È finito il digiuno

Franco Corleone

dal Manifesto, 9 novembre 1997


Rebibbia chiama, Pisa risponde. Così si potrebbe intitolare il rapporto che si è instaurato tra i detenuti del carcere di Roma che hanno individuato una piattaforma di richieste per affrontare la drammaticità della situazione carceraria e i pisani che protestano la loro innocenza e vivono solidalmente la condizione di uomini privati della libertà. Sofri, Bompressi e Pietrostefani - accogliendo l'invito a sospendere lo sciopero della fame loro rivolto - hanno dato una nuova prova di umiltà. La loro attenzione e l'ascolto verso altri detenuti in lotta dovrebbe rendere evidente a tutti la natura e le motivazioni dello sciopero della fame. Si trattava cioè di una adesione e di un sostegno a un movimento nato quasi miracolosamente in una istituzione ridotta al silenzio a causa della composizione sociale e delle regole del pianeta carcere. Questa conclusione - positiva, ma parziale, perché nessun risultato apprezzabile è stato ancora raggiunto - obbliga ognuno a fare i conti con la maturità di un comportamento collettivo. Ciò che ormai diviene lampante agli occhi di chi ha attenzione al carcere è che l'emergenza rischia di diventare patologia. Il punto è individuare un modo definitivo per non far entrare in carcere i responsabili di condotte che, o non meritano la punizione o, nel caso di comportamenti devianti, ricevano risposte sotto forma di pene alternative. Il diritto penale minimo nel momento in cui entra addirittura nel progetto della nuova Costituzione deve uscire dall'empireo astratto e farsi cosa concreta. Come il processo penale è una risorsa delicata e da utilizzare con parsimonia, così il carcere va riservato a condizioni non altrimenti risolvibili.

Il governo e il parlamento hanno di fronte a sé compiti di diversa natura e portata ma ugualmente essenziali. La prima priorità è definire e approvare una serie di provvedimenti che testimonino una attenzione coerente e intelligente. Contemporaneamente si deve svolgere un processo di innovazione nell'amministrazione penitenziaria quotidiana in cui si evidenzierà sicuramente la capacità e la sensibilità di Alessandro Margara, a cominciare dalla riforma del regolamento. Sullo sfondo, ma non rinviabili all'infinito, restano da affrontare le grandi riforme strutturali della giustizia con le conseguenti ricadute. L'agenda delle questioni mature è presto fatto: legge Simeone-Saraceni per l'esecuzione delle pene brevi; depenalizzazione dei reati minori; incompatibilità con il carcere per i malati di Aids; scarcerazione delle madri di bambini piccoli; liberazione anticipata e libertà condizionale. Quali di queste proposte saranno legge per Natale? Tutte, la gran parte o nessuna? Se qualche porta si aprirà, il prossimo anno potrebbe essere dedicato a una sessione straordinaria del parlamento per prendere di petto le questioni delicate, dall'abolizione dell'ergastolo all'indulto, dal numero dei magistrati di sorveglianza alla riforma della polizia penitenziaria, dal lavoro nel carcere alla sperimentazione della mediazione come ripristino del danno e riconciliazione conla vittima. Senza dimenticare e con il coraggio di affrontare la riforma della legge sulle droghe con il suo intollerabile carico di sanzioni.

Per quanto riguarda il problema della detenzione di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, lo scenario rimane tutto aperto, nella sua peculiarità, non riconducibile alla soluzione dei problemi particolari o generali. A fine mese, o quando sarà, con la presentazione dell'istanza di revisione, si aprirà la partita decisiva. Loro saranno, per fortuna, nel pieno del vigore e della lucidità. Tutti coloro che amano la giustizia e aspirano alla verità potranno non distrarsi e concentrarsi su quello che sarà il momento finale, senza appello. Credo proprio che si debba dire grazie ad Adriano, Ovidio e Giorgio perché con la loro decisione aiutano tutti a capire che non vi è in loro alcun segno di arroganza o superbia. Solo l'affermazione delle ragioni dell'intelligenza, della dignità e dell'umanità.