Quel presentimento di un'altra tragedia

Amarezza e paura tra gli amici

Giuseppe D'Avanzo, da Repubblica 29 ottobre 1997


E ora che cosa accadrà? Sarebbe da tartufi nascondersi quel che tutti sanno dal giorno in cui - nove mesi fa - Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani entrarono nel carcere di Pisa. Digiunano già da dieci giorni. Digiuneranno ancora. Si spegneranno come candele. In una malinconica lettera dedicata al "lungo addio di Adriano", Enrico Deaglio ha già scritto quel che accadrà tra qualche giorno: "Mio povero amico, che hai deciso di darci l'addio... Nei primi dieci giorni vi sosterrà la determinazione; nei secondi dieci giorni assaporerete una euforica, leggera lucidità, una fantastica liberazione dalla volgarità del corpo, una sensibilità rarefatta del pensiero, delle connessioni mentali e della memoria. Verrà misurata la pressione e vi saranno analizzate le urine. Vi saranno consigliati sali di potassio per non danneggiare i reni. Tra il venticinquesimo e il trentesimo giorno comincerete ad avere momenti di assenza, fenomeni di depressione, forse un collasso e sarete ricoverati a poca distanza dalle vostre celle, nel centro clinico del carcere di Pisa, di cui conoscerete medici, infermieri e personale. Lì sarete ospedalizzati e vi sarà proposto di nutrirvi con flebo e ipodermoclisi. Voi rifiuterete e arriverà un' ordinanza che prescriverà l'alimentazione forzata. Immagino che rifiuterete anche quella". Quel che incombe oggi su Sofri, Bompressi e Pietrostefani è la morte per inedia. I tre lo confessarono a Marco Boato e Boato lo riferì, nella piazza del carcere di Pisa, il 29 di gennaio: "Da qui dovremo uscire o liberi e a testa alta, in tempi ragionevoli, o usciremo con i piedi avanti". Lo dissero a Boato "con pacatezza e terribile determinazione". Con i piedi avanti. Ovvero, morti. E morti per uno sciopero della fame senza termine, a oltranza. Appena un mese fa, Adriano Sofri aveva detto che "il tempo è ormai giunto". Annunciò che entro ottobre quella protesta solitaria, cruenta ed estrema sarebbe cominciata in tempo per essere "ancora lucidi e consapevoli" quando a metà novembre sarà presentata la richiesta di revisione del processo. Sofri, Bompressi e Pietrostefani hanno iniziato a digiunare ancora prima - a metà ottobre - quasi felici di partecipare a uno sciopero della fame che non li rinchiudeva nello stretto cunicolo della loro disavventura giudiziaria, ma protagonisti di una protesta generale partita da Rebbibia, per le umilianti condizioni della vita carceraria. Un intermezzo, un interludio prima del doloroso calvario personale che nulla ha a che fare con la vita carceraria, ma soltanto con il "loro sequestro".

"Ci è stato chiaro fin dal giorno in cui ci siamo consegnati alla giustizia e al nostro destino di imputati definitivamente condannati che saremmo giunti a questo passo", diceva con amarezza Adriano Sofri appena un mese fa.
"Ho il triste presentimento - dice oggi Giuliano Pisapia, presidente della commissione giustizia della Camera - che malgrado gli sforzi compiuti nel rispetto di tutti, non riusciremo a evitare che alla disperazione segua un' altra disperazione e che a una tragedia segua un'altra tragedia".

Ragiona Deaglio o forse implora: "Soltanto i familiari ora potranno interporsi tra Sofri, Bompressi e Pietrostefani e la loro decisione estrema. Lo potranno fare chiedendo innanzitutto loro stessi la grazia e chiedendo ai propri congiunti detenuti di non attuare l'annunciata protesta". "Sono - confessa Deaglio - molto pessismista e l'ho scritto. Penso che tutta questa storia non finirà bene...".
Più fiducioso Mimmo Pinto, una delle tante anime del comitato Liberi Liberi: "Mi auguro che la risposta del Quirinale non li convinca che ogni speranza è morta. Le centosessantamila firme che domani consegneremo, nonostante tutto, a Scalfaro sono lì a testimoniare che n on devono sentirsi soli. Già la loro condanna, alla fine dei sette processi, fu un amaro fiele da ingurgitare per chi ha cara la democrazia e rispetto per il diritto. Oggi potrebbe essere una tragedia che tutti hanno il dovere - il Parlamento, per primo - di fermare. Noi non ci fermeremo". La risposta preventiva di Scalfaro a una domanda di grazia non ancora formalizzata deve essere stata un sollievo per Sofri e i suoi due compagni di cella. Non è un paradosso. Sofri non ha mai celato la sua impazienza per i tempi di un movimento di solidarietà che gli chiedeva di allontanare nel tempo ogni proposito di protesta. "Abbiamo atteso - disse un mese fa - che le persone che avevano desiderio di solidarizzare con noi, che avevano il diritto di pensare che qualcosa poteva essere fatto, facessero quel che ritenevano giusto e opportuno fare. Sapevo che non sarebbe servito a niente, ma ho atteso. Ora chiediamo di essere lasciati soli. Riteniamo di essere finalmente liberi di scegliere la nostra strada. Riteniamo che sia giunto il tempo che ci lascino fare, ci lascino pensare a noi stessi, alla nostra condizione di sequestrati da una sentenza ingiusta".

Una protesta che non ha nessun obiettivo "concreto", come si dice, perché non ne può avere, perché la mossa è irragionevole eppure moralmente coerente. Lo sciopero della fame e la morte sono il silenzioso e intransigente urlo contro "il processo che ha provocato la condanna, l' accusa verso coloro che hanno reso possibile la condanna". Sofri è troppo orgoglioso per ammettere che il suo gesto sia disperato o di resa. No, dice, è un'accusa, l'unica possibilità di accusa per aprire un varco nel muro che lo circonda. Ma questo - chiede Sofri - sia detto senza alzare la voce, senza farsi illudere dalla forza di una protesta - tocca ripeterlo - così moralmente coerente per chi si sente innocente, stritolato dalla irrevocabilità di una sentenza opaca, scritta al termine di sette processi a controversa conclusione, costruita con procedure abusive, prove dimenticate, corpi di reato trafugati, una sola - e contraddittoria - testimonianza, venticinque anni dall'assassinio del commissario Luigi Calabresi. "La nostra storia giudiziaria è marginale. Lo è stata nel corso degli anni, lo resterà anche ora. Non vogliamo processare la giustizia italiana, vogliamo processare coloro che ci hanno condannato. Anche questa nostra intenzione cadrà nel vuoto. Qualcuno se ne occuperà per un po', poi saremo distrattamente dimenticati", ripete a chi incontra un Sofri disilluso. E' quel che accadrà?