Riassunto delle puntate precedenti

di Enrico Deaglio da Cuore, 5 luglio 1992

Quando la tv era in bianco e nero. Tantissimi anni fa, quando in Italia il servizio militare era di diciotto mesi, separarsi dal coniuge era vietato, abortire era reato, c'era un solo canale tv in bianco nero, non esistevano le lenti a contatto e tutti i miopi portavano lo stesso tipo di occhiali dalla montatura che li faceva assomigliare a delle civette, ebbe luogo il lamoso "68".

G1i studenti delle università si ribellarono ai loro professori e, siccome non erano stupidi, misero fortemente in ridicolo tutta la loro pompa, boria e "autoritarismo", come si diceva allora. Fu la prima volta nella storia che ragazzi e ragazze parteciparono insieme ad un movimento. Questo in realtà non avvenne solo in Italia, ma, come un pulviscolo che gira nell'aria, si diffuse in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Francia, alla Germania, persino alla Polonia. Il mio amico Guido Viale dice che, per capire le differenze tra allora ed oggi, basta ricordare che allora era arrivata la pillola e lo slogan era "fate l'amore non fate la guerra". Adesso invece è arrivato l'Aids per cui si dice "fate la guerra visto che non potete più fare l'amore".

Messo il capino fuori dalle aule universitarie, gli studenti scoprirono che esistevano le fabbriche, dove si guadagnava niente, si lavorava sei giorni alla settimana e anche la notte, comandavano solo i capi ed i sindacati non esistevano. La maggior parte degli operai erano giovani come gli studenti. Emigrati dal sud verso Torino, Milano, Genova o Mestre, così come settant'anni prima dagli stessi paesi si emigrava verso l'America. Gli studenti andarono a dare volantini davanti alle fabbriche, gli operai presero a scioperare e cominciò quello che venne chiamato "l'autunno caldo" del 1969.

La bomba e le bugie Quel grande movimento, impetuoso, caloroso, venne improvvisamente colpito il giorno 12 dicembre del 1969. Una bomba scoppiò alla Banca Nazionale dell'Agricoltura nel centro di Milano. Sedici persone morirono. Polizia, carabinieri e governo subito accusarono "gli anarchici" . Giravano voci di un colpo di stato contro gli estremisti. Un ferroviere anarchico di nome Giuseppe Pinelli, un uomo di mezza età, pacifico e cordiale, venne convocato in questura per un colloquio. Vi venne trattenuto illegalmente. Tre giorni dopo, di notte, mentre lo interrogavano al quarto piano, finì sfracellato nel cortile della Questura. Il questore disse ai giornalisti che Pinelli, sentitosi ormai "incastrato" per la bomba, si era suicidato. Fu veramente un brutto dicembre. I funerali di Pinelli videro pochi coraggiosi al cimitero. La "caccia all'estremista" era di moda. Per la bomba venne trovato il colpevole, un ballerino di nome Pietro Valpreda. Oggi, 23 anni dopo, si sa che non furono gli anarchici a mettere quella bomba. Si sa molto sul ruolo che ebbero gruppi fascisti e servizi segreti nell'organizzare quella strage, ma nessuno è mai stato condannato. E' un segreto italiano, ancora ben custodito. Ma, per ritornare a quei tempi, occorre dire che non furono molti, all'inizio, ad impegnarsi per scoprire la verità. Fu soprattutto la "nuova sinistra", termine con il quale si indicava il movimento nato nel '68. Tra questi, il gruppo di Lotta Continua. Lotta Continua era il gruppo più numeroso dell'estrema sinistra. Riuniva studenti delle università, delle scuole medie, giovani operai delle fabbriche, godeva di molte simpatie tra gli intellettuali. A Lotta Continua piacevano il Che Guevara, Rosa Luxemburg (una rivoluzionaria tedesca eretica dell'inizio del secolo); piacevano i vietnamiti; i movimenti dei neri americani, ma soprattutto piacevano le lotte. E tra queste, quelle di chi non era considerato da nessuno: i senza casa delle grandi città, gli operai immigrati, i soldati di leva, i detenuti.

Lotta Continua si impegnò molto per scoprire chi aveva messo la bomba e come era morto Pinelli. Cominciò ad accusare, in particolare, un commissario di polizia, Luigi Calabresi, che nella Questura di Milano si occupava appunto di anarchici e che aveva condotto l'interrogatorio di Pinelli in Questura. I giornali erano molto timidi. Nessun magistrato indagava sulla morte di Pinelli e anzi tutti i cinque uomini della polizia e dei carabinieri che erano con lui nella stanza furono promossi di grado. Lotta Continua, invece, cominciò a scrivere che Pinelli "era stato suicidato". Indagò. Raccolse indizi. Denunciò il commissario Calabresi con articoli, vignette, canzoni, manifestazioni. Sul suo giornale cercava in ogni modo di costringere il commissario alla querela, perché questa era 1'unica vla per aprlre un'inchiesta sulla morte di Pinelli.

Sulle scale del tribunale Questo finalmente avvenne. Calabresi querelò Lotta Continua e nel 1971 cominciò il processo. Poliziotti e carabinieri furono chiamati a testimoniare e mentirono. La Corte decise di riesumare la salma di Pinelli. Ma proprio mentre il processo volgeva al termine, il giudice fu "ricusato", ovvero gli fu tolta la causa.

Perché? Perché l'avvocato di Calabresi disse di averlo sentito parlare con un suo collega per le scale del tribunale e dichiararsi convinto della colpevolezza del commissario. Fu uno scandalo. La sospensione del processo avveniva proprio mentre diventava evidente l'innocenza degli anarchici accusati e il coinvolgimento nelle bombe di Milano dei servizi segreti. Ci furono manifestazioni, appelli di centinaia di intellettuali. Sul giornale Lotta Continua gli attacchi a Calabresi presero un linguaggio forse figlio dei tempi, a rileggerlo ora decisamente ripugnante.

La mattina del 17 maggio 1972, a Milano, il commissario Calabresi venne ucciso per strada. Lotta Continua sul suo giornale commentò dicendo che: "è facile prevedere che si scateni ora tutta la rabbia repressiva dello stato contro le organizzazioni rivoluzionarie ed i loro militanti, ma questo non può essere una ragione per farci tacere... Non possiamo accettare un giudizio opportunista... Queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi". Lotta Continua fu la prima ad essere accusata. Poi vennero accusati dei militanti della destra, poi vennero accusati i terroristi tedeschi della Raf, poi tre militanti della destra, ma le indagini non andavano da nessuna parte. Con gli anni, l'uccisione di Calabresi, così come la morte di Pinelli, vennero dimenticate. Così come si attenuò il ricordo di sei militanti di Lotta Continua uccisi da forze di polizia o in agguati fascisti. Altre stragi ai treni, nelle piazze, nelle stazioni occuparono le prime pagine. Da movimento che era Lotta Continua divenne una organizzazione rivoluzionaria classica, con le sue sezioni, le federazioni, il giornale, la propaganda, le grandi manifestazioni. Nel 1975 tenne un congresso, proprio come i grandi partiti della sinistra. Nel 1976 ne tenne un altro, che era stato preparato con cura e tanta ufficialità. Ma qui avvenne un fatto imprevisto. Al congresso ci fu una rivolta femminista; le donne di Lotta Continua dissero a chiare lettere di considerare la politica maschile un affare del tutto meschino e poco interessante; di avere tutt'altri interessi e tutte altre strade per cambiare il mondo. I maschi ne furono prima mortificati, poi felici. Andati al congresso per rendere più forte il loro partito, quelli di Lotta Continua ne uscirono senza più partito. In tre giorni tutto si era sciolto, finito. Dei diecimila militanti organizzati, non rimase più nulla di organizzato. Negli anni successivi, quelli di Lotta Continua (che hanno sempre avuto un alto concetto di sé) si vantarono molto di quel congresso. Dicevano che negli anni '70 solo due gruppi avevano avuto il coraggio di sciogliersi: Lotta Continua e i Beatles. E Pinelli? Nel 1975 venne fatto un nuovo processo che si concluse con la condanna di Lotta Continua colpevole di aver diffamato il commissario Calabresi. Perché? Disse la sentenza del giudice D'Ambrosio che i funzionari di polizia avevano tutti mentito, ma che Pinelli non era stato ucciso. Aggiunse però che non si era neppure suicidato: era caduto dalla finestra in seguito ad un "malore attivo" causatogli dallo stress di tre giorni di fermo illegale, di interrogatori, di cibo e di sonno mancato. Che cosa fosse il "malore attivo" non venne mai spiegato.

Le crepes del processo Arriviamo ai giorni nostri. Quattro anni fa, il 28 luglio, gran clamore perché Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi vennero improvvisamente arrestati ed imputati dell'omicidio del commissario Calabresi avvenuto sedici anni prima. Pietrostefani era stato un dirigente di Lotta Continua molto conosciuto ed era era un manager dell'industria. Bompressi, libraio a Massa, non era noto. Ma il nome ghiotto dell'inchiesta era quello di Adriano Sofri ex leader di Lotta Continua, che ora scriveva saggi e articoli, insegnava all'Accademia di Belle Arti a Firenze, ma ancora si occupava di politica: per esempio sostenendo la necessità di abolire la caccia o di sostenere Solidarnosc in Polonia. Ad accusare i tre era Leonardo Marino. Un tempo operaio alla Fiat e militante di Lotta Continua, aveva fatto poi molti lavori e, a sentir lui, alcune rapine. Al momento della sua denuncia, vendeva crepes in quel di Bocca di Magra. Si era presentato ai carabinieri e aveva detto loro di volersi "liberare la coscienza". Era stato lui a guidare la macchina servita per l'attentato a Calabresi. Bompressi era quello che aveva sparato. Pietrostefani e Sofri quelli che avevano dato loro il mandato. Lui, adesso, si chiamava "pentito". I magistrati di Milano gli credettero all'istante e per un anno passarono al setaccio tutta Lotta Continua, che si era disciolta dodici anni prima. Interrogarono decine di testimoni, controllarono alibi di sedici anni prima, mandarono comunicazioni giudiziarie ad altri nomi noti di Lotta Continua.

Al sociologo Mauro Rostagno, per esempio, che si era trasferito a Trapani, assisteva tossicodipendenti e da una televisione locale denunciava ogni giorno la mafia con nomi e cognomi. La mafia lo uccise il 27 settembre 1988 ed io ho sempre pensato che il fucile del killer fosse un po' alleggerito da quelle notizie di giornale che indicavano Rostagno come un terrorista. I magistrati di Milano avrebbero voluto trovare prove della colpevolezza di Lotta Continua, ma dovettero dopo un anno chiudere l'istruttoria senza avere altro che la parola del pentito Marino.

Al processo di primo grado, Sofri, Pietrostefani e Bompressi, vennero condannati a 22 anni di carcere e Marino a 11. La sentenza provocò un vasto sconcerto perché proprio l'andamento del processo non lasciava prevedere una simile conclusione. In aula infatti si scoprì, per caso, che la confessione di Marino era stata preceduta da almeno sedici giorni di contatti segreti e notturni con i carabinieri di Milano. Che lo stesso Marino aveva annunciato a destra e a manca il suo rancore per Sofri. Che, dopo il preteso pentimento, si proponeva ancora di fare rapine "per bisogno di soldi". Si scoprì poi che tutti i corpi del reato dell'omicidio Calabresi (i suoi vestiti, un proiettile e l'automobile usata) erano stati distrutti, addirittura durante la stessa istruttoria. Non vennero tenute in nessun conto decine di testimonianze a discarico. Per quanto riguardava Bompressi, nessuno lo riconobbe come uccisore e i testimoni oculari del delitto diedero una versione radicalmente diversa da quella di Marino. Per quanto riguardava Pietrostefani, Marino disse di aver ricevuto l'ordine di uccidere durante un comizio a Pisa, ma poi, di fronte alla prova contraria, ammise che Pietrostefani quel giorno a Pisa non c'era. Per quanto riguardava Sofri, tutta l'accusa era: Marino diceva di aver incontrato Sofri a Pisa al termine di un comizio: "mi disse di andare ad uccidere Calabresi".

Punto e basta. Un affare di due minuti, ovviamente senza testimoni. Con il particolare che al termine di quel comizio ci fu un acquazzone che tutti i partecipanti ricordavano, tranne Marino, che invece raccontava di una tranquilla passeggiata. La versione di Marino ricevette altre plateali contraddizioni riconosciute dallo stesso giudice in aula. Ma niente poté scalfire la decisione della corte di Milano.

Il giudice e la storia La sentenza divenne un affare politico. Servì, caso mai ce ne fosse stato bisogno, a riscrivere un pezzo di storia. In cui tutto il male veniva da sinistra, naturalmente. Fu un assaggio di quello che sarebbe venuto negli anni successivi: i partigiani una banda di mascalzoni, il fascismo, un sistema tutto sommato niente male. Togliatti indicato come quello che mandò gli alpini a morire in Russia. Lo storico Carlo Ginzburg prese in mano le carte del processo e scrisse un libro, "Il giudice e lo storico" (editore Einaudi), in cui illustrò le somiglianze tra l'impianto accusatorio del processo di Milano ed i processi alle streghe nel Medioevo.

Nel 1991 processo di appello, con identico copione. La difesa produsse nuovi testimoni che non vennero accettati. Produsse una perizia firmata dal consulente ufficiale della polizia che dimostrava come il proiettile esaminato non poteva essere stato sparato dalla pistola indicata da Marino, ma la corte se ne fece un baffo. Le condanne vennero confermate. Di nuovo sempre e tutto solo sulla parola di Marino, che ormai i giudici di Milano consideravano come una specie di santo, il verbo su cui ricostruire un pezzo di storia italiana, l'esempio di pentimento da seguire.

Sciopero della memoria E siamo arrivati ad oggi. Perché Adriano Sofri sta facendo lo sciopero della fame? Quando lo arrestarono, Sofri dichiarò che avrebbe condotto un processo "apolitico", ovvero si sarebbe assolto già in istruttoria, tanto le accuse erano di bassa lega. Ma questo non successe. Era convinto di trovare persone razionali al processo e che quindi sarebbe stato assolto, e perciò dichiarò all'inizio che non avrebbe fatto ricorso in appello. Venne condannato. Pubblicò un libro, la sua difesa, Memoria (editore Sellerio), in cui puntigliosamente smontava le accuse e denunciava le decine di slealtà che erano state commesse contro di lui. Ora aspettava l'atto finale. Il giudizio della Cassazione sul ricorso di Bompressi e Pietrostefani. La corte era stata fissata secondo la legge: prima sezione, presidente Corrado Carnevale, quella che giudica gli omicidi. Il collegio era stato formato, le carte studiate e l'udienza fissata per 1'8 giugno scorso. Ed ecco che si viene a sapere che l'avvocato di Marino, evidentemente preoccupato che la condanna venisse cancellata, appena un mese prima dell'udienza finale, chiede al presidente della Corte di Cassazione di togliere il processo alla prima sezione e di affidarlo alla sesta, quella che giudica i "reati con finalità di terrorismo" (reati che presuppongono l'esistenza di una banda armata, mai contestata agli imputati). E accade che il presidente aggiunto della Corte di Cassazlone, con un atto che non ha precedenti, senza consultare nessuno, sulla base della richiesta privata di un avvocato, accolga la sua richiesta. Una soperchieria. Uno scippo.

Sofri si rende conto che protestare con le parole non è più sufficiente e decide di protestare con il proprio corpo. Comincia a digiunare. Mentre scrivo è il 2 luglio e già digiuna, con un impegno purtroppo molto, troppo serio, da quindici giorni. I giuristi gli danno ragione: quello commesso dalla Cassazione è un gravissimo abuso. Ma nessuno, in questo paese, può sindacare i giudici del "Palazzaccio". La "giustizia suprema" è unicamente nelle loro mani. Questa è la storia, cari lettori. Io non credo che l'Italia di oggi si lascerà smuovere dallo sciopero della fame di Sofri: è diventato un paese dal cuore infiltrato di grasso. E capisco che per voi tutta la storia appaia vecchia, noiosa, complicata. L'estate, poi, si avvicina a larghi passi e tutti abbiamo altri valori in cima ai nostri pensieri. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe che a Sofri venisse riconosciuta la sua ragione. Poi, mi piace Marlene Dietrich che canta "Blowin' in the wind" in tedesco. Mi piace la vittoria dei laburisti in Israele. Mi piace vedere scendere Mitterand da una camionetta a Sarajevo come Steve Mc Queen scendeva da cavallo. Sono contento che Ben Johnson si sia qualificato per le Olimpiadi. Altre cose. Valori freddi.


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