"Noi digiuneremo ad oltranza contro chi ha truccato le carte"
Sofri: non è un ricatto, ma un atto di accusa

intervista di Giuseppe D'Avanzo, da Repubblica, 2 ottobre 1997


PISA - Norberto Bobbio - è notizia di ieri - ha scritto al capo dello Stato chiedendo per Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani la grazia, un atto di clemenza che possa cancellare l' inutilità di una "pena rieducativa" e, soprattutto, una sentenza "discutibile e discussa" e tuttavia "definitiva". Si può accettare come irrevocabile e "perpetua" una sentenza opaca, scritta al termine di sette processi a controversa conclusione, costruita con procedure abusive, prove dimenticate, corpi del reato trafugati, una sola - e quanto contraddittoria - testimonianza, a venticinque anni dall'assassinio del commissario Luigi Calabresi? E' difficile accettare l'idea che sia troppo tardi per parlare di una sentenza ingiusta, ma oggi è anche necessario - e finanche doveroso - parlarne perché chi ha accettato di sottomettersi alle regole dello Stato di diritto e di lasciarsi chiudere alle spalle un cancello in nome di una condanna ritenuta immotivata, ha deciso di "non lasciarsi sequestrare". Vuole oggi protestare, dire la sua innocenza pretendendo "un po' di giustizia" nel modo più solitario, cruento, estremo. Dice Adriano Sofri: "Lo avevamo deciso prima di entrare in carcere. Ora il tempo è giunto. E' ormai vicino il giorno in cui inizieremo uno sciopero della fame a oltranza".

Lei dice: il giorno è vicino. Vicino quanto?
"Una settimana, dieci giorni".
Da che cosa dipende?
"Quando sarà presentata dai nostri avvocati la richiesta di revisione del processo vorremmo essere lucidi e consapevoli".
Quando prevedono i vostri avvocati di presentare l'istanza? "Più o meno a metà novembre. Quando accadrà, la nostra protesta sarà già in corso, ma vogliamo essere ancora padroni di noi stessi".
Lei annuncia un digiuno a oltranza. Mette nel conto, con Bompressi e Pietrostefani, di smarrire "lucidità e consapevolezza". Suo figlio Luca ha detto che "non c'è più alcun argomento per contraddire questa intenzione". Non si fa fatica a vedere l'intransigenza morale della sua (vostra) scelta, ma non se ne intravede la finalità. Le chiedo: è la strada giusta per ottenere la revisione del processo, la possibilità - quindi - di dimostrare la sua (vostra) innocenza?
"Ci è stato chiaro fin dal giorno in cui ci siamo consegnati alla giustizia e al nostro destino di imputati definitivamente condannati che saremmo giunti a questo passo. E tuttavia non mi faccio molte illusioni. Anzi, non ne ho nessuna. Non credo che servirà a molto. E vuole sapere perché?".
Sì, voglio saperlo...
"Noi presenteremo la richiesta di revisione del processo, come impone la legge, alla procura generale della Corte d'appello di Milano nel cui distretto è stata emessa la condanna. Bene, presso quella procura sono al lavoro giudici che ci hanno già condannati. Accogliere la richiesta di revisione, per loro, vuol dire contraddire i giudizi che hanno sottoscritto. Lo ritiene possibile?".
Potrebbero astenersi?
"Ammettiamolo. La richiesta sarebbe decisa a Brescia. Anche presso quel distretto giudiziario sono al lavoro magistrati che hanno archiviato i nostri esposti contro il presidente Gian Giacomo Della Torre che - noi riteniamo - ha influenzato irregolarmente i giurati popolari o contro il consigliere Ferdinando Pincioni estensore delle motivazioni "suicide" della nostra assoluzione, cancellata poi dalla Cassazione. Anche a Brescia, dunque, una decisione a noi favorevole sarebbe in contraddizione con altre decisioni assunte nei nostri confronti. Purtroppo gli atti giudiziari che ci riguardano hanno intasato quasi tutti i canali dell'amministrazione della giustizia. Per questo non mi faccio illusioni. Non mi aspetto alcun risultato dalla nostra protesta. Dobbiamo però provvedere al nostro des tino. Abbiamo già perso troppo tempo".
Qual è questo destino? Quale ragione ci può essere nell'affrontare una prova così pericolosa? E' un gesto che può apparire di intransigente superbia.
"No, la mia è l'intransigenza di chi non vuole prestarsi a quello che ritiene un sequestro. Quando io, Ovidio e Giorgio siamo venuti qui - ognuno di noi aveva il suo passaporto e poteva andare nel mondo ovunque, bene accolto: Pietrostefani addirittura già viveva all'estero - lo abbiamo fatto per rispetto della legge e per insofferenza contro una condanna che violava le regole del diritto, della logica e della decenza. Non sono qui per pagare il prezzo di un delitto che non ho commesso, ma per presentare il conto a chi contro di me e contro il diritto ha commesso un delitto".
Si dirà che il vostro digiuno è ricattatorio o una resa.
"Né resa né ricatto. No. Al contrario, noi indicheremo con i nomi e i cognomi coloro che - consapevoli o inconsapevoli - hanno truccato le carte del processo, costruito con accanito pregiudizio questa storia. E, ripeto, abbiamo già perso troppo tempo".
Sono forse tempo perso i mesi trascorsi per raccogliere centomila firme consegnate al presidente Scalfaro?
"Abbiamo atteso che tutto ciò accadesse. Non mi è mai piaciuto diventare il simbolo di una persecuzione. In questa storia siamo sempre stati fin troppo attenti".
Attenti a che cosa?
"Eravamo accusati da un pentito, come si dice, e non abbiamo voluto polemizzare con le consuetudini del pentitismo per non pregiudicare la lotta alla mafia, ad esempio".
Mi sta dicendo che siete stati attenti a non fare delle vostre vicende giudiziarie un atto di accusa per la giustizia italiana?
"Abbiamo sempre voluto evitare questo pericolo. Siamo stati messi in stato di accusa dalla procura di Milano e mai abbiamo voluto polemizzare con essa per evitare di schiacciarci accanto a chi aveva l'interesse (o la ragione) per attaccare il pool di Milano. Come abbiamo atteso che le persone che avevano desiderio di solidarizzare con noi, che avevano il diritto di pensare che qualcosa poteva essere fatto, facessero quel che ritenevano giusto e opportuno fare. Sapevo che non sarebbe servito a niente, ma ho atteso. Ora chiedo - chiediamo - di essere lasciati soli. Riteniamo di essere finalmente liberi di scegliere la nostra strada. Riteniamo che sia giunto il tempo che ci lascino fare, ci lascino pensare a noi stessi, alla nostra condizione di sequestrati da una sentenza ingiusta".
Un digiuno a oltranza è moralmente coerente per chi come lei, Bompressi e Pietrostefani, si protesta innocente, ma nelle condizioni attuali - la sentenza è definitiva, vi rifiutate di chiedere la grazia - non sembra avere - ripeto - un obiettivo concreto...
"La concretezza del gesto è il gesto stesso. E' il rifiuto della condizione di condannato detenuto, è la denuncia del processo che ha provocato la condanna, è l' accusa verso coloro che hanno reso possibile la condanna. Si tolga dalla testa che è un gesto di disperazione o di resa. Sono troppo orgoglioso. Io voglio - noi vogliamo - accusare i nostri accusatori e chi ci ha condannato. Abbiamo un muro dinanzi a noi. Bene, vogliamo abbatterlo o aprirci un varco".
La "questione giustizia" divide il Paese. Non crede che la vostra radicale protesta possa riaccendere i fuochi polemici? E quanto le polemiche strumentali - diciamo, ideologiche o interessate - potranno cancellare i fatti che - contraddittori - vi hanno condotto al carcere? Non è lei che da anni chiede di "stare ai fatti" e pretende che "ai fatti stiano anche gli inquirenti"?
"Lei si fa troppo illusioni. La nostra storia giudiziaria è marginale. Lo è stata nel corso degli anni, lo resterà anche ora. Non vogliamo processare la giustizia italiana, vogliamo processare coloro che ci hanno condannato. E vedrà, anche questa nostra intenzione cadrà nel nulla. Qualcuno se ne occuperà per un po', poi saremo distrattamente dimenticati".

Questo dice Adriano Sofri nel carcere di Pisa. E ogni frase è accompagnata da un sorriso amaro, orgoglioso, disperato: un sorriso che egli forse preferirebbe definire "di uno svaligiato tenuto comunque a continuare il viaggio".