Una condanna in fotocopia

di Manuela Cartosio, da Il Manifesto, 12 novembre 1995.

Da una camera di consiglio durata cinque giorni è uscita una sentenza di condanna. Spietata nella sua secchezza. Per la terza sezione della corte d'assise d'appello, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. allora dirigenti di Lotta Continua, sono stati i mandanti dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi; a sparare il 17 maggio '72 in via Cherubini è stato Ovidio Bompressi. Meritano 22 anni di carcere. Leonardo Marino è stato l'autista del delitto e, dal luglio '88 in poi, la bocca della verità; grazie a lui, si è fatta giustizia. Merita, com'era ampiamente previsto in base all'aritmetica del codice penale, la prescrizione del reato. E' un uomo libero. Per gli altri tre resta solo l'esilissima speranza della Cassazione.

Si è chiuso così il sesto processo Calabresi, il terzo in appello. Il presidente Giandomenico Della Torre ha letto la sentenza alle 11, in un'aula disertata dagli imputati, dal pg Dello Russo, dalla famiglia Calabresi. Gli avvocati, sia della difesa che della parte civile, si sono fatti sostituire da "giovani di studio". Uno dei sei giudici popolari, una donna, aveva gli occhi arrossati. Sembrava avesse appena finito di piangere. Solo tensione nervosa o un indizio che nella lunga camera di consiglio si sono fronteggiate due posizioni contrapposte, che si è arrivati alla condanna per il peso determinate del doppio voto del presidente?

Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Di sicuro non si sta cinque giorni nell'aula bunker del Bassone, il carcere di Como, a discettare se concedere o no le attenuanti prevalenti sulle aggravanti. Sappiamo, invece, che nel precedente processo d'appello furono i giudici popolari a voler assolvere. I giudici togati, per rivalsa, stesero delle motivazioni "suicide", fatte apposta per essere cassate. Senza quelle motivazioni questo sesto processo non si sarebbe celebrato e il presidente Della Torre non avrebbe potuto pronunciare una sentenza di condanna "in nome del popolo italiano".

Il silenzio di Sofri Gli imputati non commentano la sentenza. Sofri ha respinto l'assedio dei cronisti in una libreria di Firenze con un "ditemelo voi come trovate tutto ciò". Il figlio Luca, dopo ripetute insistenze, ha dichiarato che chi commenta positivamente la sentenza «o è fesso o è in malafede». Parlano alcuni difensori. "ll dogma della chiamata in correità ha prevalso sulI'esame obiettivo delle prove", dice Marcello Gentili, legale di Sofri. "Il mio assistito ha incitato la corte ad andare fino in fondo, a non imboccare la strada del compromesso, della prescrizione". O mi assolvete o mi mandate in galera, aveva detto Sofri nell'ultima udienza. A sentenza pronunciata, conclude Gentili, "devo dire che i giudici sono andati fino in fondo nel loro errore".

Gaetano Pecorella e Ezio Menzione, difensori di Bompressi, parlano di "sentenza più che annunciata, già preparata dalle ultime pronunce". Il riferimento è alla "sentenza suicida" e all'ultimo verdetto della Cassazione, costruita in modo "da tagliare la strada a ogni messa in discussione del racconto incredibile e contraddittorio" del collaboratore Marino. Marino che "ora se ne sta libero, senza pagare nulla per ciò che dice di aver commesso. A pagare sono tre innocenti, tirati dentro una montatura che dura ormai da più di sette anni ". Ci rimettono anche la giustizia e il diritto, "che fanno pagare a tre malcapitati innocenti il prezzo di un'antica vendetta politica". La difesa di Bompressi annuncia che non smetterà di battersi contro questo "mostro giuridico".

Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi, accoglie "con soddisfazione questo giusto verdetto di condanna". Lei e i suoi figli hanno continuato ad avere fiducia nella giustizia e nella magistratura. "Anche quando sembrava che si fosse smarrita la voglia di cercare la verità, abbiamo accettato in silenzio la decisione dei giudici, senza polemica". "Più durava la camera di consiglio, più ci convincevamo che l'esito sarebbe stato positivo", dichiara Luigi Ligotti. patrono di parte civile. Si andrà ancora in Cassazione, ma la parte civile si sente forte della condanna già espressa "da 32 giudici delle corti di merito". Nella lista Ligotti mette anche i giudici del secondo processo d'appello: "Per 385 pagine hanno condannato, solo nelle ultime hanno assolto".

Lontani da Tangentopoli "Hanno deciso secondo giustizia", dichiara il pg Ugo Dello Russo che attende di leggere le motivazioni (saranno depositate entro 90 giorni). La corte è stata più severa della pubblica accusa. Nella sua requisitoria Dello Russo aveva prospettato l'ipotesi della prescrizione anche per Bompressi. La corte non l'ha concessa né per Bompressi, che non l'aveva chiesta, né per Pietrostefani che, pur dichiarandosi innocente, aveva fatto appello non solo alle attenuanti generiche ma alla legge della dissociazione.

Indifferenza e silenzio hanno circondato questo processo. La storia è vecchia, I'iter processuale intricato, quasi tutti hanno altro cui pensare. La giustizia su cui ci si accapiglia è un'altra, quella di Tangentopoli, quella del conflitto tra poteri. Qui era in ballo solo la vita di tre persone. Il garantismo c'entra anche qui, ma non ha un immediato risvolto politico. Solo due verdi, Corleone e Di Francia, sentono il bisogno di commentare la sentenza. La definiscono una "pagina di vergogna e disonore per la giustizia e la verità". "Ci eravamo illusi che questa volta non occorresse una mobilitazione per veder trionfare il diritto". Nel silenzio, aggiungono i due, "sono stati pagati i trenta denari al cosiddetto pentito Marino e condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani". Walter Veltroni, sollecitato dai giornalisti, risponde: "Non sono solito giudicare le sentenze dei giudici. Quando ci sono dei pronunciamenti bisogna rispettarli". Veltroni si sbottona un po' di più come direttore dell'Unità. Sofri potrà continuare a scrivere sul quotidiano. Per lui Veltroni ha "stima e cosiderazione", "mi risulta molto difficile pensare che quello che gli viene attribuito sia vero".


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