La vedova Calabresi dopo la conferma della condanna al leader di Lc
«Sofri colpevole, ma sì alla grazia»
«Mi ha ferito la solidarietà di D'Alema e Veltroni»

da la Stampa, 8 marzo 1999


MILANO. Gemma Calabresi parla di sé e dei suoi figli nei giorni in cui il caso Sofri torna alla ribalta. «Sono condannata all'ergastolo dice . Perché ci hanno dimenticato? Mio marito è morto per gli stessi valori che oggi rivendica Walter Veltroni. E a casa e a scuola io stessa ho continuato ad insegnare la tolleranza per chi sbaglia». La grazia da parte del Capo dello Stato Scalfaro, se Adriano Sofri volesse richiederla? «L'ho detto chiaro al presidente Scalfaro e lo ripeterei al prossimo Presidente se me lo chiedesse: la mia famiglia non è contraria alla concessione della grazia a Sofri, Pietrostefani e Bompressi, purché riconoscano le proprie responsabilità. Né Scalfaro, né il suo successore hanno il dovere di avvertirci.
Noi chiediamo solo questo, che la grazia non sia una fasulla dichiarazione di innocenza. Non vogliamo vendetta». Gemma Calabresi ha visto il marito ucciso in strada a Milano, nel 1972, «Andai all'obitorio. Tutto intorno la folla ci insultava, sputava, mio fratello mi copriva le orecchie perché non sentissi. Invece sentivo benissimo».
Ha sentito e visto tanto della storia terribile d'Italia la signora Gemma Calabresi, quanto certo non immaginava da ragazza degli anni Sessanta di Torino.


"Ha mai avuto dubbi?" La lettera di Sofri

Adriano Sofri
dal Manifesto, 9 marzo 1999


G entile signora Gemma Capra, ho letto la sua intervista alla Stampa, e vorrei dirle qualcosa, per la parte che mi riguarda.

Lei si ripete certa della nostra e mia colpevolezza, e questo non può sorprendermi. Nel corso del processo, io mi chiesi spesso se lei potesse essere disposta al dubbio. Lo rendeva più difficile la sovrapposizione fra il giudizio morale sulla campagna che Lotta continua aveva condotto contro suo marito per la morte di Pinelli, e l'accusa giudiziaria per le responsabilità personali in un omicidio, che avrebbero dovuto essere il solo contenuto del processo. Ebbi l'impressione che l'accusa contro di noi, e contro di me in particolare, trovasse rispondenza in un suo sentimento profondo, poiché dimostrava che a decidere ed attuare l'omicidio di suo marito non fosse stata né qualche banda della destra o del parastato, né qualche gruppetto eccentrico di vendicatori, bensì l'organizzazione che aveva tenuto la parte principale nella campagna sulla strage di Piazza Fontana e la morte di Pinelli, e cioè Lotta continua. E per Lotta continua il suo principale leader, io; o addirittura, secondo le prime versioni di Marino, i suoi organismi dirigenti, convocati a votare a maggioranza su un omicidio! Provai anche ad immaginare perché lei avrebbe dovuto credere o dubitare di Marino. Sarà stata forte, anche per lei, la domanda: perché un uomo, da nessuno cercato, avrebbe dovuto accusare se stesso e altri di un omicidio? Io sostenni, e mi impegnai ad argomentarlo, che Marino non era andato dai carabinieri, ma i carabinieri da lui. Nel corso del processo (due anni dopo) si capì, in modo incidentale, che era andata proprio così. Quella rivelazione mi sembrò capace di far dubitare. Non so come lei la spiegasse dentro di sé. Pensai anche che lei fosse colpita dalle notizie di fatto che via via emergevano sulle circostanze di ogni accusa. Sul mio conto, anche. Che Marino avesse raccontato di avermi cercato in anni (allora) recenti per confidarmi i suoi rimorsi: e invece mi aveva cercato per chiedermi soldi. Che gli avevo dato un mandato omicida in coda a un comizio pisano, insieme a Pietrostefani (se lo ricordava "perfettamente") e però si provò che Pietrostefani a Pisa non c'era (e Marino concluse: "Non ho memoria della sua presenza").

Diede, Marino una quantità di versioni del preteso "brevissimo colloquio" con me (e non ha mai smesso di variarle, ancora nel libro di Cazzullo su Lc). Citò altre persone dimostrate assenti. Riferì di una passeggiata collettiva e conversevole dopo il comizio, perché aveva dimenticato la pioggia. Disse di aver ricevuto a Pisa l'istruzione di tornare a Torino e aspettare una telefonata, ma poi non seppe dire chi gliel'avesse data, dal momento che Pietrostefani era scomparso dall'incontro: e alla fine biascicò che gliel'avevo detto io, benché lo avesse appena negato esplicitamente, e benché avesse spiegato che io non avevo idea che l'avrei visto a Pisa, né ero a parte di questioni operative. Disse che, sbrigato quel preteso fatale colloquio del pomeriggio, "salutai Sofri e ripartii per Torino": poi ammise, per averglielo io rinfacciato, che era venuto a trovarmi a casa mia, come tanti altri, quella sera. (Lei non si è chiesta neanche per un momento che rapporto ci sia fra un incontro - inventato - al bordo di un comizio pubblico, e un incontro - avvenuto - in una casa privata? Nell'unica occasione in cui avremmo dovuto parlare di un omicidio?) Eccetera.Quel colloquio di strada fra Marino e me non avvenne mai. Io non lo incaricai mai di un omicidio, né lui né altri. Questa è la verità. Mi era subito sembrato - sono già passati undici anni, quasi - che la ricostruzione dei fatti, circostanze, testimoni, sarebbe bastata senz'altro a provarla: e che non ci fosse altra strada. Non voglio dire che lei fosse tenuta a riconoscerlo. Molti magistrati non l'hanno riconosciuto, ed erano - comunque dovevano essere - ben diversamente sereni che lei. Lei non ebbe mai un dubbio?

Non uso questa lettera per ricapitolare la mia difesa: su questo giornale l'ho fatto cento volte. Quando, un anno fa, Marino si lasciò andare con un telegiornale (il Tg2), fino a descrivere con dettagli raccapriccianti la scena della sparatoria, come era provato che non avesse potuto, anche a stare al suo racconto, vederla, e come lui stesso aveva escluso, al processo, di averla vista, lei che cosa provò? Marino improvvisò su due piedi, per la telecamera, quelle bugie macabre, e le presentò come la spiegazione del suo sincero pentimento ("Quando uno ha visto..."). Lei non ebbe un dubbio? E in nessun'altra delle innumerevoli circostanze in cui le bugie di Marino divennero flagranti? Forse non ne ebbe, e in ogni modo decise di superarli, come dimostra l'apprezzamento che lei volle dare non solo della credibilità giudiziaria di Marino, ma della sincerità religiosa del suo pentimento. La quale è sempre suonata, alle mie orecchie, come una grottesca bestemmia.Lei potrebbe attribuire la sua certezza della mia e nostra colpevolezza o a ciò che è emerso attraverso i processi (comprese allora le cose che ho ricapitolato), o al fatto che i processi ci sono stati, sono arrivati a una conclusione, e che quella conclusione fa testo. O alle due cose insieme. Nel secondo caso, lei ha formalmente (cioè decisivamente) ragione, e noi stessi rispettiamo quella conclusione, sapendola iniqua, nel solo modo non retorico in cui si rispetta una sentenza: subendone le conseguenze. Ma anche a lei, in questo caso, deve importare il modo in cui il processo è forzato a un esito pregiudicato, una "sentenza suicida" o una giuria massaggiata. Noi continuiamo a cercare ragione ricorrendo ai mezzi più legali. Lei, convinta della nostra colpevolezza, desidera che ciò non avvenga.

Stiamo da due parti opposte. Questo è naturale. E' passato molto tempo, e abbiamo dovuto accorgerci che il tempo non guarisce né stempera niente, ma manda avanti e indietro sentimenti e risentimenti. Si torna allo stesso punto: succederà ancora, sempre, forse. Lei, ricavo dalle sue parole, pensa di avere bisogno e diritto a una nostra confessione. "Ammettano le loro responsabilità", dice: ma delle nostre responsabilità morali e politiche abbiamo altre volte ed esaurientemente parlato, io addirittura controfirmando parole altrui. Si tratta dunque di questo, di una confessione? Non ho bisogno di ripetere che è inconcepibile. Ma perché lei si sarebbe indotta a una simile richiesta? Lasci che le ricordi a quale grottesca conseguenza è arrivata la giustizia nella nostra vicenda. Io posso essere innocente (come sono) o colpevole. Se sono colpevole e confesso, esco di galera. Se sono innocente, e confesso, esco di galera. Quanto a Marino, colpevole o innocente che sia, ha "confessato", dunque non è entrato in galera. Dunque la giustizia, quella che spetta alla legge, e quella che compete alla morale, ha questo cardine: procacciarsi una confessione. Lei può pensare questo?Noi siamo divisi da un groviglio di nodi: da un processo penale, dalla memoria di una antica campagna politica, ma anche dal ricordo e dal giudizio opposto che continuiamo ad avere degli eventi che costituirono la strategia della tensione. Nel '69 la polizia ricevette e svolse un ruolo che contribuì dalla primavera a fare degli anarchici i colpevoli delle bombe di autori fascisti, e li preparò a fare da capri espiatori della strage di dicembre; all'indomani della quale l'innocente Pinelli morì nella questura milanese, né per suicidio, né per un malore attivo. Questo io penso, con animo assai diverso da allora, ma fermamente. Benché mi sia sforzato, e continui a farlo, di non lasciarmi ributtare sui fronti accaniti e a volte accecati di trent'anni fa.

Riceva i miei cordiali saluti.


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