Un proiettile spuntato

di Manuela Cartosio da Il Manifesto, 12 marzo 1997

"Hanno ancora qualcosa da dire oggi, a venticinque anni di distanza dall'uccisione del commissario Luigi Calabresi, i due proiettili che lo uccisero?". Si apre con questa domanda l'articolo di Enrico Deaglio su Diario oggi in edicola. La risposta non viene tenuta in sospeso, segue alla riga successiva. "Sì, e comunicano verità scomode. Per esempio che non furono sparati dalla stessa arma. Per esempio, che non furono sparati da una pistola a canna lunga, ma da una a canna corta. Per esempio, che - forse - uno dei due proiettili non c'entra nulla con il delitto".
Per chi ha seguito nei suoi meandri l'inchiesta e il processo Calabresi non sono affermazioni o ipotesi del tutto inedite. Il pregio del pezzo sta nel mettere in fila, con lucidità e maestria, fatti, particolari, singolari stranezze che incrinano la verità di Marino sottoscritta dai giudici che hanno condannato Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni. Quella verità sostiene che per uccidere Calabresi fu usata una Smith and Wesson calibro 38 a canna lunga, rapinata dallo stesso Marino e da altri di Lc nel '70 all'armeria Leone di Torino. La "letteratura" giornalistica sul delitto Calabresi, l'inchiesta e il processo si sono adagiati sull'ipotesi Smith and Wesson.

Una vulgata calibro 38
A partire dal 21 maggio '72, quattro giorni dopo il delitto, quando ancora non è stata fatta alcuna perizia balistica, l'Unità e il Corriere cominciano a scrivere che in via Cherubini ha sparato una Smith and Wesson calibro 38. Si fonda una tradizione, una vulgata, che con il passare degli anni diventerà una realtà. Confortata da perizie che - si scoprirà al dibattimento - si esercitano su un proiettile che non si sa da dove venga (l'unica cosa certa, in questo mare di dubbi, è il "grosso frammento" deformato di un proiettile Fiocchi calibro 38 estratto dal capo di Calabresi). Il grande pubblico sa che quel proiettile è stato eliminato "per motivi di spazio" dopo l'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (contemporaneamente l'auto del delitto veniva demolita perché "non aveva pagato il bollo). Non sa, invece, che di quel proiettile è oscura anche l'origine. Compare per la prima volta ufficialmente il 3 agosto '72 quando la questura lo deposita all'ufficio "corpi di reato" scrivendo che è stato "repertato in ospedale". Non è vero. Lettighieri, medici, infermieri del San Carlo, sentiti al processo, hanno escluso che il proiettile sia stato raccolto o trovato da loro. Quel giorno la questura deposita altro materiale interessante (questo è l'elemento, sfuggito alla difesa, che Deaglio scopre leggendo gli atti dell'epoca) da cui si evince che il proiettile Calabresi è stato confrontato con proiettili esplosi da armi della Baader Meinhof e da un revolver sequestrato a un boliviano. Spariti pure quelli, naturalmente. Forse il proiettile che il perito Salza confronta è quello Fiocchi calibro 38 trovato da un signore il 28 maggio del '72 (un po' troppo tardi) a quaranta metri (un po' troppo distante) dal luogo del delitto e consegnato ad un agente di polizia. Forse, perché non è stata rilasciata alcuna ricevuta. Di certo quel proiettile la questura se lo tenne un po' di tempo per sé e lo diede a Salza da studiare prima d'informare il magistrato.
Il secondo pilastro dell'articolo di Deaglio è una rilettura delle centoventi cartelle del parere pro veritate steso dal professor Antonio Ugolini nel '91 per la difesa Pietrostefani. Non essendoci più né il proiettile, né il grosso frammento il perito lavora solo su fotografie. Ma, potendosi avvalere di tecniche più raffinate di quelle usate vent'anni prima, conclude che proiettile e frammento non sono stati sparati dalla stessa arma. E' una conclusione che le sentenze di condanna hanno accantonato. I giudici hanno ritenuto superflua una nuova perizia d'ufficio e poi hanno sposato la memoria della parte civile (uno strano modo di essere "terzi").
Deaglio considera "surreale" l'ipotesi di due sparatori, "teoricamente possibile" quella di un killer che ha usato due pistole. Ma gli elementi che più gli stanno a cuore sono non sono ipotesi: il grosso frammento, frettolosamente dichiarato inutilizzabile, era "ben utilizzabile"; del proiettile peritato ancora oggi nessuno conosce la provenienza. Forse non basterà per ottenere la revisione del processo. Basta per ribadire che quando i dubbi e le stranezze sono così abbondanti, si assolve.


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