Buongiorno!

La visita di trenta cittadini di Sarajevo ad Adriano Sofri nel carcere di Pisa.

Luca Sofri per il Foglio, 6 giugno 1997


Ho pensato che questa cosa si ripeta. Ci sono tante e troppe persone di posti lontani e vicini, chiuse nelle carceri italiane. Ho pensato ai loro amici e parenti di quei posti e a loro che se ne stanno più soli che mai, spesso condannati soltanto da mancanze di avvocati, di interpreti o pigrizie varie. Comitive di neri dal Senegal, famiglie dall'Albania, gruppi di maghrebini che si possono permettere un viaggio commosso a rinfrancare i loro cari nei guai. Un gruppo di noi che va a salutare Silvia Baraldini nel carcere americano che non vuole mollarne la presa. Buongiorno, siamo trenta italiani amici di Silvia, siamo venuti a trovarla, e vorremmo anche dirvi una cosa: "quand'è che la facciamo finita?". Bella cosa.

L'ho pensata l'unica volta che una cosa così è successa, ieri mattina, al carcere di Pisa. Trenta persone hanno affittato un pullman a Sarajevo, hnno attraversato Bosnia, mare e Appennini, e sono venute a trovare "il nostro amico Adriano Sofri". Un gruppo assai vario. Adriano Sofri ha passato quasi una anno a Sarajevo durante l'assedio, e ha conosciuto molte persone, tra cui gli scrittori, i giornalisti, i pittori, i bambini e gli altri che sono entrati in carcere ieri mattina. "Siamo un po' contenti e un po' tristi", dice Nikola Krstic, uscendo: "Adriano sta bene, ma sta in un brutto posto". I trenta entrano in carcere accompagnati da quattro consiglieri della regione Toscana, che ha sempre tenuto un impegno forte sia sull'aiuto alla Bosnia che sulla vicenda di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Il direttore del carcere dà loro il benvenuto e quasi si scusa per essere costretto a riceverli in un posto che, come si vede bene, è un carcere. Sofri saluta per primi i bambini, poi l'ora dell'incontro si affolla di saluti e racconti spezzati. "Venire a Sarajevo è stato un buon investimento", racconta Sofri, "ho incontrato voi e mi sono allenato a questo. Qui almeno c'è l'acqua, fredda." Qualcuno chiede cos'è peggio. "La stupidità, scusatemi lo snobismo. I regolamenti. Privazioni senza senso, regole ingiustificate, frustrazioni gratuite, un mucchio di fesserie. È il carcere. E per molti è difficilissimo. In Italia i tossicodipendenti invece di curarli, li arrestano." Il vicedirettore guarda da un altra parte, vorrebbe fischiettare. Sofri è contento della visita e rassicurante: "vi ricordate quando aspettavamo la fine dell'assedio, ogni giorno? E i giorni passavano? Così sto io." Sofri andò a Sarajevo la prima volta all'inizio del 1994 e vi tornò più volte, spesso restando bloccato mesi dall'assedio. I suoi articoli, pubblicati da L'Unità, L'Espresso e Cuore, sono stati raccolti in un volume, Lo specchio di Sarajevo, dall'editrice Sellerio. Gigio, che gli affittò una casa sull'erta via Logavina, sotto le colline da cui piovevano le granate serbe, è arrivato con le tre bambine. C'è pure Fadil, il ragazzo che ha vissuto da Sofri a Firenze due anni, e ora è tornato a casa. Sua madre Behija, oculista, venne precettata dalla guerra alle più diverse e raccapriccianti attività chirurgiche. "Adriano sta bene, è combattivo come a Sarajevo."

Quando il gruppo esce di nuovo dal cancello del carcere è tutto un balenare di occhi rossi e lucidi. Il direttore, salutandoli, si è detto quasi commosso lui stesso. Brutto mestiere. La stampa si fa sotto e chiede racconti: "era contento che fossimo entrati senza giornalisti, che non sembrasse che il fatto che avesse molti amici a Sarajevo dovesse valere in qualche modo a farlo uscire di qui. È perché è innocente che deve uscire da qui."


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