Il caso Calabresi sotto la lente dei giudici

SOFRI, VERITA' E PREGIUDIZI

Il tono dell'esposizione è sprezzante a volte irridente I testimoni oculari definiti "inattendibili»"e i loro ricordi da non considerare
Esiti grotteschi per la Corte
Il difensore dell'imputato protesta: "Il collegio si è fatto il processo in solitudine spesso riprendendo per intero gli argomenti
della parte civile"

Giuseppe D'Avanzo, Corriere della Sera, 20 marzo 1998


"L'ambiente influisce sui giudizi", è scritto nelle procedure penali. Nessuno se ne meraviglierà. Non basta avere una toga nera e le nappine dorate sulle spalle per abolire lo spazio, il tempo e la propria storia privata. La silenziosa fatica del giudice è precipitare nella sfera artificiale del processo, nella sua illusione scenica, separarsi dal flusso microstorico quotidiano. Soltanto questa fatica privatissima può evitare che fattori esterni alterino l'evento giudiziario deviando l'esito.

Il giorno dopo la bocciatura dell'ultima chance per Adriano Sofri, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani, l'interrogativo lo abbiamo sotto gli occhi, ineliminabile: sono riusciti nella loro &laqno;terribile» fatica i tre giudici della quinta sezione della Corte d'Appello di Milano che hanno giudicato inammissibile la revisione del processo? Sono riusciti a lasciare fuori dalle loro stanze i sedimenti della memoria, la sequela delle convinzioni e il peso degli umori? "Con quel rifiuto - ha scritto Le Monde - l'Italia si è nuovamente immersa nel cuore glauco degli anni di piombo".

Si può essere d'accordo o meno, ma per sottoporre a un vaglio critico la &laqno;fatica» delle tre toghe della Corte d'Appello - il presidente Giorgio Riccardi, i consiglieri Niccolò Franciosi e Giovanni Baudano - occorre lasciar cadere di lato ogni impressione visiva o emotiva sollecitata dai sorrisi alquanto maligni, che pure si sono potuti ammirare sui volti dei giudici nelle ore decisive dell'ordinanza, o le note stridule modulate sul "popolo indottrinato" che avrebbe accolto con grida e strepiti il verdetto o la vanità di quel giudice troppo loquace, abbagliato dalla mise-en-scène.

La sola materia di cui discutere è stretta nelle cinquanta pagine della motivazione del rifiuto. E' in quelle parole, nelle espressioni scelte, negli argomenti e nella dottrina utilizzati che c'è la misura (il successo o l'insuccesso) della solitaria fatica del giudice. E' di quello, e solo di quello, che bisogna discutere. Non è un lavoro asettico se ci addentra, il giorno dopo, tra le parole della motivazione. Già la loro scelta - la scelta delle parole - aggredisce e induce al dubbio. Ogni ipotesi della difesa è "nebulosa" o "stravagante". Il tono dell'esposizione è diffusamente sprezzante, a volte irridente, in alcuni casi sarcastico. La difesa elenca nel minuto le "oscurità" del racconto dell'unico testimone dell'accusa, Leonardo Marino. Le "oscurità" da sottoporre a tenuta critica vengono rubricate abusivamente dai giudici alla voce &laqno;complotto», formula mai usata dalla difesa.

Per la "teoria del complotto", anzi alla "cosiddetta teoria del complotto", all'"ottica dell'asserito complotto", alla "ritrita teoria degli inquietanti scenari da "Piazza Fontana in poi", la Corte è generosa di ironici, insistiti accenni. E' questa la forma che i giudici hanno scelto per chiudere una sostanza che, in alcuni paragrafi, lascia perplessi e, in altri, senza fiato. Fin dalle fondamenta dell'argomentare. Che cosa, e come, deve vagliare una Corte per giudicare l'ammissibilità di un'istanza di revisione? "Si deve limitare - si legge nelle sentenze della Cassazione - a una sommaria delibazione dei nuovi elementi di prova al fine di valutare se appaiano astrattamente idonei a incidere in maniera favorevole sulla valutazione delle prove e se consentano di prevedere ragionevolmente che possano condurre al proscioglimento".

"Sommaria valutazione", dunque. Non è così per la Corte di Milano che annuncia di voler "riscontrare gli elementi di novità, procedere immediatamente a valutarne la rilevanza" svolgendo anche "autonome considerazioni ritenendo di non valicare il periglioso discrimine tra difetto ed eccesso di motivazione cui sembrano ispirarsi alcune decisioni del Supremo Collegio". "Il risultato - protesta l'avvocato di Sofri, Alessandro Gamberini - è che il collegio si è fatto il processo in solitudine vagliando senza contraddittorio l'attendibilità delle prove e dei testimoni. Spesso riprendendo per intero e testualmente gli argomenti della parte civile".

Le prove, quindi. I testimoni, soprattutto. Luciano Gnappi, definito dalle precedenti sentenze "degno di fede", diventa irrimediabilmente "inattendibile". "Inattendibili" sono anche i testimoni oculari del delitto. I loro ricordi, afferrati in Questura mezz'ora dopo le 9.15 di quel tragico mercoledì 17 maggio del 1972, sono inutilizzabili perché "le loro prime affermazioni presentano un evidente vizio d'origine: la polizia si era convinta che l'agguato si era verificato in un certo modo e cercava di far combaciare la sua ipotesi con le testimonianze che andava assumendo". Ma se un testimone, come Adelia Dal Piva (dice di aver visto una donna scendere dal posto di guida della 125 degli assassini di Calabresi) riferisce qualche giorno dopo il delitto è inattendibile in egual modo "perché è stata ascoltata a giorni di distanza". A volte le operazioni della Corte provocano esiti grotteschi.

Pietro Pappini, quella mattina alle 9.15 con la sua Alfa Romeo 2000 è in via Cherubini in direzione via Mario Pagano. Davanti ha una Fiat 125 blu. Superato corso Vercelli nota, a venti metri di distanza, un uomo molto alto uscire da un portone. L'uomo (Calabresi) attraversa la strada e passa davanti alla macchina che precedeva Pappini. Da questa scende un uomo anch'egli molto alto (l'assassino) che si muove tra la Fiat 125 e l'Alfa Romeo. Raggiunge il commissario alle spalle, gli punta una pistola a canna molto lunga alla nuca ed esplode due colpi. Mentre Calabresi cade, l'assassino indietreggia, raggiunge l'autovettura dalla quale era sceso, prende posto sul sedile accanto a una donna che guidava. "Per me era una donna, per i capelli lunghi che aveva", conferma Pappini al processo smentendo Leonardo Marino che aveva zazzera riccioluta e baffi cespugliosi. In concorrenza con l'ingegno creativo di un Dario Fo, i giudici della Corte d'Appello chiosano che "non è assurdo ritenere che - in un flash back - Pappini si sia fatto l'idea della particolare acconciatura del conducente dalla percezione visiva dei baffi di Marino". Come dire che Pappini ha visto il baffo cespuglioso di Marino detto Gasparazzo e un lampo gli ha attraversato la mente: toh, questa non può essere che una donna! Anche il pubblico che non va agli spettacoli del giullare diventato Nobel ne riderebbe. Ancora. Roberto Torre è un vigile urbano. Vive a Massa Carrara dal 1950. Quel 17 maggio 1972 è nel bar Eden. E' mattina, sono le 12.30. "Ricordo perfettamente che c'era Bompressi anche perché, oltre ad avere qualche anno più di me e degli altri, era una figura che consideravo molto matura. Vederlo brindare per la morte di un uomo, mi colpì e disgustò". Se intorno alle 12.20 Bompressi era a Massa come poteva essere intorno alle 10 (parola di Marino) a Milano? Nel 1972 la tratta autostradale Parma-La Spezia è soltanto accennata. La strada sulla Cisa è un tormento di curve e burroni. Poteva farcela? Con quale auto, con quale temeraria guida da pilota da Formula Uno? Eppure, per la Corte, "la testimonianza di Torre non costituisce alibi per Bompressi" perché (come sostiene, contestatissima dalla difesa, la parte civile) "Torre appartiene allo stesso milieu di Bompressi" e perché "Bompressi avrebbe potuto trovarsi a Massa partendo in auto alle 10 dalla Stazione Centrale di Milano" via Genova-Livorno. A Massa, ma "alle 13.30", un'ora dopo il vigliacco brindisi raccontato da Torre.

La conclusione dell'ordinanza è in due righe. "Visti gli articoli... dichiara inammissibile l'istanza di revisione". La lettura delle cinquanta pagine lascia in bocca il sapore amaro del risentimento che i giudici non hanno saputo deporre entrando nel loro ufficio dove, al contrario, si sono fatti accompagnare dai loro cattivi ricordi. Ma si sa, l'ambiente influisce sui giudizi.