorso ha impiegato quattordici minuti. E poi si dice che la giustizia è lenta! Vi sbagliate, è velocissima. Ma i detenuti non lo sapevano: hanno aspettato il loro destino guardando alla televisione La parola ai giurati col vecchio Henry Fonda che i giurati (ovvero il popolo, una banda di brava gente piena di pregiudizi che voleva solo condannare un ragazzo nero e fare in fretta) se li conquista uno a uno, ma ci mette due ore. Un film che già ti fa una certa impressione quando non sei coinvolto, figuriamoci quando lo guardi in cella e pensi al de te fabula.

Altre volte che ero andato a trovarlo in carcere, si parlava alla fine sempre di film. Una volta, più di un anno fa, era In nome del padre, quello dei terroristi dell'Ira, che un po' terroristi erano stati, ma su cui i servizi segreti inglesi avevano costruito una montatura per addebitargli una bomba. C'erano rivolte carcerarie, giornalisti coraggiosi, la menzogna svelata e il condannato ritenuto innocente, finalmente assolto, che imponeva ai cattivoni di uscire dalla porta principale del tribunale. Adriano mi disse che c'era stata una certa euforia, nelle celle, dopo il film. Un'altra volta, qualche mese fa, era il turno di Vincitori e Vinti, ovvero il processo di Norimberga: Burt Lancaster, Maximilian Shell, Marlene Dietrich, Montgomery Clift... Adriano voleva scrivere un articolo, ricordando che lì Spencer Tracy (il giudice americano) annunciava, come cosa eccezionale, che il dibattimento era durato diciotto mesi e che erano state scritte 12 mila pagine. &laqno;Ma capisci? E quella era la seconda guerra mondiale! Per noi tre, è durato dieci anni e di pagine ne avranno scritte un milione!». Mi immagino che adesso, nel carcere di Pisa, i detenuti abbiano guardato Il Conte di Montecristo, e che, come tutti noi frustrati, si siano sentiti riscattati.

Il processo Calabresi si basa sulla testimonianza di Leonardo Marino, che uno stuolo di giudici milanesi considera il sale della terra e una discreta moltitudine di giudici romani considera un tipo da prendere con le molle. La principale questione verte sul fatto che l'accusatore era stato ­ lo si scoprì al primo processo, per iniziativa della difesa ­ nelle mani dei carabinieri senza che nessun magistrato fosse informato di quanto stava accadendo. Leggo oggi, 8 ottobre 1998, in un angolino a pagina 37 del Corriere della sera, una lettera di Ferdinando Pomarici, allora pubblico ministero al processo Calabresi, magistrato che per sette giorni interi, senza informare il giudice istruttore competente, aveva interrogato Marino a lui portato dall'Arma: &laqno;Fino al dibattimento io ho assolutamente ignorato date e circostanze di fatto inerenti i rapporti intercorsi tra i carabinieri e Marino prima che costui si presentasse a rendere le sue dichiarazioni al pubblico ministero, e solo dopo il suo interrogatorio avanti alla Corte d'Assise di Milano fui genericamente informato che la dichiarazione resa non era del tutto corrispondente al vero essendo stata taciuta la circostanza in oggetto». E in effetti, Pomarici in aula (si era, allora, al 1990) dichiarò: &laqno;Casco dalle nuvole». Poi chiarì che le cose non erano andate proprio così: ammise di essere stato preavvisato, consultato, di aver avvisato il suo superiore. Come in Apollo XIII: &laqno;Houston, we have a problem» (Per i dettagli, si veda: Adriano Sofri, Memoria, Sellerio, 1990).

Voi ve lo ricordate un simpatico giudice di nome Pomarici, che disse che il covo di via Montenevoso dove le Brigate Rosse custodivano il memoriale di Aldo Moro, lui, con i carabinieri l'aveva &laqno;scarnificato tutto» e non aveva trovato niente? E poi si venne a sapere che il memoriale di Moro (per il possesso del quale sono successe non poche morti, in Italia) stava dietro il termosifone. Beh, è la stessa persona che è cascato dalle nuvole. A pensar male, viene il dubbio che, al giudice Pomarici, i carabinieri non sempre gliela dicano giusta.

Questa è stata, più o meno, la genesi dell'immane processo Calabresi. Che non ha portato verità giuridica, non ha soddisfatto il bisogno di giustizia dei familiari dell'ucciso, ci ridicolizza davanti a mezzo mondo e tiene in carcere Adriano Sofri, l'altro ieri detto Mandante, ieri detto Cattivo Maestro, stamattina presto detto Dreyfus, questa sera detto Socrate. Tutto esagerato. Propongo che semplicemente gli si cambi il nome di battesimo, da Adriano in Caso (Caso Sofri) e che, visto che deve stare in galera a far la parte dell'icona: a) le guardie lo trattino bene; b) il governo e il parlamento, cui da venti mesi fornisce importanti notizie sullo stato delle carceri, i suoi abitanti, le malefatte che vi accadono, gli passino almeno uno stipendio come prezioso consulente.