Adriano Sofri

da "A doppia mandata"
Riflessioni sul carcere, la pena, la giustizia

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Ho appena trascorso in carcere cinque mesi. Non è molto. Non è poco. In un solo carcere. Ciò che dico però utilizza notizie su altri carceri, ricavate soprattutto da detenuti.

I detenuti e il rispetto di sé.

La degradazione della stima di sé e dell'interesse reciproco nei detenutiè molto forte, a paragone del vecchio carcere e dei suoi codici divalori, sia quello criminale, sia quello "politico". Questa caduta didignità e di persuasione "morale" ha due ragioni principali: la droga ela delazione.

La droga è la causa più o meno diretta per cui si trova in galera la maggior parte dei detenuti, italiani e stranieri. Ed è per antonomasiauna ragione di irresponsabilità, di vittimismo e di autodistruzione, di disposizione furbesca e lamentosa a usare gli altri come strumenti. La ovvietà che descrive la tossicodipendenza come una malattia offre ai tossicodipendenti un pretesto all'autocommiserazione e alla deresponsabilizzazione. L'arrendevolezza e la ribellione più capricciose sono pronte in ogni momento. Tutta la struttura carceraria, e degli stessi apparati psicologico-sanitari, ammesso che si ponga il problema, tiene i tossicodipendenti in una condizione di infantile e ottusa sottomissione. Sovrabbondano i farmaci, di ogni genere e in ogni dose, che i detenuti spesso incrociano micidialmente con la birra o il detestabile vino che cisi può procurare in carcere. Questo alcolismo tumefatto e farmacologico è un enorme flagello. E' tollerato, quando non incoraggiato. Le occasioni di lavoro interne al carcere sono così rare e ricercate che un cedimento al vino basta a farle perdere. Imminenza che fa invertire spesso la scena vera. Il detenuto beve e dunque non può lavorare affidabilmente. La verità è che fra le ragioni che spingono i detenuti a bere e anestetizzarsi c'è, oltre al dolore del vivere, l'impossibilità di trovare un lavoro o un'attività.

Ci sono, poi, a proposito della tossicodipendenza, altri strani capovolgimenti di senso. Per esempio, è ormai rarissimo che qualcuno dica che i drogati devono stare in galera: non è più così di moda. Molti dicono però che i tossicodipendenti in galera almeno non si drogano (salve eccezioni, com'è noto): dunque, "di fatto", "oggettivamente", "in fondo in fondo", la galera è per loro un male minore dello sbaraglio della libertà. Bell'argomento: un'astuzia della provvidenza tramuta l'oltraggiosa usanza di sbattere i tossicodipendenti in galera, in una loro salvaguardia. Non sottovalutate la presa logica di simili argomenti. In generale, è la stessa che si applica alla questione della "risocializzazione". (Preferisco non usare parole come "riabilitazione", a metà fra fisioterapia spirituale e stalinismo, o "rieducazione", che ha un suono pedagogico autoritario come un filo spinato). E' un fatto che, fra i tanti che finiscono nel mucchio degli stritolati o dei mortificati per sempre, alcuni detenuti rafforzino se stessi nel carcere, migliorino la propria conoscenza, conquistino rispetto di sé e degli altri, diventino personalmente più liberi: ma questo avviene non già grazie al carcere, ma nonostante e contro il carcere. La dignità umana che sopravvive o si riconosce e si rafforza nel carcere è solo in minima parte debitrice alla conduzione del carcere, e in parte soverchiante alla lotta e alla resistenza che i detenuti conducono contro il carcere. E' questo che vienepresentato come rieducazione: "oggettiva", come si vede, quanto l'astinenza dei tossicodipendenti in cella.

Aggiungo una constatazione ovvia, dal momento che ciò che avviene in galera riproduce quel che avviene fuori, con le deformazioni derivate dalla compressione e dalla mutilazione: con poche e residuali eccezioni, il disprezzo nei confronti della droga e del suo spaccio è scomparso. Non sono cose di cui vergognarsi - neanche lo spaccio più grosso. Nella scala dei valori, soprattutto dei ragazzi, tanto è crollata l'ignobiltà dello smercio di droga, quanto è andata alle stelle l'ammirazione per il denaro guadagnato in fretta, e molto. E' ovvio, ma è importante: perché in quella che si chiama crisi dei valori, la parte decisiva riguarda in realtà la crisi dei disvalori, delle cose di cui un tempo ci si vergognava, e non ci si vergogna più. Il primo valore a essere travolto è infatti la vergogna, che dall'antichità fino a poco fa era la causa di gran lunga più importante dei suicidi. E questa disgressione ci porta diritto al secondo fattore dell'impoverimento umano del carcere, che è la delazione: inarrestabile quanto la droga, e a sua differenza libera di ogni proibizione, e anzi incitata e premiata.

Chi si è abituato a considerare il "pentitismo" nel contesto delle grandi emergenze pubbliche, il terrorismo prima, la criminalità organizzata poi, non può immaginare quale capillare e spicciola alluvione esso abbia avuto in ogni ambito di relazione fra repressione e giustizia, da una parte, devianza e delitto accertato o presunto dall'altra. L'universo del trattamento criminale si è assuefatto a quella medicina unica. Questo non vuol dire solo la nozione, ripetuta e largamente vera, per cui il ricorso ai "pentiti" ha teso a soppiantare le attività investigative e la concezione delle prove. Questo vuol dire che a ogni imputato, a ogni condannato, investigatori e giudici chiedono, ben oltre la stessa confessione o ammissione di proprie responsabilità, la delazione attiva -la "collaborazione". A quest'ultima, alla sua ampiezza e duttilità, si è venuto piegando come una cera il diritto penale, con una licenza di aperture e chiusure tra carcerazioni e scarcerazioni, imputazioni e derubricazioni, massimi e minimi di pena, aggravanti e attenuanti: infine, grazie alla legge cosiddetta Gozzini e con una sua triste perversione, al di là della stessa condanna. La giusta idea che non fa della pena una misura immutabile, assunta una volta per tutte, ma le assegna una possibilità di verifica nel tempo e di adeguamento, viene molto spesso subordinata al giudizio delle autorità carcerarie e giudiziarie non solo sulla "disciplina del detenuto", ma sulla sua "collaborazione". Incitamento e premio alla delazione non si esauriscono fuori dalle mura del carcere, ma continuano dentro. Come il paesaggio carcerario ne sia stato snaturato estravolto, è difficile descrivere. I "pentiti", gli "infami" di un tempo, i delatori, sono così numerosi e abituali che, a parte pochi casi di clamore e con speciali protezioni, sono mescolati alla rinfusa con gli altri detenuti. Un tempo sarebbe stato impensabile: per ragioni "di principio", e materialissime. Oggi è pressoché impensabile il contrario. Sono in cella nella stessa sezione, escono alla stessa aria, detenuti condannati per una delazione e detenuti che hanno compiuto quella delazione. Questi ultimi andranno fuori di galera prima, e magari intanto avranno lavoro e altri favori. Lo stesso governo del carcere, già facilitato dalla caduta di solidarietà e dall'isolamento reciproco provocati dalla gara premiale della ex legge Gozzini, si fonda senza tante ipocrisie, sull'impiego corrente della delazione. Non c'è bisogno di microspie, dove ci siano spie così a buon mercato. Disprezzo, diffidenza e sospetto dominano l'esistenza dei detenuti. Non si reagisce a ciò chesi disprezza, si perde la fiducia nell'altro, si fatica a conservare quella di sé. Non parlo delle grandi strutture gerarchiche e rigide, che quando si crepano vanno fragorosamente in pezzi, come le organizzazioni clandestine della lotta armata, o, finalmente e grottescamente oggi, le piramidi di Cosa Nostra. Parlo della malavita di un tempo, che era di casa in galera, e sapeva come ci si comporta. Spero di non attirarmi né l'accusa di abbellire quella povera e sordida malavita - anche se cambierei un ladro con destrezza di trent'anni fa con un'intera casa circondariale di nuovo conio - né quella di indulgere all'omertà. L'omertà è una ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l'onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dall'autorità legale, rischiano di essere peggiori. Aggiungo, per quel che mi riguarda, che come considero odiosa la delazione - e la sobillazione a farsi spie e traditori dei propri compagni - così mi rifiuto di mettere al bando le persone, e tanto più che si usi loro qualunque violenza. In carcere poi l'infamia comune della gabbia in cui si gira in tondo rende più superfluo e quasi dissipatore il rancore e l'animosità contro gli altri ingabbiati.

La responsabilità

Qualunque intenzione di "risocializzazione" dovrebbe far leva sulla responsabilità personale dei detenuti. Il carcere mira, con una metodicità accanita, al contrario. Ogni piccolo gesto dell'esistenza quotidiana è espropriato di senso e di libertà, tallonato da riti assurdi e umilianti, regolato da norme che suonerebbero infantili in un asilo infantile. Esiste un Regolamento penitenziario, e un Regolamento interno ("Codice grigio", credo che si chiami in gergo). E' difficile procurarseli - specialmente il secondo. Farne richiesta, vuol dire già mettersi in cattiva luce. Di nessuna norma viene data spiegazione, e la gran parte delle norme sono inspiegabili a un intelletto sano. Vengono asseriti alcuni diritti materiali dei detenuti, come diritti "ministeriali". La comica parola "ministeriale" riceve così un suono solenne e supremo, e così dev'essere pronunciata. Per esempio, i piccoli frigoriferi a muro in cella "sono ministeriali". Naturalmente non ci sono: non qui dove abito io, per esempio. Così la parola "ministeriale" ha due significati insieme: significa che una cosa è tassativa, ineluttabile - e che non esiste. E' insieme un Principio e la sua nullità. Questo valga per i diritti dei detenuti, nella cui vita gli oggetti piccoli e i movimenti pratici hanno poi un'influenza molto più grande che nella vita libera. Per esempio: le posate di alluminio "sono ministeriali", ma non cisono. Ci sono - quando ci sono - quelle di plastica: e sono cancerogene.

Quanto agli obblighi, i Regolamenti sono esaurienti: tutto, è obbligatorio. Qualunque cosa non sia vietata, lo è solo in deroga, e per temporanea concessione. Per esempio, nel carcere in cui mi trovo, è vietato ogni soprabito. D'inverno, qualunque tempo faccia, non si può indossare che fino ai maglioni compresi: dalle giacche in su è vietato. Naturalmente, l'universalità minuziosa di divieti e obblighi tramuta la vita quotidiana in una sequenza di deroghe più o meno aleatorie, più o meno capricciose. Per esempio: è vietato passarsi oggetti, compreso un giornale, o una patata, da un detenuto all'altro. Tutti lo fanno. Ma mettiamo che un giorno io dia una patata a uno. Siccome sono io, e l'agente di quel giorno è frustrato, o guappo, e il beneficiario della patata è un malvisto di Casablanca, la donazione della patata viene vietata.

Si sa che i Regolamenti devono rispondere a una serie di criteri. Devono essere dettagliati fino a prevedere tutto, perché gli scrittori di Regolamenti sono Governanti del Mondo mancati. Devono essere vastamente stupidi, perché gli scrittori di Regolamenti a loro volta lo sono, ma soprattutto perché l'obbedienza si fa riconoscere davvero quando è cieca e arbitraria: se no, perché il Signore avrebbe ordinato ad Abramo di sgozzare il suo Isacco? (Solo che in galera, nelle caserme della Folgore, e nella vita in genere, l'Angelo dell'Ultimo Momento non arriva). Ammettiamo che viviate in una società mediamente civile, su mille "perché" la risposta sarà, mettiamo, 50 volte, "E' la Legge", e altre 950 volte una spiegazione del perché. In galera sarà mille volte ."E'il Regolamento". Pronunciata a muso duro, o, a piacere, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo, o al ministero.

La cosiddetta legge Gozzini, da questo punto di vista, è piovuta sul bagnato. Avendo a cuore il "trattamento" personale del detenuto, ha creduto di dover dissuadere ogni suo comportamento sociale e solidale. Peccato, per un'intenzione di "risocializzazione". Della vecchia galera, la solidarietà era l'anima. Non mi faccio illusioni, sull'umanità che popolava la vecchia galera, così come non me ne faccio su quella che gira a piede libero. C'erano persone sordide, indurite, brutali; persone che si erano lasciate andare all'ottusità e all'abbandono; persone egoiste fino alla ferocia; prepotenti, e asserviti. Ma questo rendeva ancora più infiammato e impressionante il riscatto improvviso nella solidarietà senza riserve, nella rivolta comune, senza alcun calcolo, in cui tutto per tutti si giocava. Comportamenti addebitati al "sottoproletariato", che del resto delle galere era l'inquilino fisso: ma con una generosità in più, che quelle sentenze sociologiche non riescono a cogliere. Non ho rimpianto per quella prigione brutale e romantica, per le sue pelli di tatuaggi e cicatrici. Doveva finire, come devono finire i manicomi e le loro torture, le caserme e le loro esaltazioni virili. Doveva venire qualcosa di più domestico e di più civile, di più meschino, anche. Fin troppo, anzi, è durata la galera romantica delle segrete, dei ceppi, delle botte e delle insurrezioni. Segnalo tuttavia che nella prigione di oggi, asilo infantile, ambulatorio coatto, parodia sperimentale del "trattamento" psicoterapeutico, e gabbia di zoo dismesso, la memoria e il rimpianto della vecchia galera sono fortissimi, come di una cosa che si è appena perduta, che si è avuto il tempo di conoscere all'estremo, o di cui si è sentitoil racconto, e si avverte ancora l'odore e il suono nei muri e nei ferri. Dell'umiliazione demoralizzata dei detenuti contemporanei fa parte anche questa leggenda recente della dignità della galera perduta. Non sarebbe così se a sostituirla fossero venute attività e lavori decenti e capaci di riconoscimento, modi di istruzione e di comunicazione più ricchi e affinati, prospettive di realizzazione di sé e di rapporti sociali. Ma la massa dei detenuti vive la reclusione come una stolida giacenza, in un magazzino ingolfato e incomodo.

Prima la speranza era spenta, fra il fuori e il dentro la comunicazione era sbarrata, bisognava cavare dalla reclusione una forma di vita. Ora la speranza si è aperta, il fuori si mangia il dentro, la vita è solo quella che aspetta fuori: dentro c'è solo la consumazione nell'attesa, e la gara, i sotterfugi, le viltà e le ipocrisie per scavarsi la propria via ai "benefici", per "sbloccare". Nessuno spazio è riservato alla responsabilità e all'autogestione dei detenuti: eppure fra di loro ci sono talenti e abilità di rilievo, spesso, e disposizioni alla buona volontà, ancora più spesso. Ciò che è comune o collettivo, è sospetto: anche il digiuno meno violento. Chi cerchi una solitudine è "asociale": chi si leghi troppo agli altri "fa comunella". L'ideale di questa amministrazione penitenziaria è un detenuto isolato e inebetito: un paziente in coda alla trafila che va dall'agente all'infermiere all'educatore all'esperto al graduato al direttore e infine al magistrato di sorveglianza. Trafila di domandine, di incontri mancati, di incontri di pochi minuti, di rigetti immotivati, di intimidazioni e negligenze, in fondo alla quale si intravede - fra un mese, fra dieci anni, fra venti - il lumicino del trattamento e del premio. Gozzini stesso dice che la legge da lui nominata non esiste più, è stata fatta a pezzi dalle mille emergenze e demagogia di chi disfa in un'ora la trama paziente di anni. Ma già al fondo di quella legge faceva difetto la voglia di riconoscere una voce ai detenuti, di tramutare le concessioni in qualcosa che assomigliasse ai loro occhi e al loro senso della giustizia a un diritto. Basta la denuncia di un agente - anche la più insulsa, la più abusiva, la più malvagia - a troncare di colpo, senza alcuna difesa, senza alcuna verifica, l'ammissione ai benefici per due anni. Non voglio qui fare una casistica delle denunce: segnalo il principio. Un momento di nervosismo, un gesto o una parola di troppo di un detenuto, o di un agente, e l'attesa di anni va in fumo. Ancora: i trasferimenti improvvisi e non motivati sono la prassi per le carceri. Il detenuto trasferito vede cancellato d'un tratto il suo percorso di "trattamento", e deve cominciare da capo "l'osservazione", fin da concessioni come le due telefonate al mese in più oltre alle quattro previste. (Durata massima delle telefonate: sei minuti. Escluse quelle ai telefonini. Ammesse solo quelle ai famigliari.). Ancora: il magistrato di sorveglianza è oberato di pratiche assai più che un antico medico della mutua. La sproporzione nel numero di magistrati di sorveglianza è la prova principale dell'irrisorio credito che viene dato alla "dinamicità" della pena e alla risocializzazione. La discrezionalità estrema delle decisioni dei magistrati di sorveglianza tramuta, agli occhi dei detenuti, accoglimenti e rigetti in un sorteggio logistico. In una regione si esce, in un'altra si resta dentro. La stessa discrezionalità guida le "relazioni" di esperti ed educatori: "Quelli il cui cognome comincia dalla A alla L - mi scrive un detenuto piemontese - escono, quelli dalla M alla Z restano dentro". Naturalmente, succede anche con i processi, o con le sezioni scolastiche e la severità alterna dei docenti: ma proprio per questo bisognerebbe che i criteri di valutazione venissero resi più nitidi, e che il rapporto fra condizioni e risultati somigliasse un po' più a un diritto e un po' meno a una concessione, quando non a un capriccio.

Ancora, poiché fra le condizioni decisive per la concessione di misure alternative al carcere ci sono la possibilità di contare sul sostegno famigliare, o su una occupazione, la discriminazione nei confronti dei più deboli e svantaggiati è enorme. Sicché la promozione e la cura di tutte le attività capaci di procurare lavoro e assistenza ai detenuti dovrebbero essere una parte integrante del sistema penitenziario. E' il volontariato dovrebbe vedersi assegnato un ruolo determinante, e inventivo.

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