Può migliorare, il carcere?

MANUELA CARTOSIO

Dal Manifesto, 14 ottobre 1997


IL DIRETTORE, il dottor Cerri, li chiama "i miei ragazzi", anche se qualcuno dei detenuti del carcere don Bosco potrebbe essergli padre. Ad esempio, il signor Pasquale che si alza e chiede: "Tengo settantun'anni, sto qui da dieci, perché non mi danno una giornata di permesso?". La domanda assomiglia molto a quella posta da Giuliano Pisapia, presidente della commissione giustizia della camera: "Perché, quando si tratta del carcere, anche le cose facili risultano difficili?". Chi il carcere lo patisce e chi del carcere si occupa sta dalla stessa parte, ragiona allo stesso modo, accomunato nella ricerca di soluzioni "alternative" alla galera.

Non si spiegano altrimenti i calorosissimi applausi che hanno riempito la lunga assemblea tenutasi venerdì scorso nella palestra - si fa per dire - del carcere di Pisa. Fragorosi dopo ogni intervento dei detenuti, ma altrettanto "di cuore" - ci garantisce il signor Pasquale - per i rappresentanti delle "istituzioni". Solo la dottoressa Fiorillo, magistrato di sorveglianza a Firenze, nota per essere di manica stretta e che incautamente esordisce con un "qualcuno di voi mi conosce", si becca una paccata di "oh, se la conosciamo...". Per il dottor Alessandro Margara, fino a pochi mesi fa presidente del tribunale di sorveglianza a Firenze e direttore generale degli istituti di pena, è un trionfo, venato di rimpianto. "Noi siamo orgogliosi che lei sia andato a dirigere le carceri italiane, ma adesso qua in Toscana che succede?", domanda un detenuto che freqenta il carcere con assiduità da 18 anni, "ma questa volta sono innocente".

Cinque chili, sei minuti

La stima per chi da fuori cerca di alleviare la condizioni dei detenuti non ha celato, però, l'irriducibile differenza. La materialità della galera è uscita a fiotti da ogni intervento dei detenuti. "Sei minuti per telefonare a casa sono niente, non c'è neppure il tempo per chiedere al bambino come va a scuola", dice Giovanni Torregrossa. Cinque chili per il pacco vestiario sono troppo pochi, un paio di jeans da soli pesano un chilo. Chi sta in carceri molto distanti da casa deve poter usufruire di colloqui più lunghi. Insomma, osserva Torregrossa, per queste cose "non c'è bisogno d'andare in parlamento, basta una circolare". "E perché qui a Pisa non possiamo portare la giacca?", domanda Michele. "Problema risolto - taglia corto il direttore - chi farà la domandina avrà la giacca, purché non imbottita, quelle restano proibite pe ragioni di sicurezza". Carlo Masciarelli dice che "quanto a pulizia siamo carenti, ci passano due rotoli di carta igienica al mese. E chi non ha soldi a libretto?". Essere rinchiusi 18 ore al giorno "è eccessivo", bisogna allungare le ore di socialità.

Intervengono molti immigrati (sono la maggioranza sia nelle celle che all'assemblea). Il più sorprendente è un arabo che dice di chiamarsi Piero e di parlare "a nome dei compaesani miei". Appoggiandosi a un bastone, attraversa a fatica la palestra un detenuto malato, indossa il pigiama nocciola dei ricoverati al centro clinico seduti in fondo. Viene dalla ex Jugoslavia e la mette giù con sincerità: "Non è che io sono innocente, anzi sono colpevole. Non mi interessano gli arresti domiciliari, mi interessa la mia salute, c'è il rischio che mi taglino una gamba. Il dottore qui è buono e intelligente, però ho bisogno di uno specialista di Cortina d'Ampezzo, perché non mi portano?".

Le detenute, una decina, sono sedute in prima fila. Una ha la T-shirt con la faccia del Che, un'altra una maglietta tigrata. Sono truccate e ben pettinate, si vede che "ci tengono". C'è uno spazio di un metro tra la fila delle donne e quelle degli uomini, la terra di nessuno che sancisce la separatezza sessuale. Adriano Sofri riassume così il caso di Eva: pesa 41 chili, ha 18 anni, un bambino di sette mesi e sta in galera per tentato furto. "Io mi vergogno di questo e se non si parla di questo non si può misurare la giustizia". Tenere Eva in carcere costa allo Stato 380 mila lire al giorno. A parte la vergogna, non si potrebbero spendere meglio quei soldi?

Adriano dichiara tutta la sua sfiducia nelle modifiche di legge che dovrebbero sfoltire la popolazione carceraria (ad esempio, la depenalizzazione dei reati minori). Bene che vada, "uscirebbero dal carcere 300 persone". C'è bisogno, invece, di svuotare le galere di quei 15 mila che sono di troppo, "e questo non lo si può ottenere con provvedimenti di ordinaria amministrazione". Occorre una larga amnistia, bisogna modificare il codice penale e la gerarchia delle pene, rivedere la legge Gozzini. Se non saranno fatte queste cose, "tra poco le carceri cominceranno di nuovo a essere incendiate". La Gozzini ha "sedato" il carcere, ma quella legge non si applica agli immigrati. Per ora gli stranieri "si tagliano, si bastonano tra loro per un pacchetto di sigarette". Domani...

Dei braccialetti elettronici voi cosa pensate?, aveva chiesto Pisapia all'inizio. E' un tema controverso, difficile dire "dove sta il giusto e dove lo sbagliato". "Dammene uno, che io ci sto subito", aveva risposto un detenuto. Margara, nelle conclusioni, ha tenuto fermo il suo parere contrario sui bracialetti: "Sembrano uno strumento duttile e invece risulterebbero scoccianti". Soprattutto, "segnerebbero la trasformazione di una persona in una cosa".

L'immagine che il don Bosco ci lascia all'uscita è l'esatto contrario delle buone intenzioni dell'assemblea. Dall'ufficio matricola esce il lampo del flash, è la foto per l'ultima arrivata, una donna non giovane, il viso gonfio per l'alcol o per i farmaci. Di tutto avrebbe bisogno, eccetto che del carcere.