La lettera al Corriere della Sera
di Adriano Celentano
25 gennaio 1997

Certo non posso dire d'aver seguito la vicenda Sofri, però pare che le cose siano andate più o meno così: circa vent'anni fa Adriano Sofri fu uno dei fondatori di "Lotta Continua", un movimento di estrema sinistra che si proponeva di cambiare la società a favore degli operai succubi di uno Stato ingiusto. Parecchi erano gli intellettuali che ne facevano parte molti dei quali tuttora occupano cariche importanti come per esempio Gad Lerner, Luigi Manconi, portavoce dei verdi, Deaglio e altri. Il loro estremismo fu "rivoluzionario". In quella stagione a tinte forti nacquero alcuni gruppi terroristici dai quali sia Sofri che i suoi compagni si dissociarono. Poi, il movimento si sciolse. Fra i crimini commessi dai terroristi ci fu il famoso omicidio Calabresi: uomo, a detta di tutti, rigoroso ma al tempo stesso di grande fede e generosità.

Il giallo sul delitto Calabresi rimase insoluto. Ma un giorno, dopo sedici anni dall'accaduto, salta fuori un certo Marino che, rivolgendosi ai carabinieri dice: &laqno;Scusate, mi ero dimenticato di dirvi che il mio amico Adriano Sofri ha fatto uccidere Calabresi...». &laqno;Sei sicuro?», gli hanno chiesto. &laqno;Come no! Ero l'autista del commando», e i carabinieri: &laqno;Come mai ce lo dici adesso?»... &laqno;Eh, perché, ho detto: che ora è... Ostre!.. Son già passati sedici anni, quasi quasi mi pento e così sono venuto a dirvelo».

Fu così che sulle dichiarazioni di Marino hanno aperto immediatamente il processo. Poi, le condanne: Sofri, Pietrostefani e Bompressi a 22 anni di carcere; Marino a 11 anni perché aveva raccontato bene la storia. Condanne che vennero confermate in appello il 2 luglio del '91. Il 23 ottobre del '92, la Cassazione annulla la sentenza. Per cui si riapre il processo. In questi casi si va direttamente in appello saltando il primo grado, e siamo al 21 dicembre del '93. La sentenza è clamorosa: tutti assolti! Ma, all'ultimo minuto, colpo di scena: la Cassazione del '94 ha annullato la sentenza di assoluzione. Però, con una novità: mandando in prescrizione il "narratore".

Non ho mai conosciuto Sofri, ma quelle poche volte che mi è capitato di vederlo in televisione, ultimamente anche da Santoro, mi sorprendevo di come venivo attratto dal suo parlare, per il quale mi viene estremamente difficile non pensare a un parlare di verità. Ogni volta lo osservavo attentamente e mai, in ciò che ha detto, ho potuto scorgere un qualche cosa che potesse dividere le sue parole dalle movenze del suo viso. Quando non sei veritiero prima o poi lo sguardo ti tradisce. E devo dire che poche volte nella vita mi è capitato di percepire, quella che io credo di aver visto in Sofri, una verità che realizza in pieno una simbiosi tra le parole e lo sguardo. Certo lui è colto e intelligente e sa parlare, tanto che la sua voce, nonostante l'assoluta mancanza di timbro e spesso frantumata, acquista un fascino accattivante.

Qualcuno potrebbe pensare che è proprio la sua intelligenza a rendere credibile ciò che invece potrebbe essere falso. Se posso esprimere una mia opinione, ho sempre creduto che l'intelligenza, quella vera, raggiunge il suo culmine quando non può fare a meno della verità. Una specie di schiavitù da cui la "vera" intelligenza non può sottrarsi. E in Sofri questa schiavitù appare lampante, come è evidente il senso di libertà sia suo, che dei suoi compagni ora che sono in carcere.

Le condanne inflitte a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono fondate unicamente sulle dichiarazioni di un pentito, per altro loro amico di viaggio, e non sulla base di alcun riscontro. Francamente non ho mai creduto al pentimento dei pentiti, anche se in molti casi sono stati utili a colpire la criminalità organizzata. Più i reati sono gravi e più è difficile pentirsi veramente.

I mafiosi che poi si pentono non hanno alternativa: &laqno;O ci dici tutto quello che sai e noi ti alleviamo la pena sotto il titolo di "pentito", o altrimenti marcisci in prigione per il resto della tua vita». Cosa che non avviene invece nella situazione del pentito Marino. Lui, dopo 16 anni ,si pente per aver contribuito all'uccisione di Calabresi. Improvvisamente è attanagliato dal rimorso per aver recato male a un suo simile. Corre dai carabinieri (o i carabinieri vanno da lui, non si capisce il perché) e racconta il fatto: &laqno;Eravamo in quattro...», ma solo tre vengono condannati. Come faccio a credere, io che sono il re degli ignoranti, che tu sei veramente pentito? Penso che nessuno metterebbe in dubbio la tua parola se tu andassi dal giudice ed esprimessi il desiderio di non abbandonare i tuoi compagni di viaggio.