Adriano Sofri, da Repubblica, 8 luglio 1997

La grazia? Facciamo i conti

Dal carcere di Pisa, l'ex leader di Lotta continua risponde all'articolo di Giorgio Bocca


Caro Giorgio Bocca, consideri alcune osservazioni sul suo editoriale di venerdì: "Dobbiamo graziare gli anni di piombo?". Le amnistie e le grazie generali, lei avverte, rispondono alle convenienze nazionali, non ai buoni sentimenti. Una conciliazione non compromissoria non sarebbe però così sconveniente in un tempo di coltivazione di risentimenti. E' un punto opinabile. Ma è certo che i sentimenti dei famigliari delle vittime di fronte all'amnistia cosiddetta di Togliatti, e alla sua applicazione - i cavilli sulle "sevizie particolarmente efferate" - furono terribilmente offesi. Primi a opporsi furono i famigliari delle vittime delle Ardeatine: ricordo illuminante, nella sua incredibile attualità. Il rispetto per il dolore dei famigliari delle vittime può far attribuire loro la finale responsabilità giudiziaria o politica sulla punizione o il perdono?

Si può' fingere che la contabilità degli anni di galera sia moralmente commisurabile col risarcimento del dolore delle vittime? Ci sono persone incarcerate da venticinque anni: un tempo agghiacciante, a immaginarsi chiusi in una cella. Ma qualunque durata sarebbe irrisoria per riparare la perdita di una vita, a immaginarsi famigliari della vittima. Ventotto anni, o trentuno anni, farebbero diventare quel tempo sufficiente? Certo, la pena ha anche un un rapporto simbolico con la colpa, e così evoca una consolazione e un risanamento che un tempo avevano bisogno dell'equivalenza di una vendetta fisica. Ma il simbolo non può prevalere: se no, si dovrebbe apprezzare la pena capitale. La pena di morte ha dalla sua l'illusione perversa di far coincidere la legge col desiderio presunto dei famigliari delle vittime. Del resto, rispetto al risarcimento simbolico, come sopportare persone che girano libere e a volte stipendiate dopo aver compiuto assassinii efferati e innumerevoli, per un conto di convenienza generale? L'incomparabilità fra giustizia penale e decisione politica da una parte, e sofferenza e sentimenti personali dall'altra, è ancora più evidente a proposito del sostegno dello Stato alle vittime: nessuna contabilità di cifre può stare in proporzione del dolore. Ma se risultasse che lo Stato si è dimostrato molto più prodigo nell'elargizione di anni di galera col sovrappiù di interessi delle leggi d'emergenza, e molto più avaro nel risarcimento finanziario alle vittime, bisognerebbe dirlo, e non lasciare che l'avarizia pubblica diventi un addebito in più sui detenuti "politici". Lei, Bocca, dice che il terrorismo rosso fu "un fenomeno senza domani, non una sovversione creatrice", che colpì persone degne, che favorì un'involuzione politica e civile. E' un giudizio condiviso anche da molti fra i "terroristi" di allora. Ma anche i fascisti amnistiati di mezzo secolo fa, compresi i criminali non "particolarmente efferati", e gli stessi volontari di Salò di buona fede, non avevano difeso alcuna "ideologia politicamente viva", non avevano domani, non erano una "sovversione creatrice". Erano, per usare le parole che lei applica agli anni di piombo, "una convulsione finale".

Non insisterò su questo punto perché credo che, nonostante i pochi ma cruciali anni che ci distanziano, e l'antipatia che lei mi dichiara, abbiamo avuto, e magari abbiamo ancora, un sentimento non dissimile dall'antifascismo. Dunque la differenza fra l'amnistia del dopoguerra e la mancata amnistia dei nostri anni si ridurrebbe alla diversa dimensione. Come lei scrive dei fascisti di Salò, "non c'erano carceri sufficienti per contenerli"; mentre, sia pure con un sovraffollamento, sono bastate a contenere il sovversivismo violento degli anni Settanta e Ottanta. In realtà, la sproporzione è enorme. Si ridiscute ogni volta di grazie e indulti come se si trattasse del giudizio storico e morale su un'epoca: e invece si tratta di un paio di centinaia di persone, recluse per intero o a metà; e di un numero minore di riparati all'estero. A questo fondo d'imbuto si riduce la questione che, come un temporale di stagione, ha inondato le prime dei giornali. I progetti di indulto si propongono di riportare alla misura "normale" le pene appesantite dalle leggi d' emergenza, e dalla rinuncia alla difesa degli imputati di allora. Nella scorsa legislatura, sulla scia di Tangentopoli e della parola d'ordine "mai più amnistie", il Parlamento - pressoché all'unanimità! - elevò la maggioranza necessaria all'amnistia e all'indulto ai due terzi: molto più alta di quella prevista per la stessa riforma costituzionale, e di fatto introvabile. Prima che il voto della Bicamerale, che ha ripristinato la soglia del 51 per cento, sia eventualmente confermato dalle Camere, passeranno almeno altri due anni. Dunque è assai improbabile che l'indulto vada oltre la commissione Giustizia. Così stanno le cose. Corpi che sono reclusi da venti o venticinque anni si sono sentiti dire: state per uscire. Per scherzo. Le chiedo: ha senso che lei spenda la sua firma per sventare questa piccola storia impossibile?

Non le scrivo per amore di "dibattito": anzi. Lei è franco: ha ricordato francamente di aver misurato le sue parole, negli anni del più fanatico furore della "lotta armata", perché non valeva la pena di farsi ammazzare gratuitamente. (Mi scuso per la versione sommaria). Ma perché un'intransigenza di oggi? L'indulto non significherebbe affatto, oggi, "un riconoscimento politico". Sarebbe un timbro di uscita apposto ai fascicoli matricolari di persone "rieducate" in carcere e nonostante il carcere. Esso non può dipendere dalle loro parole, dai loro silenzi, dagli articoli di ieri o dalle prefazioni di oggi. Riguarda un'emergenza che c'è stata, e non c'è più. Le parole di stima che lei mi ha riservato mi esonerano dal precisare ancora che non è di me o per me che parlo. Anche se essere chiamato così fuori dai banchi in cui, comunque, mi trovo, e contrapposto ai miei provvisori compagni di classe, mi ha fatto un dispiacere che lei vorrà capire.