Codice a sbarre

Dopo la sentenza, si teme che i tre decidano lo sciopero della fame. Spunta, a sorpresa, una deposizione che accusa: fu Morucci a uccidere Calabresi. Morucci ribatte: leggende metropolitane. E querelerà. Gli avvocati di Sofri: non ne sapevamo nulla

Manuela Cartosio, Il Manifesto 19 marzo 1998


T UTTO come previsto, anzi un po' peggio. La quinta sezione della Corte d'appello di Milano ha detto no alla revisione del processo Calabresi. Un no smodato, che riempie 50 cartelle in cui i tre membri del collegio giudicante travalicano sfrontatamente i limiti del compito loro assegnato. Dovevano dire se l'istanza di revisione, presentata il 15 dicembre dall'avvocato Sandro Gamberini, conteneva "elementi nuovi". Hanno risposto di no, ma hanno largheggiato in considerazioni non dovute sulla validità probatoria di quegli elementi e, persino, sull'attendibilità dell'eterno Marino. Insomma, hanno ribadito una sentenza di colpevolezza per i tre già condannati quando invece dovevano emettere un'ordinanza sull'ammissibilità della revisione. Il difensore di Sofri, Bompressi e Pietrostefani sintetizza questo sconfinamento con una battuta fulminante: "il processo se lo sono fatto da soli". Un processo "senza contraddittorio", secondo le regole "del vecchio rito inquisitorio di stampo medievale". Una "sentenza anomala", aggiunge il legale bolognese, che anticipa il processo che doveva essere fatto da un'altra corte.

Alle 15 di ieri pomeriggio, quando ancora nessuno oltre gli estensori aveva in mano l'ordinanza, l'Ansa batteva il primo flash: "respinta richiesta revisione processo Calabresi". Notizia buffamente ufficializzata mezzora dopo dal presidente della quinta sezione, Giorgio Riccardi. Una conferma che le indiscrezioni della vigilia, secondo la quale i tre giudici da giorni avevano deciso per il no, erano più che fondate. Per i giudici Riccardi, Franciosi e Budano la domanda di revisione è inammissibile "in quanto manifestamente infondata", si tratta solo "di un castello abilmente edificato su fondamenta fragilissime, anzi inesistenti".

Un "no" smodato

"Altrettanto fragile e priva di novità" la lettera che Adriano Sofri ha fatto pervenire alla corte lo scorso 13 marzo. Così si legge a pagina 49. Qualche riga sotto, una sorpresa. E' il verbale trasmesso ieri alla corte dell'interrogatorio reso il 6 marzo ai pm Ionta e Marini del tribunale di Roma da Raimondo Etro, ex Br, condannato a 24 anni al processo Moro quinquies. Etro racconta d'aver saputo da Alessio Casimirri (ex br, latitante) che ad uccidere Calabresi era stato un tal "Matteo". Anni dopo Etro avrebbe appreso che "Matteo" altri non era che Valerio Morucci. Testimonianza tardiva e "de relato", commentano i tre giudici (è l'unico punto su cui siamo d'accordo), quindi inattendibile. Una "leggenda metropolitana", commenta Morucci. I suoi legali annunciano una querela per calunnia contro Etro. Una sorpresa anche per l'avvocato Gamberini: la testimonianza di Etro è arrivata a Milano per iniziativa autonoma dei pm romani.

C'è da augurarsi che il "caso Morucci" non depisti come un fuoco fatuo l'attenzione dalle altre 48 cartelle dell'ordinanza. Dove si demoliscono, con gli stessi argomenti usati dalla Procura generale e dalla parte civile (alla faccia del giudice terzo!) le nuove testimonianze e i nuovi elementi della controinchiesta di Gamberini. Via Luciano Gnappi, via Roberto Torre, via le elaborazioni con nuove tecnologie della dinamica del delitto e sui proiettili. O non sono nuove o sono irrilevanti o, addirittura, contraddittorie. Il "complotto", parola che Gamberini non ha mai usato, non esiste. I 17 giorni di colloqui notturni e non verbalizzati tra Marino e i carabinieri non costituiscono alcun mistero. Qui i giudici concedono qualcosa: è più che plausibile che il colonnello Bonaventura avesse una sua "ipotesi investigativa", avesse intuito che il delitto a cui Marino girava intondo era l'uccisione del commissario Calabresi. Ma questo non implica che sia stato il colonnello a "suggerire la confessione". E' una lecita "ipotesi investigativa" anche aver ipotizzato che Mauro Rostagno sia stato ammazzato dagli ex Lc. Sia reso onore, dunque, al capitano del Ros di Trapani Dell'Anna e a tutti i magistrati che gli hanno tenuto il sacco. Tutto questo rientra nella normalità investigativa e non configura "pregiudizio" contro gli ex di Lc.

 

Leonardo e Antonia

Sulla coppia Marino-Bistolfi la V sezione si spinge a riconoscere come plausibile quel che i giudici del passato hanno sempre negato a spada tratta: è plausibile che la confessione di Marino sia maturata "in ambito familiare", che Antonia Bistolfi sapesse quel che il marito aveva in animo di fare. Ma questo non cambia niente, scrivono i tre giudici, quanto all'attendibilità e di Marino e della Bistolfi. E' una enormità: chiunque abbia dimestichezza con questo processo sa che Antonia Bistolfi è stata usata in lungo e il largo per "riscontrare" Marino! Più che un'enormità, un clamoroso autogol. Se si ammette che i due hanno agito di concerto, crolla un bastione dell'accusa. Non mancano le amenità. Quella sulle fortune (intese come pecunia) di Marino è pronta per essere citata tal quale nello spettacolo di Dario Fo: "è notorio che venditori di generi alimentari di costo modesto in zone turistiche guadagnano anche somme rilevanti. Per lo più sottratte all'imposizione tributaria".

C'è materia per impugnare l'ordinanza in Cassazione e con qualche speranza, dice Gamberini. La decisione sarà presa oggi, dopo un incontro nel carcere di Pisa con i tre condannati. Altre strade non ce ne sono, forse solo una legge ad hoc come a suo tempo la legge Valpreda. Ce ne sarebbe un'altra, la richiesta di grazia firmata non dai tre condannati, ma dai loro familiari. Un'ipotesi che facciamo per pura accademia, sapendo quanto sia aborrita da Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Enrico Deaglio, invece, la prende in considerazione. "Questa storia non vale più la pena di altro dolore e di altre sofferenza", dice il direttore di Diario di fronte alla prospettiva di uno sciopero della fame ad oltranza dei tre amici. "Se io fossi un figlio o un fratello, prenderei la penna e scriverei a Scalfaro".

Tutti i commenti degli ex ragazzi di Lc sono segnati più dal dolore che dalla delusione. E battono, giustamente, sulla "questione ambientale", sulla mancanza di coraggio della magistratura giudicante milanese che, anche questa volta, si è allineata alla procura. "In dieci anni non uno dei magistrati milanese si è permesso una frase non conformista su questo processo", ricorda Toni Capuozzo. E ricorda bene.