Condannati così
Gli atti dell'inchiesta della procura di Brescia sul giudice Della Torre.

Il testo completo si può scaricare qui.


Pochi giorni dopo il deposito delle motivazioni della sentenza della Seconda Sezione della Corte d'Assise d'appello di Milano (23 marzo 1994), Adriano Sofri presentò un primo esposto contro quella che già veniva definita una "sentenza suicida", e contro il suo estensore, il giudice a latere Ferdinando Pincioni. La Procura di Brescia decise di non dar seguito alla denuncia, facendo uso di argomenti già formulati in un modulo a stampa, e riferendosi all'impugnazione della sentenza quale sede più opportuna per esporre le proprie doglianze: ma dimenticando che, evidentemente, sia Sofri sia gli altri imputati non avevano impugnato la sentenza in Cassazione, essendo stati assolti!

In seguito, Adriano Sofri (e con lui i suoi avvocati, e gli avvocati di Bompressi) ritornarono con ulteriori elementi sulla questione, ma il Sostituto procuratore Dott. Fabio Salamone, che pure aveva aperto un fascicolo, non iniziò neppure l'indagine. La G.i.p. Anna Di Martino, sulla base di argomenti essenzialmente procedurali (ma anche di qualche discutibile excursus nella filosofia del diritto) ha stabilito il 6 febbraio 1997 che l'indagine sul giudice Pincioni non andasse riaperta (in realtà, aperta), archiviando il tutto.

Dopo l'ulteriore sentenza (questa volta di condanna) del novembre 1995, comminata dalla Terza sezione della Corte d'Assise d'appello di Milano, presieduta dal giudice Gian Giacomo Della Torre, Adriano Sofri ha presentato ulteriori esposti volti a denunciare la provata parzialità (prima e durante il dibattimento, e nella camera di consiglio) del Dottor Della Torre, le pressioni da lui esercitate sui giudici popolari e le molte irregolarità riscontrabili nella gestione del processo. Da questi esposti è nata l'indagine condotta a Brescia dal Dottor Fabio Salamone, e di cui si riproducono nelle pagine che seguono, quasi integralmente, gli atti.

Il lettore troverà qui:

Gli esposti di Adriano Sofri;

I verbali degli interrogatori disposti dal Dottor Salamone nei confronti di Della Torre e degli altri giurati (togati e popolari) di quel processo, nonché di altri testimoni; e documenti di altro tipo allegati agli atti, come quelli relativi a un altro procedimento nei confronti del Dottor Della Torre e la lettera che il medesimo giudice scrive, alla fine del processo Calabresi, al Presidente della Corte d'Appello di Milano;

La relazione finale del procedimento, depositata dal Dottor Salamone in data 25 marzo 1997, che si conclude con una richiesta di archiviazione;

L'Atto di opposizione di Adriano Sofri alla suddetta archiviazione (l'udienza che dovrà decidere circa il seguito di questa vicenda è fissata davanti al G.i.p. di Brescia per il 30 maggio 1997); opposizione fondata sulla constatata incoerenza tra la richiesta di archiviazione e i molti elementi di fatto emersi dall'indagine (e che qualunque lettore ora potrà a sua volta prendere direttamente in esame).

 

Abbiamo accennato che gli atti dell'indagine bresciana vengono qui pubblicati quasi integralmente. I pochi tagli, dovuti essenzialmente a ragioni di spazio, si riferiscono:

1. alle comunicazioni interne fra la Procura e la Polizia giudiziaria e tra diversi uffici, ai documenti puramente formali, alle ripetizioni e alle formule di rito (per esempio, quelle relative all'identificazione delle persone interrogate), ecc.;

2. agli interrogatori di alcune persone che il Dottor Salamone ha ascoltato per verificare il racconto di uno dei testimoni, il Dottor Giovanni Settimo, riguardo all'itinerario che lo ha portato a denunciare quanto era avvenuto sotto i suoi occhi durante la conduzione del processo. Si tratta di una serie di persone di Alba e di Milano, per lo più avvocati (Pirra, Bongioanni, Prandi, Rocca, Stroppiana), ma anche semplici conoscenti di Settimo (Rossi), in qualche caso vicini a lui per antica fede politica di destra; nonché della Signora Anna Maria Cortese, sua "coabitante". Tutte queste testimonianze concordano nell'indicare il "turbamento" di Settimo (durante e, soprattutto, dopo il processo), la sua crescente -e per lui non abituale- "apprensione", la preoccupazione che "potesse capitargli qualcosa di grave". E, insieme, la sua convinzione di assistere a una "precisa volontà di giungere alla condanna degli imputati", a un "atteggiamento iniquo" nei loro confronti, a un processo "indirizzato verso la condanna degli imputati, considerando schiaccianti prove che tali non erano, e criminalizzando in toto il movimento politico di Lotta Continua". Racconta ad esempio la Signora Cortese che Settimo "si riferiva in particolare alla criminalizzazione fatta dal Presidente Della Torre del movimento politico di Lotta Continua, considerato un gruppo terroristico da cui emergeva la conseguenza logica che gli imputati essendo appartenenti a tale movimento non potevano non compiere che atti esecrabili quali l'omicidio del commissario Calabresi. Tale considerazione emergeva inoltre da un 'accanimento' personalistico su ciò che Sofri rappresentava in aula".

Le vere e proprie peregrinazioni di Settimo dall'uno all'altro degli avvocati sopra ricordati (a uno dei quali indirizza anche una lettera "a futura memoria") non portano quasi a nulla: si tende a consigliargli prudenza (di non mettersi contro un "potere forte"). Settimo si decide allora a rivolgersi all'ex deputato Staiti di Cuddia, il quale lo indirizza a sua volta all'esponente radicale Sergio D'Elia. Settimo ha dei colloqui con quest'ultimo e con il giornalista Enrico Deaglio. Le testimonianze di Staiti di Cuddia, di D'Elia e di Deaglio sono qui riportate, così come quella del giornalista del "Corriere della Sera" Gian Antonio Stella, che intervistò una seconda giurata popolare, la Signora Marilena Tuana, e un'altra testimone importante, la Signora Duchene Sorcinelli.

Il 22 gennaio 1997, la Quinta sezione penale della Corte di Cassazione (Presidente Palmisano, Consiglieri Marvulli, Malinconico, Foscarini, Nappi) ha rigettato i ricorsi degli imputati Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, e ha quindi confermato le condanne a 22 anni comminate loro l'11 novembre 1995 dalla Giuria presieduta da Giangiacomo Della Torre. Le condanne sono così divenute esecutive: Bompressi, Pietrostefani e Sofri sono detenuti, com'è noto, nel carcere di Pisa.